· Città del Vaticano ·

La famiglia umana che abita la casa del Papa

Storie straordinarie
di persone normali

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22 giugno 2021

Già nel 1989 nell’aula Paolo VI applicavo lo smart working senza saperlo. Più prosaicamente — e forse più poeticamente — noi all’Osservatore lo chiamavano “servizio in aula”. Ma l’articolo lo scrivevi già lì, in aula, su un taccuino, appoggiato a una balaustra. Poi… di corsa in redazione a picchiettare i tasti della macchina da scrivere. Ma il pezzo era già fatto, e portava “la firma” delle donne e degli uomini appena incontrati.

Non è cedere alla retorica riconoscere che — proprio per le ragioni di servizio al Papa tra la gente — l’aula Paolo vi è anzitutto una casa e una famiglia per chi prova a vivere il mestiere del giornalista cristiano all’Osservatore. Riesce facile, ancora oggi scrivere l’articolo a mano, di getto, perché in aula ci si sente sempre a casa — meglio, in famiglia e, dunque, smart working… e dal 1989, ante litteram!

E proprio in famiglia 32 anni fa (un paio di mesi prima della caduta del Muro di Berlino, dopo tre anni di esperienza in Cronaca di Roma) ho subito imparato sul campo — l’unica “scuola” che conta, senza né corsi né master — che il pezzo di cronaca può nascere solo lì, tra la gente, ascoltando storie, incrociando sguardi. Stringendo amicizie. Nell’aula, pur nella grandezza della struttura (disegnata da Pier Luigi Nervi e che ha pure “rischiato” di avere le vetrate di Marc Chagall... ma questa è un’altra storia) ci si sente subito a casa. In famiglia.

Rubando l’immagine ad Antonello Venditti, non si avverte la «maestà» di piazza San Pietro con le braccia accoglienti del colonnato del Bernini — e neppure la diversa ma pur sempre «maestà» della Sala Clementina o del Cortile di San Damaso — e non si è intimiditi dalla «santità» della Basilica, che ha per fondamenta la tomba di Pietro, col suo «cuppolone».

Non capisco nulla di architettura e ingegneria, ma il capolavoro di Nervi è rendere casa una struttura che può ospitare 12.000 persone.

Quando entri nell’aula per lavorare — e cioè raccontare un avvenimento e le storie di chi vi partecipa — già l’impatto, il primo colpo d’occhio, è sempre nuovo pur nella sua, solo apparente, ripetitività. Dai vecchi cronisti, quelli che ti insegnano il mestiere per davvero, avendo come prima regola che stai servendo non te stesso ma — attraverso l’Osservatore — il Papa, e dunque il popolo che viene per incontrarlo, ho ricevuto 32 anni fa un suggerimento che applico ancora adesso: «È meglio» entrare dalla porta laterale, quella che si affaccia sul retro del Campo Santo Teutonico, per capirci. Ed «è meglio» perché hai, appunto, subito un colpo d’occhio che consente di orientarti per fare il tuo servizio tra la gente.

E non c’è nulla di retorico anche nel riconoscere che in questa grande casa fai esperienza di ciò che davvero vuol dire “famiglia umana”. Incontri donne e uomini letteralmente di ogni età, lingua, appartenenza religiosa, sociale, culturale e politica. Donne e uomini che si ritrovano a partecipare insieme a un appuntamento con il Papa e con se stessi, come in un crocevia, venendo da strade diverse. Spesso opposte. E magari ripartendo sulla stessa strada o su strade meno distanti le une dalle altre.

Ma lì, nell’aula — come del resto in una casa che è davvero casa — è come se ci si riconciliasse con le proprie vicende personali e ci si conoscesse tutti, anche se non ci si è mai visti prima e si parlano lingue diverse e si hanno convinzioni divergenti. Come a casa, nel calore umano della famiglia, si abbassano le barriere e ci si sente quasi “complici”, fino ad aprirsi a confidenze che portano anche a stringere amicizie che durano nel tempo. Scatta con naturalezza quella solidarietà umana che il cronista, soprattutto se tenta di essere cristiano e lavora per l’Osservatore, dovrebbe avere come biglietto da visita.

