· Città del Vaticano ·

Aspetti della vita e della missione dello sposo di Maria e padre putativo di Gesù

Giuseppe di Nazareth
uomo forte nell’obbedienza

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23 giugno 2021

Nell’Anno dedicato a san Giuseppe, il reggente della Penitenzieria Apostolica offre un trittico di riflessioni sulla figura dello Sposo di Maria. Dopo il precedente articolo, pubblicato il 18 marzo scorso, in cui prendeva in considerazione il paradosso del patrono della Chiesa universale, quale uomo forte e tenero, in questo secondo contributo viene approfondita l’obbedienza del padre putativo di Gesù.

La vita e il mistero di Giuseppe sono intimamente legati alla vita e al mistero di Gesù e di Maria. In un’ottica di fede evangelica possiamo più precisamente affermare che guardare a san Giuseppe significa guardare alla Beata Vergine Maria e, attraverso di lei, al Signore Gesù.

Per questo, infatti, dalla testimonianza degli evangelisti, soprattutto di Luca e di Matteo, possiamo scorgere come alcuni atteggiamenti di Giuseppe sono molto simili a quelli del Redentore appena nato nella casa di Betlemme. Giuseppe e Gesù, entrambi in modo diverso e su diversi piani, sono maestri e testimoni di quelle virtù che il Redentore adulto visse e annunciò in pienezza di verità per la salvezza del mondo. Due maestri senza “titoli” eppure autorevoli, due testimoni silenti e nel contempo eloquenti, deboli e poveri e tuttavia forti e fecondi dell’amore divino. Così Giuseppe alla scuola del Bambino di Betlemme si mostra povero, umile e semplice, ed è proprio in questo che si manifesta la sua forza come espressione efficace della sua fortezza.

Al riguardo colpisce, tra le tante, una bellissima espressione del Santo Padre Francesco, quando riferendosi allo sposo della Vergine Maria e padre putativo di Gesù, così dice: «Io amo molto san Giuseppe perché è un uomo forte e silenzioso. Sulla mia scrivania ho un’immagine di san Giuseppe mentre dorme e quando ho un problema o una difficoltà io scrivo un biglietto su un pezzo di carta e lo metto sotto la statua di san Giuseppe affinché lui possa sognarlo».

Forte e silenzioso. Se sul secondo aggettivo possiamo più facilmente ritrovarci, sul primo riteniamo sia necessaria una maggiore delucidazione. Sappiamo che il silenzio di Giuseppe non è semplice abituale riservatezza ma espressione tipica degli uomini di Dio, virtù e atteggiamento essenziali che consentono la realizzazione del progetto divino. Ma poniamo attenzione sul primo aggettivo: in che senso Giuseppe è uomo forte? C’entra qualcosa la virtù dell’obbedienza?

Possiamo anzi vedere un nesso di causalità teologica tra l’essere forte e l’obbedienza in Giuseppe di Nazareth? Anzitutto i due termini sembrano incompatibili o addirittura contraddittori; dopo tutto la mentalità del mondo difficilmente riesce a conciliare questi due atteggiamenti, soprattutto in una cultura che vede il primeggiare dell’“io” come espressione di quel soggettivismo che non riesce a concepire la propria esistenza come servizio e interdipendenza con la vita degli altri.

In sostanza un io svincolato da ogni riferimento all’alterità umana e divina, ad ogni forma di autorità; in sostanza un io che mette in crisi il concetto stesso di appartenenza, sia all’umana famiglia che alla comunità dei credenti. Come si suol dire, in Giuseppe non funziona così.

Obbediente all’autorità imperiale, obbediente all’autorità divina; anzi obbedisce all’autorità umana perché in questa umano-politica esperienza intravede, in un certo senso, il realizzarsi del piano di Dio. Si tratta, evidentemente, di saper entrare nel mistero della storia il cui unico signore è il Dio di Gesù Cristo. Dopo tutto l’obbedienza alla storia, che poi è obbedienza al Dio che la governa, è il grande insegnamento che Gesù ci ha lasciato, dalla nascita alla morte. Anche Giuseppe obbedisce alla storia accogliendo il decreto imperiale di censire tutta la terra, recandosi a Betlemme con la sua Sposa, sapendo di fare la cosa giusta in quel momento, cioè «iscrivere Gesù all’anagrafe dell’Impero come tutti gli altri bambini», dichiarando così «l’appartenenza di Gesù al genere umano, uomo fra gli uomini, cittadino di questo mondo, soggetto alle leggi e istituzioni civili, ma anche salvatore del mondo». Dio ha parlato, parla molte volte (sempre) e in diversi modi; la storia è uno dei linguaggi preferiti dal Signore, poiché essa è l’orizzonte nel quale si declina l’esperienza amorevole e salvifica del Dio-con-noi.

