· Città del Vaticano ·

«Però l’estate non è tutto», il romanzo di formazione di Valerio Valentini

Vivere, non sopravvivere

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23 giugno 2021

Valerio Valentini ha esordito tre anni fa col romanzo Gli 80 di Camporammaglia (vincitore del premio Campiello Opera Prima), ambientato prima e sullo sfondo del terremoto aquilano del 2009, quando viveva in un sobborgo della città, colpita dal sisma poche settimane prima del suo esame di maturità classica. Il tema viene ora sviluppato in Però l’estate non è tutto (Milano, La nave di Teseo, 2021, pagine 203, euro 17), racconto fatto in prima persona dal protagonista Vittorio, omologo dell’autore, che riprende le mosse da dove finiva il primo.

Vittorio/Valerio si allontana a fatica dall’Aquila per andare a studiare giurisprudenza «il più lontano possibile», a Trento, e racconta quel travagliato scollamento dalla realtà dei suoi primi 19 anni; il suo è dunque un bildungsroman, un romanzo di formazione. Ma non è uno dei sequel posticci che affliggono la narrativa italiana di oggi, è invece una bella amplificazione del tema del primo libro in forma più matura e meditativa, che approda a una interrogazione sulla difficoltà per ogni essere umano — tanto più se giovane, come il protagonista — di capire quale direzione stia prendendo la propria vita, quale strada abbia, autonomamente, imboccato. Come a dire che del greco precetto gnòthi sautòn, conosci te stesso, inciso sul frontone del tempio della Sapienza, il protagonista ha già ben chiaro che non si riesce mai a conoscersi, se non casualmente e per limitate parti, neppure scevre dal sospetto d’essere autocondizionamenti, più che vere comprensioni; ma non per questo si sottrae all’impossibile sfida lanciata 2400 anni fa, sino al punto dove può raccoglierla e cimentarsi in essa. Vittorio ha infatti una posizione di partenza vincente, lo sperdimento quale strada maestra da seguire per non… smarrirsi; continua a interrogarsi su di sé e sugli altri — soprattutto su Silvia, la problematica ragazza con la quale ha avuto la prima storia d’amore —, a raccogliere da dentro e portare a luce il malessere (dichiarata dimensione di questo diario interiormente drammatico e poco sorridente, pur se illuminato da brillanti guizzi autoironici), seguendo il catulliano nescio sed fieri sentio, non so spiegarlo ma sento che accade; e ne do conto.

Alle spalle ha una famiglia che non condivide il trasferimento a Trento per cercare la sua strada. Glielo dice chiaramente il padre: non pensare a un trattamento di favore solo perché vieni dall’Aquila, per ora ti faranno parlare solo per soddisfare la curiosità su un argomento all’ordine del giorno, dopodiché «nessuno mai, in futuro, si sognerà di concederti qualche sconto per il fatto che nel lontano 2009 sei stato un terremotato». C’è in queste parole un irsuto superego messo in azione, e scatenatogli contro, dal padre; Vittorio accusa il colpo («non so quanto fosse voluto, ma in quell’avvertimento era forte il sentore della minaccia: come a dire che il primo a non accordarmi franchigie rispetto ai doveri ordinari sarebbe stato proprio lui»), ma non regredisce dalla decisione di andarsene, presentandola come un investimento sulla sua realizzazione; rimanere all’Aquila significherebbe solo «lotta per non soccombere», per sopravvivere, mentre lui intende vivere; non erano stati forse i suoi stessi genitori, ora renitenti, a istillargli il culto borghese dell’eccellenza? Quella «corsa allo sfinimento, cui ero stato educato, a dover sempre arrivare tra i primi»? «Il dieci per cento in cima si salva comunque, in un modo o nell’altro; gli altri, che vuoi? Chi prima non pensa, dopo sospira».

Ma l’Aquila non si farà lasciare tanto facilmente, troppo tenaci sono le radici affondate in essa; troppo a lungo Vittorio le ha consegnato l’illusione di aver capito chi era e cosa avrebbe voluto dalla vita. Non ha dimenticato Silvia ad esempio, che continua nella sua mente a inseguirlo anche ad anni di distanza dalla loro separazione; e non si rende conto in tal modo che tutto sta cambiando laggiù, anche Silvia, e che l’illusione di ritrovare almeno in parte la ragazza un tempo amata, è destinata a sbriciolarsi per un processo degenerativo sviluppatosi quando lui viveva lontano. Il lettore scoprirà a fine romanzo cosa aspetta Vittorio. Il quale ne ritrarrà conferma di quanto la realtà sia sempre più sorprendente e pericolosa dello schema in cui si pensava di averla imbrigliata.

di Giovanni D’Alessandro