· Città del Vaticano ·

Matriarche

Il piano “eversivo” di Rebecca

Spagnoletto, «Giacobbe carpisce  la benedizione di Isacco  con l’aiuto di Rebecca», 1637 Museo del Prado, Madrid
03 luglio 2021

Il secondo figlio al posto del primo: l’inganno che cambiò la storia


L’uomo che aveva sposato non era quello che pensava. Le parole, lo sguardo, i regali: sembrava tutto bello, ma ben presto si rese conto che la realtà era un’altra. Per di più, lei era la sola a non essersene accorta e nessuno l’aveva messa in guardia.

Rebecca era bellissima, spigliata e intraprendente, ma in casa non le rivolgevano mai la parola né mai le chiedevano che cosa pensasse: era una donna. Non aveva accesso – quanto l’avrebbe desiderato! — alla tenda del padre, dove questi e suo fratello prendevano le decisioni per tutti. Avevano scelto anche per lei, disponendo a proprio vantaggio del suo futuro e della sua vita, senza preoccuparsi dei rischi cui l’avrebbero esposta e, quel che è peggio, l’avevano illusa di essere lei a decidere di seguire quell’uomo venuto da lontano che l’aveva sedotta. Non le era parso vero quel giorno che le chiedessero un parere prima di darla in moglie! Quando l’aveva incontrato al pozzo, lui le era corso incontro e — unico — le aveva rivolto la parola, l’aveva ammirata in silenzio, l’aveva adornata di gioielli. Accettò di buon grado di partire subito con lui, ma tutti, suo padre, suo fratello e persino sua madre si erano ben guardati dal farle sapere chi fosse veramente quell’uomo.

La disillusione è un’esperienza che nessuna donna mette in preventivo.

Andò con lui, ma non divenne sua sposa: fu data in moglie a Isacco, figlio di Abramo, decisamente meno attivo ed estroverso: l’uomo con cui era partita da casa era solo un servo, inviato a cercare moglie per il figlio del padrone. Il matrimonio da sogno durò quindi meno di un viaggio. Quando si rese conto di essere stata ingannata dai suoi era troppo tardi. Lontana da casa, in un Paese straniero, sola: l’avvenire non era come l’aveva immaginato.

Mai avrebbe pensato di sposare un uomo così statico! Col tempo imparò a conoscerlo nei suoi gusti, nelle sue ferite, negli argomenti tabù, nelle sue debolezze, nella sua totale mancanza di iniziativa: era un uomo di poche pretese, un perdente, incredibilmente fatalista. L’aveva amata fin dal primo istante — è vero — ma lei aveva sentito che lui stava cercando solo consolazione per il dolore della perdita di sua madre. Quell’amore non bastava a farle guardare al futuro con speranza né a farla sentire donna. In seguito, Isacco sarebbe giunto persino a farla sentire in colpa per la sua bellezza, a negarle la dignità di moglie, nascondendola sotto il ruolo di sorella, come già suo padre aveva fatto con sua madre. A lui che cercava in lei sembianze materne, d’altro canto, lei non riusciva a dare figli; la sua intraprendenza ben presto si disciolse nel languore. Di fronte alla sua sterilità, lui pregava il suo Dio.

Dopo vent’anni, fu esaudito. La vita tornò in lei, ma la gravidanza, a lungo attesa, fu a tal punto travagliata da lasciarla senza parole e senza fiato, col timore di morire. Perché tutto questo? Perché a lei? Perché vivere, se la vita desiderata è solo sofferenza? Fu allora che Rebecca decise di fare di testa sua: andò personalmente – lei, donna – a consultare il Signore.

Ottenne risposta, ma il sibillino oracolo non alleviò il suo disagio: la sua situazione immediata di dolore non fu minimamente considerata, anzi, vi fu aggiunto il presagio di complicazioni future. Al momento del parto, si confermò quanto il suo intuito femminile aveva anticipato: erano due gemelli.

La turbolenza del loro conflitto, da lei conosciuta e patita fin dal grembo materno, raggiunse l’apice quando si iniziò a parlare di successione. Il rozzo Esaù non era chiaramente all’altezza, ma era il primogenito e Isacco non pensava che a lui. Nel suo cuore di madre, invece, lei abbracciava entrambi i figli, sebbene con Giacobbe avesse un rapporto speciale. In lui, calmo ma scaltro, scorgeva le qualità adatte per tutelare il benessere di tutti. Questi, però, era il minore e le tradizioni non gli lasciavano scampo. Rebecca allora si ribellò. Non era più disposta ad accettare che tutto procedesse con patriarcale inerzia. Prese il comando, con la risolutezza di un tempo, ricorrendo alla sua conoscenza del marito e a ogni mezzo per garantire una possibilità a Giacobbe, disposta persino a separarsene, per evitare che il risentimento di Esaù causasse l’irreparabile. L’inganno, questa volta ordito da lei, ai danni di Isacco, infermo e cieco, cambiò la storia: pensando di benedire un figlio, questi rivolse all’altro la benedizione auspicata. Nessuno fece nulla per metterlo in guardia, avvisarlo dell’errore o trattenerlo.

Neppure Dio.

Il terrore lo assalì quando si rese conto di aver benedetto il figlio “sbagliato”, ma quello era il figlio “giusto” nella preferenza un tempo espressa da Dio: «Il maggiore servirà il minore». Rebecca non fece mai riferimento all’ultima parte dell’oracolo ricevuto anni prima per motivare il suo agire: tessendo le fortune della famiglia, non agì esplicitamente per Dio, ma per le proprie ragioni di donna e di madre. Tale sovvertimento, però, era la profezia a lei affidata, cui la sua iniziativa materna diede concretezza nella storia.

di Laura Invernizzi
Ausiliaria diocesana (Milano), biblista,
docente Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale 
e Università Cattolica del Sacro Cuore