· Città del Vaticano ·

L’omelia del cardinale Parolin per la solennità dei santi Pietro e Paolo

Un pescatore
e un intellettuale ricchi
della loro diversità

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30 giugno 2021

Così diversi, così necessari l’uno all’altro, il pescatore di Galilea e il dotto allievo di Gamaliele, Simone e Saulo di Tarso. Così leali, entrambi, nell’ammettere i propri errori; il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, celebrando la solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo a Berlino (in occasione del centenario delle relazioni diplomatiche tra Germania e Santa Sede) ha sottolineato questo apparente paradosso. Ricordando anche le parole di Pio xii , primo Nunzio Apostolico in Germania, dopo l’apertura delle relazioni diplomatiche nel 1920, pronunciate durante l’Udienza generale del 17 gennaio 1940: «Quali che siano il nome, il volto, le origini umane di ogni Papa è sempre Pietro che vive in lui; è Pietro che dirige e governa; è Pietro soprattutto che insegna e diffonde sul mondo il lume della verità liberatrice». La festa dell’unità — tanto profonda quanto misteriosa — delle pietre vive della Chiesa, a Berlino, città per tanto tempo simbolo della divisione della Germania, come pure della cortina di ferro che divideva il mondo in due blocchi, orientale e occidentale, ha un valore speciale, un surplus di profezia e di speranza.

Pietro e Paolo hanno dato la vita nella stessa città, ma in due luoghi differenti, oltre che in date e anni diversi. «In modi diversi hanno radunato l’unica famiglia di Cristo», recita il solenne Prefazio della messa che viene celebrata ogni 29 giugno. Pietro era pescatore e proveniva dalla Galilea, la regione più cosmopolita e distante, non solo geograficamente, dal centro, dalla purezza cultuale di Gerusalemme. Paolo era invece cresciuto proprio in quelle tradizioni religiose, tanto da definirsi «accanito nel sostenerle»; l’uno a suo agio con reti e imbarcazioni, l’altro con i rotoli della Legge; Pietro più pragmatico, Paolo più dotto; Cefa fu il primo a riconoscere il Cristo, Paolo, tra gli apostoli, l’ultimo.

E la lista di “diversità” potrebbe continuare. Quando iniziarono la missione, Pietro si rivolse ai compatrioti, Paolo ai pagani. Diversi per formazione e per temperamento, cosa che li portò anche a discutere animatamente, come lo stesso Paolo racconta nella lettera ai Galati.

Il loro esempio ci ricorda che l’unità non dipende dalla condivisione di orientamenti comuni – al modo della politica – ma dalla profondità del radicamento interiore in Dio. Non solo: sia Simone che Saulo di Tarso ci insegnano a non aver paura dei nostri limiti.

Entrambi hanno sperimentato fino in fondo le proprie incapacità, i propri fallimenti. Pietro, che aveva riconosciuto in Gesù il Cristo, è arrivato a rinnegarlo nel momento più drammatico e doloroso della sua vita terrena. Paolo, dopo aver approvato il martirio di Stefano, continuò a perseguitare la Chiesa, sporcandosi le mani del sangue innocente di coloro che di lì a poco avrebbe chiamato fratelli. Le vite dei modelli a cui la Chiesa fa volgere lo sguardo, ogni 29 giugno, non sono luminose e lineari, ma complesse, contraddittorie, tortuose e ferite da grandi cadute.

Pietro, generoso ma fragile, è divenuto roccia salda quando, a Pasqua, ha sperimentato la forza della misericordia di Gesù, più grande delle sue miserie. Ricostituito dal perdono di Cristo, ha dato la vita per i fratelli. Paolo, prima irrigidito in una religiosità basata sull’osservanza puntigliosa della Legge, ha cambiato vita quando è stato disarcionato dalle sue sicurezze e si è aperto al Dio della grazia. Ed è arrivato a vantarsi delle sue debolezze purché dimorasse in lui l’unica cosa che conta, la grazia di Cristo.

Così entrambi hanno scoperto il primato della grazia: hanno capito che la vita cristiana non poggia su buone intenzioni religiose o su progettualità umane, ma sull’apertura docile alla sorprendente azione di Dio, che ha fatto di loro quello che non avrebbero mai immaginato e che da soli non sarebbero mai riusciti a diventare.

Il Signore, ha ripetuto Papa Francesco celebrando la solennità dei santi Pietro e Paolo, non è attratto dalla nostra bravura, non è per questo che ci ama. Cerca gente che non basta a sé stessa, ma è disposta ad aprirgli il cuore.

Riconoscere il “primato della grazia”, ha sottolineato Parolin, è il passo decisivo della vita spirituale, che non coincide con una collezione di meriti e di opere nostre, ma deriva dall’accoglienza di Dio. Lo stesso “metodo” resta valido anche oggi. Non salviamo nessuno e nemmeno noi stessi con le nostre forze. Se in primo luogo ci sono i nostri progetti, le nostre strutture e i nostri piani di riforma scadremo nel funzionalismo, nell’efficientismo, nell’orizzontalismo e non porteremo frutto.

Proprio quanto il Papa aveva raccomandato alla Chiesa tedesca, in occasione della Solennità del 29 giugno di due anni fa, con una lettera in riferimento al Cammino sinodale: «Ogni volta che la comunità ecclesiale ha cercato di uscire da sola dai suoi problemi, confidando e focalizzandosi esclusivamente sulle proprie forze o i propri metodi, sulla sua intelligenza, la sua volontà o prestigio, ha finito con l’aumentare e perpetuare i mali che cercava di risolvere».