· Città del Vaticano ·

Dieci anni fa la beatificazione dei martiri di Lubecca

Tre cattolici più un luterano

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23 giugno 2021

Prima di morire, decapitati, in una prigione di Amburgo, il 10 novembre 1943, vittime del delirio nazista, il loro era stato un ecumenismo del coraggio: la condivisione di prediche “scomode”, di denuncia, lo scambio di messaggi clandestini, la partecipazione alla diffusione delle celebri omelie del vescovo di Münster, Clemens August von Galen, dichiaratamente contro il regime nazionalsocialista, fino al comune soccorso dei senzatetto dopo i bombardamenti, furono la testimonianza più coerente della loro fede davanti alle persecuzioni da parte della Gestapo, nonché un commovente esempio di libertà. Dei cosiddetti “martiri di Lubecca” (la città tedesca in cui si conobbero e principalmente operarono) si celebra il 25 giugno il decimo anniversario della beatificazione. Ma non si può parlare dei tre sacerdoti cattolici Johannes Prassek, Hermann Lange ed Eduard Müller senza ricordare la figura del pastore protestante Karl Friedrick Stellbrink, della Chiesa evangelica luterana, con il quale condivisero tutto, Lange addirittura la cella, prima di essere chiamati, uno dopo l’altro, verso la ghigliottina, condannati a morte per «disfattismo, ascolto di trasmissioni ostili, favoreggiamento del nemico, tradimento della patria».

All’Angelus del 26 giugno 2011, salutando i fedeli dell’arcidiocesi di Amburgo che il giorno prima avevano celebrato la beatificazione dei martiri di Lubecca, Benedetto xvi , con i cappellani cattolici Prassek, Lange e Müller, citò inevitabilmente anche il pastore protestante Karl Friedrich Stellbrink: insieme — disse il Pontefice — «hanno dato una grande testimonianza ecumenica di umanità e speranza con la comune sofferenza in carcere fino alla loro esecuzione nel 1943. È impressionante come guardassero sempre il cielo nelle loro celle sotterranee». Amicizia nella preghiera (le mani giunte serrate dalle manette mentre li conducevano al patibolo) e fiducia in Dio, sempre.

«Questi quattro uomini ci dicono cosa significa essere un cristiano: stare dove sta Gesù, vivere e morire con lui», osservò il cardinale Walter Kasper, presidente emerito del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, nell’omelia della messa di beatificazione presieduta dal cardinale Angelo Amato, allora prefetto della Congregazione delle cause dei santi. «Il nostro ecumenismo è fondato sull’ecumenismo dei martiri. Noi abbiamo bisogno di cristiani dal pensiero ecumenico, convinti della loro identità rispettivamente cattolica, evangelica od ortodossa e che ne rendano testimonianza», concluse il porporato tedesco. Non a caso, alla vigilia, si svolse ad Amburgo un servizio evangelico in memoria di tutti e quattro i martiri (com’è noto le Chiese protestanti non contemplano il rito della beatificazione) al quale partecipò l’allora arcivescovo Werner Thissen. «Fratelli di Gesù nell’ecumenismo globale, nell’unica comunità di santi», li definì il vescovo luterano Gerhard Ulrich, ricordando che «ciò che ci unisce è più di ciò che ci divide».

Ecumenismo del coraggio, ecumenismo dei martiri, ecumenismo del sangue: è quest’ultima immagine che Papa Francesco ama diffondere quando gli si chiede dell’unità dei cristiani. «In alcuni Paesi ammazzano i cristiani perché portano una croce o hanno una Bibbia, e prima di ammazzarli non gli domandano se sono anglicani, luterani, cattolici od ortodossi. Il sangue è mischiato», dichiarò ad Andrea Tornielli in un’intervista del dicembre 2013. E ancora: «Conoscevo ad Amburgo un parroco che seguiva la causa di beatificazione di un prete cattolico ghigliottinato dai nazisti perché insegnava il catechismo ai bambini. Dopo di lui, nella fila dei condannati, c’era un pastore luterano, ucciso per lo stesso motivo. Il loro sangue si è mescolato. Quel parroco mi raccontava di essere andato dal vescovo e di avergli detto: “Continuo a seguire la causa, ma di tutti e due, non solo del cattolico”. Questo è l’ecumenismo del sangue». Già, è proprio dalla storia dei martiri di Lubecca che trae origine la potente espressione di Francesco: cristiani uniti nel sangue, anche se ancora divisi.

I quattro affrontarono l’esecuzione senza paura, quasi con gioia. A testimoniarlo sono le lettere inviate ai familiari, meraviglioso lascito di virtù cristiane. Prima di morire, Stellbrink scrisse alla moglie: «Dio ti benedica e ti protegga, adorata Hildegard! Dio benedica e protegga voi, amati figli! L’attesa è finita e finalmente torno a vedere chiaramente la strada davanti a me, e la meta è ben nota. Non è difficile morire quando ci si affida alle mani di Dio».

di Giovanni Zavatta