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Tema del Mese

Delle proprie mani e della propria intelligenza

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02 ottobre 2021

Ecco come vivono le religiose. Per il resto c’è la Provvidenza


La scorsa estate le sorelle della Fraternità monastica di Gerusalemme hanno lanciato una raccolta fondi seguendo le moderne regole del crowfunding per rimettere in sesto la strada che conduce all’eremo di Gamogna, nel fiorentino, dove vivono dal 1998. In poco più di un mese, i 30mila euro necessari per realizzare l’opera sono arrivati.

Non è, però, sempre così. Lo sanno bene le “monache terremotate” di Sant’Angelo in Pontano, nelle Marche, costrette dal doppio sisma del 24 agosto e del 30 ottobre 2016 a traslocare nella Foresteria di Passo Sant’Angelo. Una sistemazione temporanea, in teoria. Le ventuno benedettine vi risiedono ormai da oltre cinque anni, in attesa che il monastero, Santa Maria delle Rose, venga restaurato. Così, nel 2019, hanno lanciato una campagna di finanziamento dal basso per costruire, accanto al casolare, un edificio in grado di ospitare il refettorio, una chiesa e camere per accogliere nuove vocazioni. La strada per arrivare ai 300mila euro previsti, tuttavia, è ancora agli inizi.

Non è insolito, negli ultimi tempi, che le religiose ricorrano al crowdfunding per riuscire a mantenere se stesse e le loro attività (vd. Ivana Pais a pag. 20). Ma è solo uno dei mille modi in cui si ingegnano per andare avanti (vd. Laura Eduati a pag. 16)

Perché oggi il problema del sostentamento delle religiose — considerate in tutte le varie distinzioni canoniche — è, appunto, un problema. La grande storia della vita consacrata femminile insegna che si vive del lavoro delle proprie mani e della propria intelligenza. Quando proprio non si arriva, c’è la Provvidenza. Una sfida quotidiana.

Il modello della condivisione

Ma oggi che le difficoltà economiche sono reali, il criterio evangelico di mettere il poco in comune è la forza e la specificità di questa forma di vita, e il modello, se ben articolato, potrebbe essere esportato anche nella società civile in modo che tutti abbiano meno, ma che tutti abbiano qualcosa. In tempi in cui il grande divario tra i pochi ricchi ed i molti poveri, scandalo e ferita per l’umanità, si sta aggravando, l’organizzazione e lo stile di vita delle donne consacrate offrono testimonianze utili. La povertà cui le religiose sono abituate è “modello” di sobrietà; la dipendenza della singola dalla comunità e della comunità da ciascuna singola con la condivisione dei beni materiali (oltre che spirituali) è “modello” d’impresa. L’abitudine a non sprecare è “modello” sociale. Lavorare insieme è cultura della solidarietà.

La diseguaglianza tra le suore di una congregazione non c’è. Che vivano in un Paese ricco o in uno povero, le suore di una stessa congregazione hanno tutte lo stesso sostegno.

 

Meno aiuti durante la pandemia

La pandemia ha aggravato la crisi già in corso interrompendo le attività tradizionali di monasteri, abbazie e conventi che storicamente, oltre che luogo di preghiera e aiuto per il prossimo, sono stati centri culturali, sociali ed economici. Il monastero è stato per secoli una piccola città, generalmente autosufficiente, aiutato dal fatto che le suore spesso erano di origine gentilizia e portavano in dote terre e beni (vd. Francesco Grignetti a pag. 34). Hanno resistito così fino a tutto l’Ottocento. Poi l’impoverimento economico è stato progressivo.

Da ultimo, lockdown e restrizioni alla mobilità – primo fra tutti l’azzeramento del turismo religioso – li hanno mandati in crisi, esattamente come le altre imprese “secolari”. La recessione generale scatenata dal Covid, ha colpito anche la solidarietà e fatto crescere esponenzialmente le richieste di soccorso.

