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Vita di un chirurgo felice

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19 giugno 2021

È da poco in libreria il libro Ho fatto tutto per essere felice. Enzo Piccinini, storia di un insolito chirurgo di Marco Bardazzi, uscito per i tipi della Rizzoli nella collana Bur (Milano, 2021, pagine 240, euro 16).

Bardazzi racconta la parabola umana, civile e religiosa, di un uomo davvero sui generis. Enzo Piccinini, appunto. Chirurgo strappato alla vita in giovane età, per un incidente automobilistico, a quarantotto anni, nel 1999.

Un uomo proclamato servo di Dio dalla Chiesa, che fece della sua professione, la chirurgia, esercitata nell’ospedale Sant’Orsola di Bologna, la grande arena in cui sperimentare la sua umanità. Piccinini anticipò di anni quello che oggi viene studiato e praticato da molti giovani medici: la cura medica come accoglienza dell’umano a 360 gradi, perché è semplicemente assurdo credere di poter curare una persona senza accoglierla profondamente presso di noi.

Persona intesa non solo, dunque, come ingranaggio di carne che deve essere riparato, ma come creatura irripetibile, con un patrimonio di storia e amore assolutamente unico. Piccinini anticipò di anni questa particolare forma di empatia unita alla medicina non per obbedienza a una avanguardia teoretica da inseguire, ma come profondissima adesione al sentimento cristiano, che fa del corpo dei malati il luogo dove sperimentare la nostra compassione.

Nel percorso di Enzo Piccinini fu senz’altro fondamentale l’incontro con don Giussani e il movimento di Comunione e Liberazione, a cui si legò profondamente sino a diventarne testimone, la missione cui diede vita, di ascolto e dialogo in perenne viaggio su e giù per l’Italia, divenne assieme all’esercizio della chirurgia la sua grande missione umana.

Il libro di Bardazzi vince la scommessa più difficile, riesce, infatti, a restituire la vitalità di un uomo affamato di alterità, capace di trovare soluzioni laddove gli altri vedevano soltanto muri invalicabili. Per fare ciò, Bardazzi si affida al dato della realtà, all’incredibile riverbero, ancora vitalissimo, che l’esistenza di Enzo Piccinini continua a produrre in moltissime persone che non smettono di tributargli la loro gratitudine. Il motivo è presto detto: sono molti quelli che possono dirsi salvati, senza paura di esagerazione, proprio dalla sua presenza.

Non ho avuto la fortuna di conoscere Enzo Piccinini.

Mi lega a lui una serie di coincidenze che non posso non definire segni.

Un paio di anni fa, per la presentazione del mio primo romanzo, iniziai a incontrare molte persone che avevano in Enzo Piccinini una stella polare, alcuni letteralmente sopravvissuti grazie alla sua presenza. La curiosità nei suoi confronti iniziò ad aumentare, sino a una sera, un incontro a Parma, in cui ebbi modo di conoscere i responsabili della fondazione a lui dedicata. Ma non è questo il segno. Durante l’incontro mi soffermai molto sull’importanza dell’essere coerenti con la propria natura, essere uno solo, in continuità sincera con i nostri sentimenti e amori, senza cadere in recite, alterazioni, tradimenti. Al termine dell’incontro, visto che Parma era una delle città di Enzo, mi regalarono un libro con la sua biografia.

Succede spesso, a quasi tutti gli incontri, di ricevere libri o piccoli doni dagli organizzatori. Spesso, lo dico onestamente sperando di non far rimanere male nessuno, non ho il tempo di leggere tutto quello che mi viene regalato.

Il giorno dopo, invece, sul treno per tornare a casa, presi la biografia di Piccinini con l’intenzione di approfondire la sua conoscenza. Aprii il piccolo libro a caso, la pagina offerta dal caso, o dal destino, mi offrì una sua riflessione, dedicata proprio a questa speciale unicità a cui tutti noi aspiriamo. Essere uno.

Vivere obbedendo a ciò che ci chiama da dentro, senza alterazioni possibili. Un traguardo che raggiungono in pochi, pochissimi. Tra di loro, senz’altro, c’è Enzo Piccinini, uomo, medico, che viveva la felicità degli altri come la somma della sua felicità.

di Daniele Mencarelli