Sì, solidarietà con un popolo che si ritrova lì, in aula, per incontrare il Papa riscoprendosi “famiglia umana”. Ciascuno porta con sé un bagaglio di speranze e paure, gioie e ansie, aspettative e dolori, progetti e delusioni. Porta la vita, insomma, raccontata per il Papa in una lettera, in una foto, in un dono, in un gesto, in un sorriso, in una lacrima. E non c’è bisogno di bussare alla porta di casa del Papa perché la porta, in realtà, è sempre spalancata.

Eppure l’aula Paolo vi ha uno straordinario fascino pure... vuota. È come se continuasse a essere piena di persone contenendone, come in uno scrigno, volti, preghiere, impegni, riscatti. Mi è capitato, proprio di recente, di attraversare l’atrio. Ho scostato il tendone rosso per affacciarmi. Mi sono seduto nell’ultima fila. Abbracciato dal silenzio, ho contemplato l’aula vuota come fosse una icona, cioè immagine di Altro. Con quella dirompente scultura del Cristo risorto — Pericle Fazzini la delineò utilizzando come laboratorio la chiesa di San Lorenzo in piscibus, a due passi da piazza San Pietro — che sembra saltarti addosso per avvolgerti nell’abbraccio della vita che non ha orizzonti.

Che poi è il motivo per cui si viene dal Papa: ascoltare da lui, il successore di Pietro, riconoscere dai suoi gesti, che Gesù è veramente risorto come, appunto, il primo Papa volle verificare recandosi di corsa al sepolcro e accertando che era vuoto. Perché se così non fosse, servirebbe a poco venire qui nell’aula, ogni mercoledì e in ogni altra pur coinvolgente occasione. Sarebbe una colorata esperienza umana. Ma varrebbe la pena?

Con una piccola nota su quel Cristo risorto: il retro della scultura è un altro — ottimo! — punto di osservazione per poter seguire con discrezione, tra le fessure di cielo lasciate vuote dall’arte di Fazzini, gli avvenimenti in aula, guardando i volti del popolo che, a sua volta guarda, il Papa. Occhi che s’incrociano: bisognerebbe davvero essere bravi per raccontarli.

Insomma, lì da solo, seduto nell’ultima fila, ho provato a raccogliere, in ordine sparso, volti e storie delle persone che ho avuto l’opportunità — la grazia — di incontrare. Accettando che si facesse largo anche qualche rimpianto: se fossi stato più bravo — se fossimo stati tutti più bravi — avrei saputo raccontarle meglio le loro storie. E, comunque, avrei dovuto raccontarne di più. Perché è del tutto evidente che la storia di ogni persona che viene qui, in aula, andrebbe ascoltata e raccontata. Condivisa.

Ho ripensato ai racconti dei vecchi cronisti e fotografi dell’Osservatore e ai loro ricordi di quando Paolo vi si inginocchiò qui, nella sua aula, il 1° ottobre 1977, davanti a un bambino ammalato; delle quattro, straordinarie, udienze generali di Papa Luciani nei mercoledì del settembre 1978; dell’abbraccio, quasi fosse un “tondo di Giotto”, tra Giovanni Paolo ii e il cardinale Stefan Wyszyński...

Ho rivissuto quei rosari, il sabato sera, qui con Giovanni Paolo ii inginocchiato con la testa stretta tra le mani e una coroncina che spuntava tra le dita. Quegli incontri “chiassosi” con i giovani ma anche le celebrazioni con le comunità parrocchiali di Roma che, nell’ultimo periodo del suo pontificato, provato fisicamente, non riusciva più ad andare personalmente a visitare.

Ho rivissuto concistori, congressi e anche gli spettacolari numeri circensi e i concerti, la grande musica classica, cara alla sensibilità di Benedetto xvi . Ma anche l’Armata Rossa, Franco Battiato (che intervistai per l’Osservatore seduto proprio sulle scale dell’aula), Claudio Baglioni...