Ci sono meno benefattori? «Le donazioni non sono calate, non ci sono proprio. La situazione era già molto critica prima. Il virus l’ha portata all’estremo. La responsabile di una comunità di una quarantina di suore, tutte anziane, mi confidava di aver perduto quindici sorelle nel giro di poche settimane, durante la prima ondata di Covid 19. Per riuscire a pagare i funerali, ha dovuto chiedere aiuto fuori della comunità. Oltretutto, di colpo, la comunità s’è ritrovata con quindici pensioni in meno. È solo un caso, ma indicativo delle enormi difficoltà per le religiose» racconta suor Claudia Grenga, suora della Carità di Santa Giovanna Antida ed economa dell’Unione superiore maggiori d’Italia (Usmi), organismo nato nel 1950 per dare voce agli oltre seicento Istituti religiosi femminili che aderiscono all’Unione.

 

Nessun finanziamento esterno

Come vivono le religiose? Non si può generalizzare. Le statistiche dicono di circa 650mila donne sparse nei cinque continenti e la situazione è diversificata, cambia per Paese, congregazioni, famiglie religiose, istituto; dipende anche dal singolo carisma. Dipende se sono attive o contemplative. Suore o monache.

Ma, vale per tutte, le religiose non hanno forme di finanziamento esterno e devono mantenersi con le proprie — oggi poche — forze (mentre, ad esempio, in Italia c’è l’Istituto per il sostentamento per il Clero che paga lo stipendio ai sacerdoti, base circa 1000 euro al mese).

Quelle che possono lavorano: insegnanti, educatrici, infermiere, ostetriche, e ci sono medici, badanti, operaie, cameriere, domestiche, ingegnere, architette. Altre sono impegnate nelle pastorali delle diocesi o al servizio della Santa Sede e da questa vengono pagate. Ci sono quelle che guadagnano abbastanza e quelle che non hanno nulla o solo la pensione sociale. «Fino a una ventina d’anni fa, si poteva parlare orientativamente di quattro forme di sostentamento: lavoro dipendente, donazioni, attività produttive e pensione di vecchiaia. Ormai, con l’incremento dell’età media delle religiose, è quest’ultima la risorsa principale», prosegue suor Claudia. Si tratta di un introito mensile fisso — il cosiddetto assegno sociale — per quante hanno compiuto 65 anni ed è indipendente da qualunque versamento contributivo. L’importo, però, è basso: tra i 450 e i 600 euro, che le destinatarie mettono in comune e a servizio della comunità. «In teoria, essendo qualcosa che attiene alla persona, dovrebbe arrivare su un conto privato. Questo, però, sarebbe incompatibile con il voto di povertà. Esistono, pertanto, accordi con l’Inps e gli altri enti previdenziali in modo da ricevere l’assegno sul conto unico della comunità dove la suora risiede. In ogni caso, se ciò non è possibile, quest’ultima ritira il denaro e lo consegna personalmente alla responsabile di comunità affinché sia condiviso. In genere, vengono messe in comunione anche le eredità ricevute dalle famiglie d’origine. Non è un obbligo per le suore di vita attiva — sì per le monache — si fa qualora la persona lo ritenga opportuno. Di certo risulta difficile amministrare dei beni in proprio».

La comunione dei beni

Il voto di povertà naturalmente non implica una vita di miseria. Significa non disporre di denaro proprio. Per provvedere alle proprie esigenze specifiche, tuttavia, la singola suora ottiene quanto le occorre dalla responsabile di comunità o dall’economa. La condivisione riguarda pure lo stipendio di chi svolge un lavoro dipendente, retribuito in base al contratto collettivo nazionale.

