· Città del Vaticano ·

L’Intervista

Diritti, regole, contratti pure se si lavora per la Chiesa

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02 ottobre 2021

Suor Maryanne Loughry: una questione che va affrontata


«Nei rapporti delle suore con i loro datori di lavoro c’è stato un offuscamento di quelli che io chiamo i confini. E’ una questione che dobbiamo affrontare». A parlare è Maryanne Loughry, suora della Misericordia, docente al Boston College, consulente del Jesuit Refugee Service e di altri enti cattolici per le migrazioni.

Come si fa a ridefinire questi confini?

Con la trasparenza e la conoscenza dei propri diritti basata dove possibile su accordi scritti. Succede al momento che cambino le mansioni, che la sorella si trovi a dover lavorare fino a tardi la sera, o nel week end, senza tempo per se stessa e la sua Congregazione. E che né lei né la superiora abbiano un testo scritto di cui valersi. Sarebbero d’aiuto accordi con i diversi ministeri partner su stipendi, orari, mansioni e referenti.

E non è facile?

Può esserlo nei Paesi europei e occidentali, dove abbiamo dimestichezza con questi accordi e contratti. Ma ci sono persone o congregazioni di cui ancora ci si approfitta quando non ci sono tali accordi scritti. Questo può portare a situazioni in cui una o più sorelle non lavorano più per la diocesi o per il parroco e di conseguenza perdono l’alloggio, diventano quasi homeless senza preavviso. O a casi in cui la religiosa risponde più al datore di lavoro che alla congregazione: le autorità ecclesiastiche le dicono devi fare questo o quello, senza tenere conto degli obblighi che ha verso la sua comunità. E le due cose vanno in conflitto… è come se avesse due capi. Nella Chiesa ci sono molte cose date per assodate: che noi siamo molto generosi, che usciamo dagli schemi se c’è da fare qualcosa di speciale. Non voglio rinunciare a questa caratteristica, ma penso che a volte venga sfruttata. E poi c’e’ una questione più grande.

Quale?

Quella della responsabilità. Nell’area dell’assistenza ai bambini e alle persone vulnerabili, ad esempio, abbiamo bisogno di ruoli molto chiari, scritti in modo che le persone siano chiamate alla responsabilità del proprio comportamento. La cultura dei diritti va in due direzioni: noi sorelle dobbiamo aderire a ciò che ci viene chiesto, altrimenti possono succedere anche cose brutte. Purtroppo ci sono stati casi in cui le sorelle non hanno fatto la cosa giusta. Dobbiamo essere onesti e assumerci le responsabilità. Codici di condotta firmati in questi casi possono aiutare.

Da dove bisogna partire?

Dalle nostre congregazioni: sia noi sorelle che la nostra Congregazione, dobbiamo sapere quali sono le nostre mansioni, l’ assegno di sussistenza, il nostro tempo di ricreazione, la nostra quota di vacanze, se possiamo usare o no una macchina, come possiamo ottenere un permesso. L’incertezza non aiuta a creare un buon comportamento. E se ti comporti male, o hai delle necessità extra, con un accordo scritto la superiora sa come reagire a queste richieste con i nostri partner: i parroci, le diocesi, le scuole, etc. In alcuni Paesi, come l’Australia, abbiamo questi accordi scritti, ma altrove no. E le sorelle possono essere più vulnerabili: se non sai quali sono i tuoi diritti, o te li vedi togliere, vivi nell’incertezza.

Chi deve occuparsene?

Non credo in regole calate dall’alto senza consultazione. Da parte dell’Unione Internazionale delle Superiori Generali, si possono suggerire esempi di queste politiche, accordi ministeriali, codici di condotta, modi di vivere tutte insieme. Ma poi sta alle leader locali condividere le buone pratiche e svilupparle dal basso verso l’alto: chiedendo alle sorelle cosa funzionerebbe in Nepal o in Sri Lanka, piuttosto che a Boston o Roma. E certe politiche vanno riviste, perché alcune di noi vivono come cento anni fa, ma i tempi stanno cambiando.

Cos’è che guida la necessità di essere più trasparenti?

Purtroppo gli abusi sessuali, finanziari e fisici: la Chiesa è stata portata di fronte alla responsabilità dei cattivi comportamenti.

Quanto è complicato stare al passo?

Parte del problema è che ora abbiamo molte sorelle anziane e non altrettante giovani. Le giovani hanno un nuovo modo di pensare, vedono il mondo anche attraverso i social media, vogliono avere più tempo per la ricreazione. Serve un’apertura mentale per affrontare questo. Viviamo in un mondo di consapevolezza di genere. Ma nella Chiesa c’è la questione del clericalismo e il controllo sulle parrocchiane e sulle religiose sta diventando fonte di tensione in alcune aree. Siamo chiamate al lavoro ma non sempre alla leadership. Movimenti come Me Too e Black Lives Matter hanno portato un grande segno di uguaglianza nel mondo. Però la nostra Chiesa è molto gerarchica, qualcuno di recente ha usato il termine gender blind: si fatica a comprendere il nostro contributo e come ci sentiamo quando non siamo riconosciute o ascoltate. Stiamo avendo più leader donne nella politica mondiale e la Chiesa non sopravviverà se non si adatta.

Una migliore condizione di lavoro è un punto di partenza?

Conosco suore che vanno a lavorare, poi tornano nella congregazione e devono occuparsi delle sorelle più anziane, cucinare…non hanno vita privata o momenti di riposo. Se non ci prendiamo cura di noi, anche con un aiuto psicologico, non possiamo prenderci cura delle persone intorno a noi con l’energia necessaria. Non è facile, perché le religiose pensano di doversi curare solo degli altri. Ma se non ti curi di te, puoi finire in burnout, arrabbiata, depressa… Se dici ad alta voce che c’è un problema, che hai bisogno di aiuto per cucinare, tutti sanno che c’è un problema. Se te lo tieni dentro, magari fai tutto. Ma sei più arrabbiata. E non viene bene.

di Federica Re David