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PER LA CURA DELLA CASA COMUNE
Il nuovo corso organizzato dalla Pontificia Università Antonianum

Laurea nell’ascolto
di tutte le cose

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28 giugno 2021

Il 30 giugno prossimo, alla Pontificia università Antonianum verrà presentata la nuova Licenza in ecologia integrale, che ha già beneficiato di un primo pregevole fruitore: il Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo i. Lo scorso ottobre, infatti, l’Antonianum ha avuto l’onore di conferire il dottorato honoris causa in Filosofia, con specializzazione in Ecologia integrale, al principale ispiratore della Laudato si’, cui si addice giustamente il titolo di “patriarca verde”. Quali le novità pedagogiche e didattiche, oltre a quelle concernenti i contenuti e le metodiche transdisciplinari, di questo inedito percorso di studi? Quali le nuove competenze o abilità, anche professionali, proposte? Quale cioè, il profilo in uscita dello studente della Licenza in Ecologia integrale? Quali gli ambiti di impiego professionale per quanti si candidano a una formazione ecologico-integrale? Ci soffermiamo brevemente sui presupposti, necessari per avviare una riflessione intorno a questi interrogativi.

Fratello sole, sorella luna, frate vento, sora acqua, madre terra! La relazione è, indubbiamente, il cardine dell’ecologia integrale: un paradigma, una visione, prima che una conoscenza, una competenza, una prassi. La “relazione” deve, dunque, considerarsi centrale anche per un percorso didattico, come quello che proponiamo con la Licenza in Ecologia integrale. La centralità della relazione deve riguardare in primis la comunità accademica, che si assume la responsabilità di una tale proposta formativa integrale. Una relazione ad intra, capace davvero di imprimere forma fraterna al corpo docente, in cui i singoli percorsi didattici siano effetto di una convivialità sinergica. La relazione principale non è, però, quella interna, accademica, bensì quella aperta all’incontro con lo studente: l’alterità per eccellenza del corpo docente. Anche lo stesso studente, cui si commisurano le relazioni della comunità accademica, è immerso, però, in un mondo di relazioni: famigliari, personali, sociali, lavorative; relazioni umane e relazioni con l’ambiente naturale, con le creature tratte dalla madre terra; relazioni con il mistero in cui tutto quanto esiste trova la sua origine.

È da queste relazioni concrete che si deve cominciare a costruire una conoscenza, una pedagogia adatta alla visione dell’ecologia integrale. Non si tratta di relazioni statiche, ma di una relazionalità dinamica, stimolatrice di processi, mossi da scelte, le quali sono il prodotto di una determinata percezione della realtà. Come viene vista, osservata la realtà? È questo il grande tema della conoscenza! Come si apprende a conoscere? Come stare in ascolto? Come ascoltare tutti, a cominciare dai più vulnerabili? Come ascoltare tutte le cose? È un ascolto, una conoscenza, che va cercata insieme, ovvero dentro una dinamica relazionale che, potenziando le interazioni e le sinergie, viene a costituire il cuore dell’apprendimento ecologico integrale. A modello dell’ecologia integrale viene indicato, infatti, Francesco d’Assisi, proprio perché egli integra tutti i livelli relazionali; alla relazione con il “Padre di tutte le cose”, origine della famiglia cosmica, aggiunge la relazione con se stesso, eredità del pensiero greco, quindi la relazione con gli altri, obiettivo per eccellenza del cenobitismo monastico, esito del diritto romano. L’ultima dimensione relazionale, la vera novità dell’enciclica Laudato si’ e l’originalità stessa del Cantore delle creature, che in pieno Medioevo inventa il sentimento verso la natura (J. Le Goff), è, però, la relazione “cum tucte le sue creature”. È questa l’antropologia integrale sulla quale deve fondarsi ogni approccio pedagogico, che aspiri all’obiettivo della “conversione integrale”. L’ascolto, l’osservazione della realtà dovrà, cioè, essere orientata a rilevare e a sperimentare come “tutto è connesso”. Non ci può essere nessuna conoscenza parziale, frammentaria, ma la comprensione di una determinata realtà non potrà definirsi che nella relazione con l’insieme delle altre componenti della realtà, e tutte pensate in un continuo processo di cambiamento (il tutto è superiore alla somma della parti; il tempo è superiore allo spazio: la realtà all’idea, l’unità al conflitto, cfr. Evangelii gaudium).