«Quelle con un impiego regolare, tuttavia, sono sempre meno a causa dell’innalzamento dell’età media delle religiose. Il che implica un drastico calo delle risorse mensili. Per quanto riguarda le donazioni, queste appartengono a un’altra epoca e ad un’altra visione del mondo. Le donazioni, poi, erano per la missione, per la realizzazione di opere e spesso vincolate ad esse. C’è ancora qualche fondazione a cui ci si può rivolgere in emergenza ma si tratta di piccole offerte. Una modalità per ottenere aiuti è quella di preparare dei progetti e proporli alla Conferenza episcopale italiana (Cei) o all’Unione Europea o ad altri organismi. Le procedure richieste sono, tuttavia, complesse e articolate: solo gli istituti più organizzati riescono a districarsi», sottolinea l’economa dell’Usmi. Le attività produttive sono ridotte al minimo. Per le scuole paritarie, già in deficit, e le case per ferie, la pandemia ha prodotto un vero e proprio tracollo finanziario. «Solo i corsi professionali finanziati dalla Regione resistono. Le cliniche convenzionate sono poche e, a causa della mancanza di forze, sono perlopiù affidate alla gestione di cooperative esterne. I lavori prima svolti dalle suore — come forma di contributo alla vita della propria famiglia religiosa — ora sono effettuati da dipendenti regolarmente assunti, cosa che impoverisce ulteriormente le casse degli istituti. Restano le case-famiglia, dove sono accolti i bambini di famiglie in difficoltà. Comuni e Regioni, tuttavia, fanno fatica ad onorare gli impegni con puntualità e le religiose sono costrette a fare salti mortali per non fare mancare il necessario, a costo di indebitarsi. Per far fronte alla situazione, si sta cercando di formalizzare una forma di retribuzione, per quanto minima, per le attività pastorali svolte dalle religiose nelle diocesi e nelle parrocchie. Al momento non esiste in modo sistematico, anche se qualche vescovo o parroco prevedono un piccolo compenso. Vorremmo, però, che questo non fosse solo un atto di buona volontà ma una norma e si sta lavorando per stabilire convenzioni tra le diocesi e le congregazioni religiose».

Impiegate in diocesi e parrocchie

Il lavoro delle suore per la Chiesa, che spesso è gratuito, anima dibattiti e riflessioni. Due anni fa durante un workshop organizzato dalla Uisg, l’Unione internazionale delle superiore generali, su prevenzione del burnout e resilienza nella vita religiosa, la relatrice Maryanne Loughry aveva attirato l’attenzione sugli orari delle suore all’interno delle strutture ecclesiali. Oggi suor Maryanne ribadisce che «sarebbero di aiuto accordi con i diversi ministeri partner su stipendi, orari, mansioni e referenti» ( vd. Federica Re David a pag. 18).

Certo, si dà per scontato che chi appartiene a un ordine religioso riceve alloggio e vitto, ma il problema non è come vive, quello che mangia e dove dorme la singola suora. Il problema è il sostentamento della famiglia religiosa, oggi alle prese oltretutto con un altro serio problema: la tutela dei beni, che vuol dire custodia ma anche mantenimento. In alcuni casi sono fortunatamente ancora sostanziosi, ma spesso si tratta di beni immobili non più redditizi e bisognosi di interventi, opere di riparazione o consolidamento. I beni degli istituti sono beni ecclesiastici e gli istituti devono preoccuparsi della loro gestione avendo chiaro e fermo che l’impiego delle risorse economiche deve essere sempre al servizio dei fini del proprio carisma.

 

Ogni istituto infatti fa da sé

Ogni monastero è sui iuris, gode di autonomia giuridica. Ma se questo è segno e garanzia di indipendenza e quindi di libertà, il contrappasso è che talvolta ci sono più difficoltà per interventi e aiuti dall’esterno.

Così molti conventi chiudono, poche suore e troppe spese di gestione. Lo scorso maggio, le tre religiose rimaste al monastero di Santa Croce di Sabiona, in Alto Adige, hanno dovuto lasciare la struttura dopo oltre tre secoli. «Quando una comunità non può più assicurare il suo futuro economico in modo autonomo, l’addio è un passo necessario anche se drastico. Farlo ora non significa fallire, ma è segno di responsabilità. Tutto ciò che un monastero ha vissuto e realizzato durante la sua esistenza rimane prezioso e fruttuoso» ha spiegato il responsabile della congregazione benedettina di Beuron, l’abate Albert Schmidt.

La situazione è ben presente alla Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica. Un anno fa più trecento suore di clausura, tutte superiore o econome, provenienti da tutta Italia, si sono ritrovate a Roma all’Auditorium Antonianum, per partecipare al convegno «Economia a servizio delle forme di vita contemplativa», organizzato dalla CIVCSVA per trasmettere alle religiose alcune linee guida per amministrare al meglio il patrimonio delle proprie comunità.

