· Città del Vaticano ·

L’innaturale silenzio
del reparto pediatrico
dell’ospedale di Sana’a

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25 giugno 2021

Il reparto pediatrico dell’ospedale di Sana’a è diverso da tutti i reparti ospedalieri che ospitano i bambini. Qui non si sentono rumori, nessuno ride o corre nei corridoi, la malnutrizione ha fiaccato anche l’inarrestabile energia dei piccoli. Nello Yemen la metà dei bambini al di sotto dei 5 anni, 2,3 milioni di piccoli, soffre la fame e circa 400 mila di loro senza cure urgenti potrebbero non farcela. E la scienza ci dice quanto sia importante per la crescita e lo sviluppo di un bambino una buona nutrizione nei primi mille giorni di vita per prevenire i deficit di sviluppo.

Quando, poco tempo fa, il direttore esecutivo dell’agenzia Onu World Food Programme, David Beasley, ha visitato l’ospedale di Sana’a ha raccontato di essere rimasto colpito dal silenzio innaturale del reparto pediatrico. «Qui i bambini — ha detto — sono troppo malati o troppo deboli per ridere e urlare. E loro sono i più fortunati perché sono riusciti ad arrivare in ospedale». Dopo 6 anni di un conflitto brutale, quasi ogni bambino in Yemen ha bisogno di assistenza umanitaria, ma molte famiglie non possono neppure permettersi di pagare il trasporto dei figli in ospedale. Il Paese vive una delle emergenze umanitarie più gravi al mondo e l’Unicef parla di 12 milioni di giovani vite in pericolo, una generazione intera. In troppi chiedono l’elemosina in strada, lavorano nei mercati dove si raccoglie il Qat, una droga che si mastica. Sono obbligati a combattere o, se sono bambine, a sposarsi con uomini più vecchi. Henrietta Fore, direttore generale dell’Unicef ha denunciato come i bambini yemeniti crescono «nell’incubo di una guerra senza fine», minacciati dalla malnutrizione e da malattie mortali, come la diarrea causata dall’acqua non potabile. I servizi di base (istruzione, assistenza medica, idrica e igienico-sanitaria) sono collassati. Metà di tutte le strutture sanitarie non sono più operative, molte sono state distrutte. I restanti servizi stentano a rimanere in funzione. «Le famiglie esauste — ha denunciato la direttrice dell’Unicef — sono costrette ogni giorno a prendere decisioni che nessuno dovrebbe mai prendere: se fuggire dalle proprie case, se diminuire la qualità o la quantità di cibo che mangiano o dell’acqua che bevono, spesso entrambe». Ne deriva che quasi 50 mila persone vivono in una condizione di carestia e 5 milioni ci si avvicinano a grandi passi e 11 milioni di persone vivono nell’insicurezza alimentare mentre la malnutrizione, la diarrea e le infezioni respiratorie falcidiano l’infanzia.

E nonostante gli sforzi del World Food Programme, che grazie ai Paesi donatori in particolare Usa, Arabia Saudita, Emirati Arabi e Ue, sfama circa 13 milioni di yemeniti nei 9 governatorati dove il cibo è introvabile, la fame nello Yemen aumenta. E il conflitto, che non accenna a placarsi, costringe le famiglie ad abbandonare le loro case per la terza o quarta volta, fa crescere i prezzi degli alimenti fino al 200% mentre il valore del riyal yemenita fluttua ogni giorno e spinge verso il baratro milioni di persone. Inoltre la carenza di carburante limita l’accesso all’assistenza sanitaria e all’occupazione, impedendo alle persone di viaggiare anche solo per raggiungere i luoghi dove vengono distribuiti gli aiuti alimentari. Una guerra, quella che affligge lo Yemen, tra il governo centrale e il gruppo degli Houthi che ha avuto un’scalation costante dal 2015 ad oggi, provocando oltre 18.557 vittime civili tra marzo 2015 e novembre 2020, 4,3 milioni di sfollati e una forte recessione economica che ha lasciato più di 24,3 milioni di persone (80% del popolazione) bisognosa di assistenza umanitaria. L’appello di Unicef e World Food Programme è dunque rivolto ai Paesi donatori perché garantiscano finanziamenti continuativi per risollevare un Paese, e una popolazione stanca e fiaccata, dal baratro. I bambini dello Yemen, sottolineano le due agenzie Onu «meritano ciò che ogni bambino desidera: giocare, imparare, andare a scuola, farsi degli amici, guardare al futuro con speranza, non paura».

di Anna Lisa Antonucci