· Città del Vaticano ·

Scritture

Miriam, vita e destino

Josef Straka, «Agar e Ismaele nel deserto», 1888  Belvedere, Vienna
03 luglio 2021

All’origine del nome le parole amarezza e ribellione


Le Scritture d’Israele menzionano cinque donne “profeta”: Miriam (Esodo 15, 20), Debora (Giudici 4, 4), Culda (2 Re 22, 14; 2 Cronache 34, 22), la madre del figlio di Isaia (Isaia 8, 3) e Noadia (Neemia 6, 14). Gioele 3, 1-2 ed Ezechiele 13, 17 menzionano donne che profetizzano e il Talmud, compendio ebraico post-biblico, aggiunge Sara, Anna, Abigail ed Ester. Il Nuovo Testamento descrive diverse donne che profetizzano, tra cui Anna (Luca 2, 36-37), le quattro figlie di Filippo (Atti 21, 9) e alcune donne nella congregazione di Corinto (1 Corinzi 11, 5).

I profeti biblici trasmettono messaggi di giustizia: offrono una visione di ciò che dovrebbe e potrebbe essere. Spesso sfidano lo status quo. Quando c’è resistenza, danno prova di convinzione e coraggio.

Miriam costituisce il modello della profetessa. Sebbene le origini del suo nome siano ignote, la tradizione ebraica ne propone due letture. Anzitutto potrebbe derivare dalla parola ebraica che sta per “amarezza” e quindi riflettere la nascita in schiavitù di Miriam (Esodo 1, 14). Ma potrebbe anche derivare dalla parola ebraica che significa “ribellione”.

Secondo Esodo 2, il faraone, signore dell’Egitto, ordina che tutti i figli maschi nati a schiavi ebrei vengano affogati. Una madre ebrea depone il proprio figlio in un cesto sul Nilo nella speranza che un egiziano lo salvi. La figlia del faraone vede il bambino, deduce che è un israelita e, sfidando gli ordini del padre, decide di crescerlo. Allora la sorella del bambino, in seguito identificata con Miriam, dice: «Devo andarti a chiamare una nutrice tra le donne ebree, perché allatti per te il bambino?» (Esodo 2, 7). Miriam, l’ebrea schiava, protegge suo fratello e, di riflesso, il suo popolo.

Quando infine gli Israeliti sfuggono alla schiavitù, Mosè e gli Israeliti cantano un canto che esalta la salvezza di Dio (Esodo 15, 1). Tuttavia, Esodo 15, 20-21 recita: «Allora Miriam, la profetessa, sorella di Aronne, prese in mano un timpano: dietro a lei uscirono le donne con i timpani, formando cori di danze. Miriam fece loro (plurale maschile) cantare il ritornello: “Cantate (plurale maschile) al Signore perché ha mirabilmente trionfato”».

Oltre alle donne, Miriam esorta a cantare anche gli uomini. Per giunta, poiché donne come Debora (Giudici 5), Anna (1 Samuele 2, 1-10) e Giuditta (Giuditta 16) hanno celebrato la vittoria col canto, è probabile che Miriam abbia composto il Cantico di Mosè originale.

Infine, Miriam addirittura sfida Mosè. «Miriam e Aronne parlarono contro Mosè a causa della donna cuscita che aveva sposata» (Numeri 12, 1). In questo verso Miriam è citata prima di suo fratello, il sacerdote Aronne, e per di più il verbo ebraico tradotto con “parlarono” è al singolare femminile. Quando la sintassi ebraica usa la forma singolare femminile del verbo per un soggetto composto misto (per esempio Genesi 33, 7) l’enfasi è posta sulla donna.

La rimostranza di Miriam non è rivolta contro il matrimonio misto con una donna cuscita (termine che probabilmente indica l’Etiopia; l’antica parafrasi aramaica ebraica di questo verso glossa “cuscita” con “bella”). Piuttosto, Miriam parla a nome di questa moglie, poiché Mosè, rimanendo ritualmente puro visti i suoi frequenti contatti con il divino, non è un buon marito. Quando lei (e Aronne) domandano «Il Signore ha forse parlato soltanto per mezzo di Mosè? Non ha parlato anche per mezzo nostro?» (Numeri 12, 2) la risposta è «sì, ha parlato anche per mezzo vostro». Dio manda a Miriam la lebbra per aver sfidato l’autorità di Mosè, ma gli israeliti attendono che sia guarita prima di proseguire il loro cammino. Il profeta Michea (6, 4) afferma che Dio ha mandato “Mosè, Aronne e Miriam” a guidare il popolo.

Più di un millennio dopo, un’altra Miriam ha protetto un bambino e, cantando, ha sfidato l’autorità e celebrato la vittoria di Dio. Luca 1, 27 identifica «una vergine, promessa sposa di un uomo (…) chiamato Giuseppe». La vergine si chiamava Mariam, traduzione greca dell’ebraico Miriam.

Il nome ricorda quell’altra Miriam, che guidò il suo popolo fuori dalla schiavitù. Ricorda anche Mariamne, la moglie asmodea di Erode il Grande, che rappresentava il governo ebraico piuttosto che romano. Quando Mariam canta «ha guardato l’umiltà della sua serva» (in greco: doule; Luca 1, 48) ricordiamo Miriam e il suo popolo, schiavi in Egitto. Quando Mariam proclama «ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili» (Luca 1, 52) ricordiamo l’esodo. Miriam e la sua omonima Mariam sono profetesse le cui parole e azioni resistono contro qualsiasi cosa impedisca agli uomini di prosperare.

di Amy-Jill Levine