· Città del Vaticano ·

La mostra di Palazzo Barberini

Il barocco
e gli orologi di san Filippo

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19 giugno 2021

«L’Historia si può veramente deffinire una guerra illustre contro il Tempo, perché togliendoli di mano gl’anni suoi prigionieri, anzi già fatti cadaueri, li richiama in vita, li passa in rassegna, e li schiera di nuovo in battaglia». Così Manzoni, “trascrivendo” il celebre «dilavato e graffiato autografo», introduce i lettori nelle pagine del gran romanzo lombardo. L’aforisma del finto scartafaccio secentesco torna per un istante alla mente — in un’associazione libera e irriflessa in cui l’Arte si sostituisce alla Storia — davanti ad alcune delle opere esposte a Palazzo Barberini nella mostra “Tempo barocco”, aperta al pubblico fino al prossimo 3 ottobre. Come, ad esempio, il Ratto delle Sabine di Pietro da Cortona, dove la leggenda è «richiamata in vita e schierata di nuovo in battaglia» nell’attimo culminante del drammatico gesto del famoso rapimento. O come Il sacrificio di Isacco del Domenichino, in cui l’Angelo arresta la mano armata del vecchio Patriarca che sta per piombare sul giovane figlio (e qui ancora una volta può capitare di «tremare insieme ad Abramo che leva il coltello su Isacco», per dirla con Flannery O'Connor).

Afferrare, bloccare e fissare l’angosciante e implacabile incombere del tempo attraverso l’efficace immobilizzazione iconografica dell’azione è solo una delle intentiones auctorum delle opere riunite per l’occasione nel nuovo spazio mostre di Palazzo Barberini, e i curatori dell’esposizione — costituita da quaranta lavori realizzati nel xvii secolo da grandi protagonisti della cultura barocca, tra cui Pietro da Cortona, Valentin de Boulogne, Gian Lorenzo Bernini, Nicolas Poussin, Andrea Sacchi, Antoon Van Dyck, Domenichino, Guido Reni — lo hanno chiarito bene articolando il percorso in varie sezioni, nelle quali il Tempo è artisticamente guardato non solo nella prospettiva del suo evenemenziale dipanarsi, ma anche in quella del mito e dell’allegoria. Accanto al Kronos-Saturno che con la falce miete le vite degli uomini e recide le ali d’Amore, o con le mani svela la (nuda) Verità, c’è il Tempo delle quattro inesorabili età dell’uomo e quello delle quattro stagioni in perenne alternanza fra loro, c’è il Tempo contro il quale battagliano Speranza e Bellezza e quello che, come Atlante con il globo terrestre, porta sulle spalle pesanti orologi.

A questo proposito, sono anche i preziosi orologi in mostra a riservare sorprese inaspettate, come il piccolo e grazioso oggetto ovoidale in ottone e ferro con intarsi d’argento realizzato nel 1563 da Giovanni Maria Barocci e appartenuto a san Filippo Neri. Esso ospita una riproduzione dell’immagine miracolosa della Madonna della Vallicella, l’antica icona ad affresco conservata nella Chiesa Nuova. Pare che Pippo buono fosse interessato agli “orioli”. E secondo una antica biografia, egli era molto amico di due fratelli francesi, orologiai di Roma «ormai vecchi e carichi di famiglia», ai quali, «… per sovvenirli, commissionava molti orologi di diverse sorti e poi esortava persone facoltose che glieli comprassero». Di straordinaria bellezza anche l’orologio “silenzioso o notturno” di fine Seicento decorato con una Fuga in Egitto, e quello da tavolo a forma di torre (fine Cinquecento) su cui campeggiano le raffigurazioni a tutto tondo dell’Annunciazione, della Vergine col Bambino e di Gesù in croce.

Discreti, lievi e quasi impercettibili suggerimenti di come il tempo non sia un nemico contro cui combattere “guerre illustri”, né l’inganno angoscioso di un demiurgo cattivo che tiene prigioniero il cuore degli uomini. Ma che invece possa essere un dono prezioso, come ricorda Agostino nelle Confessioni: «Caro mihi valent stillae temporum», «troppo preziose per me sono le gocce del tempo». O i suoi rintocchi, come di orologi.

di Paolo Mattei