· Città del Vaticano ·

Un cimitero in Tunisia per dare dignità ai senza nome

Giardino dell’Africa

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19 giugno 2021

“Giardino dell’Africa”: un nome evocativo, utilizzato però per indicare una realtà drammatica. Così è stato chiamato il cimitero, in Tunisia, che ospiterà l’ultima dimora dei migranti annegati durante la traversata nel Mare nostrum, che continua a inghiottire vite. L’idea di creare un cimitero-giardino è nata dal celebre artista di origine algerine, Rachid Koraïchi, per dare un volto e un nome a chi non lo ha più, restituendo identità e dignità alle anime e ai corpi di chi ha intrapreso un viaggio, tra speranza e sofferenza, dall’esito fatale. Il Giardino dell’Africa accoglierà le salme rese dalle onde del Mediterraneo «diventato il cimitero più grande dell’Europa», come ha sottolineato Papa Francesco nell’Angelus di domenica scorsa, ricordando il naufragio del 18 aprile 2015, quando nel Canale di Sicilia persero la vita almeno mille persone migranti.

Sappiamo bene come non tutti i viaggi dell’immigrazione abbiano un lieto fine. Non sempre si concretizzano le speranze di chi cerca una vita migliore in fuga da miseria, fame, violenze e guerra. Per molti migranti la partenza è, dolorosamente, senza ritorno. Sogni e speranza si infrangono a poche miglia dalla costa, popolando i fondali del mare di cadaveri mai ripescati. È il caso del fratello di Koraïchi, morto mentre tentava di raggiungere l’Italia e il cui corpo non è stato mai più ritrovato. Così l’artista algerino ha deciso di costruire nella cittadina portuale di Zarzis, nel sud della Tunisia, non lontano dal confine con la Libia, un cimitero-giardino per dare una degna sepoltura alle salme, per lo più impossibili da identificare, che il mare ha riportato a terra. Sono i corpi di africani, ma anche di mediorientali e asiatici. Proprio il frequente ritrovamento di resti di migranti anonimi sulle spiagge lo ha spinto a dedicare alle vittime del mare, ignote, un luogo, che Koraïchi definisce un’oasi di pace, «un paradiso dopo l’inferno della traversata», per mantenerne viva la memoria.

La cerimonia di inaugurazione del “Giardino dell’Africa” si è svolta, lo scorso 9 giugno, a Zarzis, alla presenza di vertici dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura (Unesco). Il cimitero dedicato ai senza nome annegati nel Canale di Sicilia a bordo di barconi partiti dalle coste libiche e tunisine oggi conta già centinaia di lapidi bianche, curate personalmente dall’artista sulla base delle poche informazioni a disposizione. Ad esempio, su una di queste si legge “Donna, con indosso un vestito nero, ritrovata sulla spiaggia di Hachani”; su un’altra “Uomo, con pantaloni rossi, spiaggia di Djerba” e la data di ritrovamento del corpo. Vicky, una donna nigeriana di 26 anni, arrivata in Tunisia a piedi dopo diversi tentativi falliti di raggiungere l’Italia dalla Libia, racconta di aver sentito un nodo alla gola, mentre scrutava i sentieri del giardino: «Molte vite sono state perse. Molte persone che volevano arrivare sulle coste europee non ce l’hanno fatta. I familiari li cercano senza sapere che sono morti. Vedere queste tombe mi rattrista». A dimostrazione che l’arte può davvero incoraggiare la compassione e l’empatia e fare la differenza di fronte alle grandi sofferenze.

Accanto al giardino, oltre a un luogo di preghiera per tutte le religioni è stato costruito un laboratorio per prelevare il Dna, al fine di facilitare il lavoro di identificazione e tentare di dare, forse un giorno, un nome a chi ha perso anche questo, evidenziando un contrasto che dovrebbe far riflettere: l’oblio, la cancellazione della storia del migrante deceduto, ovvero della sua persona, stride difatti, se confrontata con l’urgenza d’identificare, gli stessi corpi di chi, in vita, approda sulle nostre coste. Se pronunciare il nome di una persona significa farla rivivere, allora il cimitero degli sconosciuti di Koraïchi, che restituisce dignità e memoria delle vittime di una strage silenziosa, finora destinate all’oblio, ha il merito di averle sottratte simbolicamente all’anonimato.

di Alicia Lopes Araújo