· Città del Vaticano ·

Come una lama tagliente

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21 giugno 2021

Rimarrebbe sorpreso chi si aspettasse dal libro di Paolo Nori (Sanguina ancora, Milano, Mondadori, 2021, pagine 288, euro 18.50) una biografia di Fëdor Dostoevskij. È anche questo, ma non nel modo in cui comunemente ci si aspetterebbe una biografia. Con uno svolgimento cronologico: un prima, un durante, un dopo.

Nori procede a scatti, come un torrente in piena. Il suo è un registro colloquiale che apre a incisi, digressioni per poi tornare al punto lasciato. Fa delle incursioni talvolta ampie, talvolta fulminee in quella che è stata la vita e l’opera di Dostoevskij ma indaga anche tutto il contesto culturale e sociale nel quale lo scrittore visse, chiama a raccolta i numerosi critici che nel tempo si sono occupati di lui, tutto per meglio dare una risposta a sé stesso: perché, trafitto a 15 anni dalla lettura di Delitto e Castigo, ne ha riportato una ferita che sanguina ancora?

Una prima risposta Nori se la dà subito, nelle prime pagine. «In un tempo in cui valgono solo le vittorie e i vincenti (...) in cui devi nascondere le tue ferite e i tuoi dispiaceri» val la pena fare da cassa di risonanza a chi, come Dostoevskij, ha trovato le parole per dire le ferite, l’essere perdente, confuso, disperato mettendo in scena personaggi febbrili, travagliati da tensioni profonde, da un misticismo inquieto, da una granitica fede nella religiosità del popolo russo contrapposta al cinismo della borghesia occidentale.

Le risposte comunque sono tante, sfuggenti, imprendibili, e non dicono tutto. Come chi dovesse spiegare perché si è innamorato. Non c’è risposta. Ma, pur essendone consapevole, Nori va avanti, ci interroga, si interroga e mescola le incursioni nella Pietroburgo di più di un secolo fa con il suo presente, le sue permanenze in Russia, gli umori, gli incontri, i figli, la moglie detta “Togliatti” e tanto altro ancora.

Nori è fine studioso di letteratura russa, fine traduttore, docente di russo. La sua anima è lì, in quel mondo che sta tra Oriente e Occidente, un vero e proprio continente, immenso, dove più di un secolo fa è fiorita una congerie di intellettuali, artisti, scrittori, musicisti che ha segnato la cultura mondiale, si va da Puskin a Tolstoj, da Turghenev a Nabokov.

Fëdor Dostoevskij per Nori è, di quel mondo, la lama tagliente che più di altre lo ha trapassato. Dostoevskij era un ingegnere mancato, un rivoluzionario a metà, un giocatore incallito, alla fin fine un perdente. Una vita sempre al limite, solo avanti con gli anni potrà patire meno la mancanza di denaro, assaporare uno stabile successo, una qualche forma di felicità familiare. Ma prima, prima della età matura, che smacchi, che frustrazioni, e che privazioni.

Nel 1846 nel degradato quartiere Kolomna frequenta un circolo di intellettuali e filantropi, animati da ideologie socialiste, seguaci di Fourier e Proudhon. Ha pubblicato Povera gente su una rivista, è stato acclamato dai critici come il nuovo Gogol, è orgoglioso del suo talento ma al punto da irritare molti. Pare che il successo gli arrida ma poco dopo, per aver letto in pubblico una lettera dell’intellettuale Belinskij su Gogol, viene arrestato perché accusato di essere sovversivo, condannato a morte, graziato all’ultimo minuto e spedito in Siberia per anni.

Nasceranno da quel periodo di dolore, solitudine e pena le opere più potenti, tra cui quella che farà sanguinare Paolo Nori e su cui si interroga ancora.

di Giulia Alberico