· Città del Vaticano ·

Dove il cuore ha trovato casa

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19 giugno 2021

La notte era illuminata dalle luci della contraerea e delle esplosioni su Baghdad. I bombardamenti della seconda guerra del Golfo costrinsero milioni di iracheni ad abbandonare il loro Paese. Tra loro c’era Kane Alkoraghooli che aveva nove anni. Era il 2003. La sua famiglia ha vissuto per un decennio tra il Libano, la Siria e l’Iraq. Oggi questo ragazzo dinamico e solare vive in Australia, dove gli è stato riconosciuto lo status di rifugiato. Sull’isola ha potuto ricostruire la sua vita, riprendendo gli studi e il suo lavoro con i migranti. «Sognare per noi significa essere flessibili, di modo che qualunque cosa la vita ti proponga tu possa adattarti a essa», racconta a «L’Osservatore Romano». «Sentiamo di non avere il controllo della nostra vita. Immagino che a molti possa sembrare negativo, ma penso che sia anche un indicatore di resilienza». Sono parole preziose che aiutano a riflettere su questa Giornata mondiale del rifugiato che si celebra il 20 giugno.

Kane è arrivato in Australia con i suoi familiari nel 2015 grazie a un visto umanitario per rifugiati concesso attraverso l’ambasciata australiana in Libano. In attesa dell’approvazione della domanda di asilo, questo ragazzo ha svolto i lavori più disparati e ha dovuto abbandonare più volte l’università a causa delle continue guerre che lo hanno costretto a lasciare i luoghi in cui abitava. Per questo motivo ha vissuto circa un terzo della vita in Iraq e un terzo in Siria. «Quando mi chiedono da dove vengo rispondo che la mia nazionalità appartiene a entrambi i Paesi, ma ora sono anche un po’ australiano».

Da sei anni Kane vive a Sydney. «Appena sono arrivato ho cercato un lavoro per mantenere economicamente me stesso e la mia famiglia. Poi ho iniziato a studiare per costruirmi una carriera professionale, ma ho abbandonato i corsi per concentrarmi sul lavoro». La maggior parte del suo impegno era ed è rivolto al sostegno dei rifugiati e dei migranti che arrivano in Australia. Un’attività fiorita in Siria e nel tempo si è irrobustita. Ciò anche grazie al volontariato presso la Croce Rossa e con “The Sydney Alliance”, una rete di organizzazioni sociali, scolastiche, ma soprattutto religiose. Tra queste c’è la diocesi di Parramatta, con cui Kane collabora, situata in un sobborgo multietnico di Sydney in cui vivono migranti originari di Sud Sudan, Iraq, Siria, Afghanistan e Myanmar. Durante questi anni il ragazzo iracheno non ha mai abbandonato il desiderio di completare gli studi più volte interrotti. Perciò dopo qualche tempo si è deciso: «Ho scelto di studiare Diritto ed economia alla Western Sydney University, perché ho capito che questa miscela di conoscenze è spendibile in vari ambiti».

Kane confida di ritenersi fortunato. «Quello che più mi ha aiutato a ricostruire la mia vita è stato il sostegno del governo, della comunità e di varie organizzazioni umanitarie. Purtroppo questo sostegno non è disponibile per tutti in Australia». Si riferisce al piano nazionale per la gestione dell’immigrazione. Il programma, infatti, distingue due categorie di persone: da un lato i richiedenti asilo che ricevono un visto d’ingresso temporaneo; dall’altra parte i rifugiati che ottengono un visto permanente. La differenza è abissale. Il ragazzo iracheno e la sua famiglia hanno ricevuto il diritto di asilo e pertanto godono di numerosi servizi. «Quando sono arrivato — spiega — un’organizzazione locale mi ha sostenuto per sei mesi e ho diritto all’assistenza domiciliare, ai beni di prima necessità e al cibo, alle prestazioni sociali, lavorative e a un’indennità per lo studio negli istituti pubblici».

Secondo le stime di Unhcr l’Australia riconosce l’accesso a questi servizi a circa 57 mila rifugiati e permette loro, tramite un processo di integrazione e di inclusione sociali, di ottenere la cittadinanza. I richiedenti asilo, invece, non godono di tali diritti. Una parte di loro, 1.497 persone, vive nei centri di detenzione. «Il periodo medio di permanenza è di 646 giorni e non è stato mai così alto», dice il vescovo di Parramatta, Vincent Long Van Nguyen, anche lui ex rifugiato vietnamita. In quei campi qualche migrante è arrivato a togliersi la vita, attirando più volte l’attenzione dell’episcopato australiano e della Comunità internazionale che hanno chiesto al governo di garantire il rispetto dei diritti universali e della dignità umana.

Quando si chiede a Kane se è felice di vivere in Australia risponde citando una frase dell’intellettuale egiziano, Naguib Mahfouz: «“La casa non quella dove sei nato, ma quella dove cessa ogni tuo tentativo di fuga”. Per me la casa è il posto in cui puoi finalmente sederti e sistemarti. È il tuo cuore», dice. Il giovane ama l’Australia e adora vivere a Sydney. «Uno dei posti che più preferisco è Maroubra Beach: ci vado due o due o tre volte a settimana per ammirare l’alba o il tramonto». Kane dice di sentirsi profondamente legato all’Australia, ma non nasconde che una parte di sé vorrebbe rientrare in Iraq. «Se mai avrò la possibilità di stabilizzarmi economicamente, vorrei tornare in Medio oriente o in Africa, dove penso che potrei contribuire maggiormente ad aiutare le persone povere e i rifugiati». Afferma di avere una profonda spiritualità, ma di non essere credente. «Per me la religione offre una sorta di possibilità di trovare un senso alla vita». Dai testi sacri e dagli scritti degli intellettuali dei tre grandi monoteismi afferma di aver colto una profonda saggezza che lo affascina da sempre. «La mia famiglia non è cristiana, ma a casa avevamo una Bibbia. Da bambino l’ho letta e vi ho trovato molte storie che credo influenzino i valori umani. Allo stesso modo ho letto Tolstoj, il rabbino Lionel Blue e altri testi religiosi». Queste opere, sottolinea Kane, hanno avuto un ruolo significativo nel formare la sua visione del mondo. «Parte del lavoro che oggi faccio con i migranti si basa sulle relazioni», precisa. «Tutta l’organizzazione si focalizza sulla ricerca di ciò che unisce davvero le persone, le comunità, i valori, le storie e le relazioni comuni». È l’amore che lega le nostre esistenze.

di Giordano Contu