Sul sito della Fondazione Monasteri, suor Monica della Volpe, Badessa di Valserena, il monastero trappista toscano, scrive che le sorelle hanno sottolineato che il patrimonio è finalizzato alla missione (o fine) del carisma, e va mantenuto; che sono importanti la contabilità e i bilanci; che la trasparenza è una forma di testimonianza; che trasparenza, responsabilità e fiducia sono essenziali anche per il buon funzionamento di una attività; che gestire i beni non è una cosa separata dalla vocazione religiosa: fa parte della vocazione stessa, della sua testimonianza, della sua missione. E anche che l’economo della comunità di vita consacrata non deve essere un esperto di tutto, un tuttologo; per tante materie si possono consultare periti e tecnici. Che compito dell’economo è “pensare”: capire cosa vogliamo e progettare, programmare come gestire. Che una missione forte ha bisogno di una economia forte. E che economia forte verrà tradotta soprattutto come lavoro serio, competente, impegnato, sostenibile, ossia adatto alle forze della comunità e anche con possibilità di smercio e di reddito: insomma non un gioco o un passatempo ascetico, ma un vero strumento per guadagnare il proprio pane. «E allora, anche se la comunità abitasse in uno splendido monastero del xii secolo, la sua povertà evangelica avrà un senso forte, e la bellezza, lo splendore saranno tutti a edificazione degli animi e a gloria di Dio».

 

L’assistenza per le claustrali

Data la situazione particolarissima delle contemplative, meno di 40 mila nel mondo, poco più del 6 per cento delle religiose, a favore delle claustrali c’è un Segretariato assistenza monache, ente collegato alla Congregazione per gli Istituti di vita consacrata le società di vita apostolica (Tiziana Campisi a pag. 28 ). Le nuove regole dell’istruzione Cor orans, del 2018, dispongono, per il riconoscimento dell’autonomia di un monastero, «condizioni economiche tali da garantire alla comunità di provvedere da sé alle necessità della vita quotidiana». Compito che le claustrali assolvono svolgendo le attività più disparate. Dal tradizionale impegno nell’orto e in cucina per preparare marmellate e dolci, abiti e linee di cosmetici, affitto di alloggi, bed&breakfast. Dormire dalle suore o dalle monache è economico, e salutare: le colazioni a base di prodotti della casa sono eccellenti.

La riconversione e la diversificazione delle attività è ulteriore segno di consapevolezza dei tempi e di lungimiranza. Con audacia le religiose combinano il carisma che ha animato i fondatori e le fondatrici con la storia di oggi. Con molta determinazione affinano le strategie di marketing, intelligentemente usano i media e la tv. Un anno fa l’allora superiora generale delle Oblate del Bambino Gesù, suor Maria Daniela Faraone, ha messo a disposizione la casa per ferie “La Culla” di Sorrento, come set del reality Ti spedisco in convento, di cui sono state coprotagoniste lei stessa e le sue suore, insieme a un gruppo di ragazze in cerca di gloria televisiva.

 

Formazione e competenza

Districarsi nella gestione amministrativa e finanziaria, tuttavia, non è semplice. Da qui l’esigenza di una formazione adeguata. «Quest’ultima è a carico dei singoli ordini e congregazioni. A seconda delle esigenze e delle possibilità, essi sostengono gli studi in Economia e Diritto di alcune sorelle — afferma suor Claudia —. Da alcuni anni, inoltre, la Pontificia università del Claretianum ha un diploma in gestione degli enti ecclesiastici, articolato durante tre semestri, per le religiose incaricate di amministrare».

Del resto, alcune famiglie religiose hanno ancora numeri molto elevati, e sedi nei cinque continenti. Sono “imprese” multinazionali. Le Figlie della carità di san Vincenzo de’ Paoli — le più numerose — sono circa 15 mila, le Figlie di Maria Ausiliatrice 12 mila, le Carmelitane scalze 10 mila, le Clarisse francescane 7 mila e 6.500 le Clarisse.

Numeri a parte, però, «il vero segreto – è la conclusione di suor Claudia Grenga — per una buona conduzione resta ad ogni modo quello del Vangelo: mettere quanto si ha in comune come la Chiesa delle origini e lavorare tutte per l’unica causa che è la realizzazione di una forma di vita evangelica in pienezza, secondo il carisma proprio, a servizio dei fratelli». Essere lievito: è questo, in fondo, l’autentico — nonché più difficile — core business.

A cura di Lucia Capuzzi
Giornalista «Avvenire»