Ci rendiamo conto che questo intreccio di “obbedienze” non è facile da comprendere e, quindi, da vivere; solo spiriti particolarmente sensibili e “forti”, e Giuseppe lo è, possono dare seguito e compimento a quelle storie personali e al mistero che le avvolge, di inserirsi nel grande quadro della storia universale per il compimento dell’amorevole e misericordioso Piano di Dio. La forza dell’obbedienza fa vedere il mistero di Dio e la sua invisibile azione provvidenziale; ma anche il mistero dell’uomo nel quale è presente e agisce il Signore della vita e della storia.

Non suonano strane, a questo punto, le parole dell’apostolo Pietro che rispondendo al Sinedrio dice che «bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini» (At 5, 29). Certo, il contesto è diverso rispetto a quello vissuto da Giuseppe. Nondimeno questo aspetto ci introduce in un’altra prospettiva della forza dell’obbedienza. Ancora prima di essere “padre” Giuseppe è figlio, figlio di Dio, figlio della sua famiglia e del suo popolo.

L’obbedienza è un atteggiamento filiale, particolare tipo di ascolto che solo un figlio può prestare al padre perché lo anima una certezza: mio padre non può che propormi il bene, il più grande bene, in parole e in opere. Quindi un ascolto intriso di quella fiducia che rende il figlio obbedire alla volontà del padre perché sa che questa è la via migliore per compiere il bene. Questo è ancora più vero nei riguardi di Dio.

Lo esprime in modo semplice e magistrale Papa Francesco nella lettera apostolica Patris corde già citata. Dio rivela i suoi disegni tramite i sogni, accogliendo i quali Giuseppe obbedisce al volere di Dio. «Nel secondo sogno l’angelo ordina a Giuseppe: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo”» (Mt  2, 13). Giuseppe non esitò ad obbedire, senza farsi domande sulle difficoltà cui sarebbe andato incontro: «Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto,  dove rimase fino alla morte di Erode» (Mt  2, 14-15). Dinanzi alla manifestazione divina Giuseppe non si fa domande e obbedisce nonostante le difficoltà e i disagi che questo viaggio avrebbe comportato; così come il ritorno dall’Egitto è frutto ancora di quell’obbedienza senza esitazione come risposta al sogno rivelatore, che diventa motivo di ulteriore forza nell’affrontare ancora una volta pericoli e insidie.

Mettendo in sinossi i racconti dell’infanzia di Gesù nei Vangeli di Luca e Matteo, emerge evidente che i genitori del Divin Bambino sono giusti e fedeli osservanti della Legge e di tutte le sue prescrizioni. In questo sembra opportuno e utile far risaltare un aspetto di Giuseppe come uomo forte, nonostante tutto e tutti, compreso sé stesso. Soprattutto Matteo definisce Giuseppe come sposo di Maria, uomo giusto che non voleva ripudiare la sua sposa, incomprensibilmente e misteriosamente incinta, ma di licenziarla in segreto.

Non sapendo come comportarsi dinanzi a questa inedita e sorprendente circostanza, cercava una risposta, una via di uscita da quella situazione per lui difficile, una soluzione, però, che non fosse fortemente pregiudicante nei confronti di Maria. La Legge di Mosè prescriveva e dava la possibilità allo sposo che aveva la certezza di aver trovato la sua sposa non in stato di verginità di denunciare il fatto. Come uomo giusto avrebbe potuto o dovuto farlo, denunciare cioè l’infedeltà della sua sposa appellandosi alla Legge (cfr. Dt 22, 20-21).

Questo avrebbe comportato la morte di Maria per lapidazione. Ma, come detto già all’inizio, in Giuseppe non funziona così. La sua giustizia non è semplicemente quella derivante dall’osservanza scrupolosa della Legge, ma una giustizia che è ricerca del bene più grande, letto e vissuto nell’integrale volontà divina. Egli preferisce vivere la misericordia e la fedeltà all’amore per la sua sposa, più che la fedeltà alla prescrizione presente nel libro del Deuteronomio. Questo non contrasta affatto con la sua obbedienza alla Legge, non viene assolutamente meno la sua condizione di uomo giusto. Facendo prevalere la misericordia e l’amore, in realtà, manifesta la sua perfetta fedeltà alla Legge, la sua incondizionata obbedienza a Dio, poiché «pieno compimento della Legge è l’amore» (Rm 13, 10).

Questa storia ci aiuta a riconoscere la figura di Giuseppe certamente come uomo obbediente che accoglie integralmente la volontà di Dio, ma la sua capacità di così grandi scelte e decisioni lo fanno riconoscere anche uomo forte, adeguato e valido collaboratore di Dio nel saper prendersi davvero cura del mistero e delle persone affidategli.

di Krzysztof Józef Nykiel