Ho rivissuto, e qui la memoria non deve correre troppo indietro, lo stile di Papa Francesco che ha aperto l’aula ai poveri, offrendo loro il pranzo e anche la possibilità di vaccinarsi contro il covid. Lasciando poi spazio alla vivacità dei più piccoli che, dalle periferie, arrivano in Vaticano con il “treno dei bambini” del Cortile dei Gentili. Oltre che al Centro estivo per i figli dei dipendenti.

E Papa Francesco ha persino organizzato nell’aula le sue “feste” di compleanno con le famiglie povere assistite dal Dispensario Santa Marta. Con tanto di torta e candeline spente con i bambini. E le feste di compleanno si fanno a casa, in famiglia.

Cercando, poi, luoghi dal sapore familiare anche per le udienze più solenni, Francesco ha scelto di ricevere, nelle aulette attigue alla grande sala, tra gli altri, la regina d’Inghilterra.

E poi i sinodi. Un’esperienza mai di routine. Nel tempo di ogni assemblea, nell’atrio e al piano superiore dell’aula, si respira a pieni polmoni un’atmosfera di dialogo, nel confronto diretto, nei circoli minori e sì, anche nel coffee-break, momento di fraternità proprio nell’atrio dell’aula.

Ma c’è un’altra ragione per cui l’aula Paolo vi ti fa sentire a casa, in famiglia: la collaborazione bellissima e spontanea con i diversi “servizi” vaticani, predisposti perché l’incontro tra il Papa e il popolo possa avvenire nel modo migliore. È difficile definire “colleghi” quelli che sono in realtà amici, compagni di un’avventura che è fortemente spirituale pur nella concretezza del lavoro. Anzitutto il riferimento chiaro della Prefettura della Casa Pontificia. I consigli dell’Ufficio delle celebrazioni liturgiche. Ma quanto fa crescere umanamente comprendere che siamo tutti a servizio di “qualcosa” di più grande con gli amici dell’anticamera pontificia, della floreria, dei servizi tecnici del Governatorato, con i microfonisti e i cameramen, insieme a guardie svizzere e gendarmi. Ciascuno con le proprie competenze. Ma pronti a tendere la mano, l’uno all’altro.

Insomma, se anche in aula ci vai da solo lì non sei mai solo. E il cronista dell’Osservatore, poi, da solo non lo è mai: sarebbe semplicemente impensabile, e certamente zoppo, un servizio non vissuto, fraternamente prima ancora che professionalmente, accanto ai colleghi… ehm!.. amici fotografi. È straordinario rendersi conto, ogni giorno, che non ci scambiamo solo informazioni per far uscire al meglio il servizio sul giornale del Papa, ma che ci si confronta sulla testimonianza di quel pellegrino o quel missionario o quei genitori con un bambino con disabilità. E già, perché se ti restano in mente gli incontri con personaggi noti — star dello sport o dello spettacolo — sono i “santi nascosti” che ti costringono a provare a essere una persona migliore.

Ma lì, da solo, nell’aula ho rivisto anche mia figlia Benedetta. E sì, perché durante l’udienza giubilare con le persone con disabilità intellettiva, l’11 giugno 2016, Benedetta decise che era il momento giusto per abbracciare Papa Francesco, senza attendere la fine del discorso. Andando, serenamente, da lui a braccia spalancate. Accolta dal Papa a braccia spalancate. E con un bacio e una carezza. Proprio come quando si è a casa e ci si sente in famiglia. Una ragazzina con la sindrome di Down non ha bisogno di leggere questo articolo di suo papà: il senso di famiglia che si vive in aula lo ha percepito da sola. Ed è andata dal Papa. Proprio come si fa a casa. In un ambiente di famiglia.

Nel mio smart working dal 1989 in aula Paolo vi , per l’Osservatore, ho toccato con mano che sono proprio le persone più fragili, secondo i criteri mondani, a spiegarti concretamente l’essenza della vita che, in aula Paolo vi , la casa del Papa, tutti andiamo a cercare.

di Giampaolo Mattei