· Città del Vaticano ·

Città e solidarietà nell’enciclica «Fratelli tutti»

Una lezione
per le archistar

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19 giugno 2021

In un articolo pubblicato nel 1944 su «Rinascita», l’urbanista Luigi Cosenza scriveva: «I piani regolatori sono problemi di solidarietà umana, di coerente valutazione delle possibilità e degli ostacoli. Essi devono rappresentare la condanna delle ambizioni egoistiche, il ritorno nell’ora critica alla solidarietà e alla comprensione, la manifestazione di una volontà tesa verso scopi coerenti, costruttivi, creativi».

Analogo messaggio di fratellanza e solidarietà delle città è quello dichiarato dall’allora sindaco di Firenze, Giorgio La Pira, che nel 1955, in un convegno che riuniva tutti i sindaci del mondo, tenutosi nella sua città, disse: «Le città non sono cumuli occasionali di pietra: sono misteriose abitazioni di uomini e, più ancora, in un certo modo misteriose abitazioni di Dio».

Circa 75 anni dopo Raniero La Valle, a proposito dell’enciclica di Papa Francesco Fratelli tutti ci rinnova l’invito «del passaggio da una città (“società” nel testo] di soci ad una di fratelli».

Queste affermazioni hanno sempre albergato nelle coscienze delle persone, tuttavia politici e amministrazioni (salvo qualche rarissima eccezione) ne hanno fatto scempio utilizzando la sacralità di una città come vetrina per esporre merci per attrarre turisti e flussi di denaro, vanificando ogni segnale di solidarietà e di accoglienza tra i suoi abitanti. È prevalso l’aspetto economico, il fare profitto a ogni costo, su altri criteri che pure erano, all’origine, nel Dna di ogni città. Sempre Raniero La Valle, raccogliendo il messaggio contenuto in Fratelli tutti e capovolgendo il paradigma economico, ci ricorda che: «I migranti non si devono accogliere perché possono essere utili, ma perché sono persone, e i disabili e gli anziani non si devono scartare perché una società dello scarto è essa stessa inumana».

Ma le città sono diventate il luogo del conflitto più aspro dove l’accoglienza si è trasformata in una darwiniana lotta per la sopravvivenza e, al tempo stesso, i luoghi degli «scarti umani» dove una gran quantità di persone vive nella miseria senza alcuna speranza di riscatto.

Siamo di fronte, almeno nella cultura occidentale, a un collasso narrativo. Le città nate come luogo di accoglienza (l’aria della città rende liberi) si sono trasformate in luoghi di competizione globale dove l’urbanistica e l’architettura fanno a gara per escogitare “soluzioni” che gli consentono di scalare improbabili classifiche di attrazione e ricchezze, delle quali nessun vantaggio viene ai loro abitanti. Modernizzare, innovare, sono le nuove parole del dogma della competizione internazionale a scapito della fratellanza, della uguaglianza e della libertà.

Competizione ed egoismi che mettono a repentaglio anche la stessa stabilità della nostra biosfera, il luogo che ospita la vita e che costituisce la nostra casa comune, nella più totale discontinuità con il messaggio del santo di Assisi, come riportato nella Laudato si’: «Costruire un sentimento di intima unione con gli altri esseri della natura, con una preoccupazione per l’ambiente unita ad un costante impegno per i problemi della società».

Le conseguenze di questo trionfo del mercato che domina le nostre esistenze è che esso produce la cultura dello scarto e in quanto tale degrada le nostre città e lo stesso ambiente fino a paventare la stessa sopravvivenza del genere umano. Ed è ancora la Laudato si’ che ci ricorda che: «Non ci sono due crisi separate, una ambientale ed una sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale».

Molte altre, e importanti, sono le raccomandazioni contenute nella Laudato si’, agli indirizzi degli urbanisti e degli architetti chiamati a pianificare le città: «La sensazione di soffocamento prodotta dalle agglomerazioni residenziali e dagli spazi ad alta densità abitativa, viene contrastata se si sviluppano relazioni umane di vicinanza e calore, si creano comunità». E più oltre: «Per gli abitanti di quartieri periferici molto precari, l’esperienza quotidiana di passare dall’affollamento all’anonimato sociale che si vive nelle grandi città, può provocare una sensazione di sradicamento che favorisce comportamenti antisociali e violenza».

Infine, una “lezione di architettura” per le archistar, troppo spesso “distratte” da vanità personali o sete di successo: «È necessario curare gli spazi pubblici, i quadri prospettici e i punti di riferimento urbani che accrescono il nostro senso di appartenenza, la nostra sensazione di radicamento, il nostro “sentirci a casa” all’interno della città che ci contiene ci unisce».

Ricordiamo in proposito la lezione di Ernesto De Martino quando nel suo libro La fine del mondo ci racconta l’episodio di un contadino di Marcellinara che non era mai salito su un’auto. All’allontanarsi dalla vista del campanile del paese, il contadino, iniziò a manifestare sintomi di panico che crebbero mano a mano che esso scompariva. Un vero e proprio panico territoriale dovuto alla scomparsa di simboli noti e interiorizzati che avevano da sempre orientato il suo cammino.

Vorrei terminare questo breve scritto con le parole di un grande architetto scomparso, Federico Gorio, capogruppo del “Progetto Martella”, quel progetto che negli anni Cinquanta avrebbe dovuto risolvere una volta per tutte, lo “scandalo nazionale” dei Sassi di Matera: «Il Congresso era concluso e la città mi stava davanti agli occhi, ma forse lassù in contemplazione di quello spettacolo, avrei dovuto pregare Iddio che mi aiutasse lui a fare, da quell’ora in poi, questo mestiere di urbanista». Gorio nel suo progetto, che aveva un’importanza nazionale, era turbato da un dubbio, quello di “deportare” la popolazione dei Sassi, perché nei Sassi era praticata una particolare civiltà: la civiltà del vicinato, fatta di relazioni dense, di promiscuità, di rapporti di solidarietà. Una civiltà non esportabile in un altro contesto urbano, un “ordine umanissimo” che la “modernità” considerava uno scandalo.

di Enzo Scandurra