· Città del Vaticano ·

Cinquant’anni dell’organismo caritativo della Chiesa italiana

Gesti concreti di solidarietà

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26 giugno 2021

Nelle esperienze delle diverse diocesi


Una realtà fatta di volti, mani tese, volontari in ascolto, gesti concreti di aiuto e di solidarietà. In una parola, la carità interpretata nel contesto sociale e attuale, che si cala nel vissuto quotidiano dei poveri e dei bisognosi. È l’immagine della Caritas italiana emersa dalle sedici esperienze presentate nel corso dell’incontro di stamattina nell’Aula Paolo VI.

Prima dell’arrivo di Papa Francesco, sono state proposte alcune testimonianze vissute in varie parti d’Italia, che tracciano la vitalità dell’organizzazione. Basti ricordare quanto sta portando avanti la Caritas di Ventimiglia, della delegazione Liguria, a favore dei migranti che si addossano al confine con la Francia. Dal 31 maggio 2016, la chiesa di Sant’Antonio è diventata un centro di accoglienza. I volontari hanno cucinato, preparato letti, distribuito abiti puliti, portato bambini al mare. La chiesa si è trasformata in un ospedale da campo, dove per 440 giorni, tredicimila persone hanno trovato una prima ospitalità. Dall’Umbria, la ramificazione capillare delle Caritas ha permesso di portare l’abbraccio della solidarietà a una popolazione per la maggior parte sola e anziana, sparsa nelle periferie. Nel tempo, ciò ha contribuito alla nascita della “cultura del bussare” e della “carità del campanello” per arrivare a incontrare la gente nei luoghi dove soffre. Altra esperienza significativa è quella della delegazione regionale della Calabria, che ha portato avanti per circa 7 anni un progetto di animazione alla legalità, pensato come un seme di speranza per rompere la diffusa mentalità e le pratiche che vanno sotto il nome di “mafiosità”. L’iniziativa ha coinvolto tutti i soggetti presenti sul territorio: sono state realizzate 14 “opere-segno”, due delle quali attraverso l’uso di beni confiscati alla ’ndrangheta. Di “opere-segno” ha parlato anche il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana, nel saluto rivolto a Papa Francesco all’inizio dell’udienza. Esse, ha spiegato, indicano «piste nuove, nuovi percorsi di azione, nuovi stili, richiamando anche lo Stato, la politica, tutti, a traguardi più alti, all’attenzione alle nuove povertà, ad accorgersi dei problemi che ci sono nella società».

Ripercorrendo la storia della Caritas italiana, dalle origini a oggi, ha ricordato anche le figure che l’hanno guidata, a cominciare dai monsignori Nervo e Pasini. Nello svolgere la sua missione, ha detto il presidente della Cei, la Caritas non è stata lasciata sola, perché è parte «di una Chiesa viva in ogni diocesi e nelle parrocchie, antenne, orecchie e cuori che si adoperano ogni giorno accanto alle persone». Una realtà, ha aggiunto, che a volte è chiamata a «esercitare un’azione di supplenza, ma il cui ruolo resta prima di tutto educativo». E l’educazione alla carità «avviene nel contesto di un’attualità continuamente verificata».

Gli ha fatto eco, il presidente della Caritas italiana, l’arcivescovo Carlo Roberto Maria Redaelli, sottolineando di rappresentare quanti oggi e nel passato, nelle diverse diocesi, si sono dedicati agli altri. Portando nel cuore, soprattutto, i poveri, i loro sguardi, i loro volti, le loro fatiche. Il presule si è detto riconoscente ai poveri, perché sono «maestri nella via del Vangelo, con la loro inviolabile dignità di persone, la loro forza di non perdere la speranza, la loro vicendevole solidarietà». Infatti, il servizio dei poveri «in nome del Vangelo è ciò che ispira tutto il nostro agire».

di Nicola Gori