Se accettiamo, però, che la conoscenza sia fondata sull’interconnessione dinamica, che sia il moto continuo delle relazioni a tracciare la mia identità, occorre allora rinunciare all’idea di un fondamento ultimo di tutte e cose, che ha guidato per secoli la ricerca scientifica occidentale. Se, infatti, esiste un tale fondamento, questo dovrebbe essere immaginato come una sorta di vacuità, un’assenza di possesso, che permette una fruizione gratuita delle cose: quello stupore che consente di percepire la realtà alla luce del mistero. Come ricorda anche Carlo Rovelli, studioso della teoria quantistica, citando il filosofo buddista Nāgārjuna (150 a.C.): «Ogni prospettiva esiste solo in dipendenza da altro, non è mai realtà ultima... nessuna metafisica sopravvive. La vacuità è vuota». Si potrebbe tradurre una tale prospettiva con quell’assenza di dominio prospettata dalla Laudato si’, rifacendosi, ancora una volta, al Francesco pater pauperum: «La povertà e l’austerità di san Francesco non erano un ascetismo solamente esteriore, ma qualcosa di più radicale: una rinuncia a fare della realtà un mero oggetto di uso e di dominio» ( Ls 11). In questo stesso paragrafo, l’enciclica contrappone lo stupore e la meraviglia all’attitudine del «dominatore, del consumatore o del mero sfruttatore delle risorse naturali». La stessa critica del paradigma tecnocratico si dimostra una critica al dominio, più che una stimmatizzazione della tecnica. La rinuncia al possesso, la vacuità, quale sospensione anche del proprio pensiero, offrono dunque la chiave ermeneutica per una conoscenza integrale, presupposto per imparare a osservare, per apprendere a pensare in una prospettiva differente, integrale, cioè in relazione e dentro la dinamica relazionale. Un pensiero e una teologia che si radicano nell’opzione per i poveri, luogo teologico per lo svelamento dell’incarnazione, drammatizzata dalla croce e confermata dalla risurrezione, potrebbero fecondare anche il pensiero e la prassi. I misteri centrali della teologia cristiana si offrono, là dove riconoscono e affermano il valore dell’umano e del creato, come base narrativa per un proficuo dialogo tra le donne e gli uomini di buona volontà.

La conoscenza della realtà non è, dunque, unicamente un’osservazione statica, ma una contemplazione dinamica. La proposta didattica dell’ecologia integrale si collocherà, perciò, nella domanda di cambiamento, che lo studente giungerà a elaborare sulla base di una nuova osservazione della realtà: una domanda di trasformazione della realtà nell’ottica dell’ecologia integrale, scaturita da una osservazione, da una conoscenza integrale della realtà, possibile soltanto in conseguenza della rinuncia al possesso o almeno al dominio oppure alla riduzione di tutto a sé e alla propria prospettiva. Si tratta di dare vita a un progetto di cambiamento, che non abbia, però, la finalità di risolvere problemi, quanto piuttosto di evidenziare la domanda di cambiamento. Diversamente, si ricadrebbe nella logica tecnocratica, utilitaristica, soggiogata dall’idea di controllo della realtà, all’ossessione del dominio. La vera competenza dovrebbe essere, infatti, il pensare critico, dinamico e sistemico. Nel profilo in uscita dello studente di ecologia integrale si deve quindi prevedere l’attitudine del ricercatore e del tessitore di reti sociali, dell’animatore di processi, nei quali scorrono le stesse relazioni: il promotore di un pensiero divergente, che permette una continua uscita da sé, uno sguardo altro sulla realtà, un continuo cambio di prospettiva. Lo studente di ecologia integrale dovrebbe, dunque, imparare ad apprendere. Il paradigma dell’impresa come luogo educativo, focus della licenza, insieme a terra e polis, è stato assunto, infatti, con l’obiettivo di indicare la dinamicità dell’apprendimento, che rischia l’inedito: l’imprenditore, quale modello di inesausta intraprendenza. L’intraprendente è, infatti, colui che si getta in un’avventura, che previene il futuro, che si assume l’onere del rischio, che sa stare in un processo, che accetta una conversione continua, coltivando sempre l’umiltà/vacuità, che permette lo stupore per un altro da sé, mai riducibile a funzione utilitaristica, appannaggio del dominatore.

di Giuseppe Buffon