· Città del Vaticano ·

Una struttura sincera
senza lati nascosti

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22 giugno 2021

La bellezza in architettura non risponde a canoni assoluti, scientificamente ed esteticamente predeterminati. Il suo valore si fonda sulla combinazione di elementi che, se presi singolarmente, sono difficili da riconoscere e definire; al contrario, nella composizione dell’insieme, prendono corpo opere formalmente concluse, capaci di comunicare ricche e intense suggestioni. L’intero panorama dell’architettura è percorso da molteplici soluzioni formali e costruttive, appartenenti a epoche diverse, ordinate secondo tipi, stili e modelli di riferimento: tra questi, un posto di rilievo, declinato con chiarezza soprattutto nell’età moderna, è il ruolo dominante della struttura, messa al centro della costruzione dell’immagine.

A partire dalle imponenti arcate degli acquedotti romani per giungere agli essenziali impianti strutturali di Pier Luigi Nervi, Riccardo Morandi e Angelo Mangiarotti, rappresentanti della raffinata cultura ingegneresca italiana del Novecento, si consolida una linea, sintetizzabile nella dichiarazione di una esibita semplicità compositiva, sostenuta da eleganti soluzioni portanti.

L’immagine comunica sincerità: non esistono elementi nascosti, proprio perché è alla scelta strutturale che viene affidata la qualità dell’architettura. Sono opere, per lo più ponti, palazzi dello sport, sale per grandi raduni, estremamente fotogeniche, comprensibili, familiari a tutti, sebbene, nella realtà, governate da complicati calcoli statici cui è affidata la costruzione di un esito formale scarno, ma essenziale. La descrizione estetica è condensata in pochi segni, ben pronunciati, mai soffocati da decori sovrapposti. I rivestimenti, quando ci sono, servono solo a proteggere le parti portanti, altrimenti esposte agli agenti esterni, oppure a modellare un involucro, spesso una pelle sottile e leggera, indispensabile per chiudere uno spazio interno, costruito dalle nervature di un telaio sempre ben riconoscibile.

L’Aula Paolo vi , o Aula Nervi, (1966-1971) è coerente con questa linea di ricerca, che Nervi porta avanti a partire dal 1920 con la sua prima realizzazione — il ponte sul fiume Cecina, in Toscana —, e che a Roma è possibile rintracciare in molte opere — il Palazzetto dello Sport (con Annibale Vitellozzi 1956-1957), lo Stadio Flaminio (con il figlio Antonio, 1957-1959), il Palazzo dello Sport (con Marcello Piacentini 1957-1959), il Viadotto di Corso Francia (con Luigi Moretti 1958-1960), la Chiesa di San Gaspare del Bufalo (1976-1981). In tutte le sue costruzioni l’immagine rimane fedele all’impegno di esporre un racconto strutturale, ogni volta diverso, ma sempre attento a non smarrire il principio di rendere esplicito, attraverso la loro corretta utilizzazione, il potenziale resistente dei singoli materiali.

Nervi, riconosciuto come il maestro capostipite di tutti i progettisti-strutturisti italiani, avvia la sua attività attraverso il duplice impegno di ingegnere, ma anche di costruttore-imprenditore. La sua azienda, all’inizio molto piccola, percorre un’attività sperimentale di produzione artigiana, che segnerà in modo profondo la linea della sua intera evoluzione. Al calcolo scientifico Nervi, e con lui quasi tutta la Scuola italiana di ingegneria, affianca la prova modellistica, per combinarla in una sintesi estremamente efficace destinata al controllo della struttura e della forma.

Il critico Sergio Poretti riconosce in questo modo di operare una sapienza positivista, pervasa tuttavia da quella formazione umanista che è alla base della cultura italiana, sia laica che religiosa. In tutte le opere, riconducibili a questa ispirazione, emergono i motivi di una ricerca spirituale, nelle cui origini è possibile rintracciare l’audacia formale e costruttiva di molti edifici del nostro passato, come le sperimentali cupole del Rinascimento. La tessitura densa, che disegna l’interno della volta dell’Aula Paolo vi , pronuncia l’attenzione razionale all’essenzialità del calcolo, ma anche il desiderio di non smarrire la cura del dettaglio, sempre controllato artigianalmente. Al contrario di quanto succede in gran parte dell’Europa, e soprattutto nel Nord America, dove l’industrializzazione assume il peso prevalente, in Italia resta primario rivolgersi a una manodopera sapiente, capace di modellare il calcestruzzo attraverso casseforme scultoree, così come nelle irripetibili volute plastiche di Sergio Musmeci.

Nella fattura raffinata dei “pezzi”, che accompagnano le linee di forza della struttura, risiede l’originalità della ricerca di Nervi. La costruzione artigianale è l’espressione concreta di un pensiero, che si spinge fino alla grande dimensione di una sala per oltre 10.000 posti attraverso la calibrata modellazione dei singoli componenti, costruiti uno a uno, quasi manualmente. La natura, spesso ancora familiare, dell’imprenditoria italiana del secondo dopoguerra, non ha il respiro per sostenere il modello “ricco” della reiterazione standardizzata degli elementi costruiti fuori opera e poi montati, che tende a imporsi nel resto dell’Occidente. Ma è proprio qui la sua originale ricchezza, ampiamente raccontata dall’Aula Paolo vi , che valorizza l’ingegno del progettista attraverso la qualità degli esecutori che lavorano all’interno di un’impresa che si affida alla tradizionale capacità cantieristica dei carpentieri piuttosto che alla forza economica della produzione industriale.

Al vigore muscolare di un sistema strutturale, dove l’uso generoso di ferro e cemento assicura la solidità a una copertura di grande luce, viene sostituita la leggerezza di una membrana sottile, che riveste la copertura, resa robusta dalle pieghe e dalle modanature di una forma appropriata. La volta parabolica a doppia curvatura, libera da appoggi interni, descrive nella pianta, anch’essa percorsa da una doppia curvatura, una direzione chiara, che guida i partecipanti alle udienze verso la parete di fondo, ben riconoscibile, marcata peraltro da un importante organo a canne (1972) e dalla Risurrezione di Pericle Fazzini (1975), gigantesca scultura dalla composizione fortemente drammatica.

Il riconosciuto prestigio internazionale del progettista e l’autorevolezza, anche carismatica, di Paolo vi hanno immediatamente trasformato l’opera in uno dei più noti monumenti del xx secolo. Ben visibile, anche da fuori della Città del Vaticano, salendo lungo via di Porta Cavalleggeri, ha raccolto, subito dopo la sua inaugurazione, una forte carica simbolica che rimane integra, anzi si accresce, quando, giunti al suo interno, si assiste al rituale delle udienze, sempre celebrate alla presenza di una moltitudine di persone.

L’Aula Paolo vi ci ricorda che l’opera architettonica destinata a ospitare funzioni istituzionali non può smarrire il suo impegno di ufficialità, anche se ha l’obbligo di non scivolare mai nel fastidio della retorica: deve accompagnare la concentrazione dei presenti e sostenerne la partecipazione emotiva con forme prestigiose, che vadano al di là del compito funzionale richiesto, attingendo da varie espressioni, anche, come in questo caso, dall’essenzialità di una composizione strutturale che, per dimensione e qualità, si impone come il naturale interprete principale nella configurazione dello spazio interno.

di Mario Panizza