· Città del Vaticano ·

Sfollati ambientali
e tutela della terra

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18 giugno 2021

Ogni minuto circa 20 persone al mondo sono costrette ad abbandonare la loro casa, il loro Paese, per fuggire alla guerra, alle persecuzioni ma anche alla miseria che sopraggiunge quanto il degrado del suolo nega i mezzi di sussistenza. Li chiamano gli sfollati ambientali coloro che hanno visto cancellato il lavoro di anni della terra dai cambiamenti climatici che hanno provocato la desertificazione, il degrado del terreno e la siccità. Una popolazione di 3 miliardi di persone che vede minacciata la propria esistenza anche dallo sfruttamento intensivo del suolo. Oltre 135 milioni dei quali, secondo le stime dell’Onu, se non si farà nulla per fermare il degrado del territorio, si metteranno in cammino entro il 2045 aumentando i rischi di instabilità e tensione sociale in molti Paesi.

Secondo i dati del Global Report on Internal Displacement il numero di persone costrette ad abbandonare il proprio habitat a causa di disastri naturali è il più alto nell'ultimo decennio, maggiore di chi scappa da guerre e violenze. Per questo nell’ultima riunione dell’Assemblea delle Nazioni Unite sul degrado del suolo, che si è tenuta questa settimana, il presidente, Volkan Bozkir, ha chiesto una maggiore cooperazione internazionale per la difesa della terra e per evitare un ulteriore degrado dei territori. Nel corso della riunione è stato ricordato che oggi la metà di tutti i terreni agricoli è degradata. Quasi tre quarti della terra senza ghiaccio nel mondo è in pericolo a causa delle attività umane per soddisfare una domanda sempre crescente di cibo, materie prime, strade e abitazioni.

La distruzione degli ambienti naturali annulla la distanza tra la fauna selvatica e l’uomo con gravi rischi di aumento delle malattie zoonotiche. La perdita di terreni sani porta inoltre all’intensificarsi dei cambiamenti climatici poiché la terra sana è il più grande mezzo di assorbimento del carbonio al mondo. Senza un cambio di rotta la situazione non farà che peggiorare. Entro il 2050, le rese delle colture globali dovrebbero diminuire del 10 per cento e in alcuni casi la riduzione potrebbe raggiungere il 50 per cento. Ciò porterà, si stima, ad un forte aumento di circa il 30 per cento dei prezzi mondiali dei prodotti alimentari.

E poiché più della metà del pil mondiale dipende dalle risorse della terra, milioni di agricoltori rischiano di cadere nella povertà se si perdono i terreni arabili con gravi conseguenze in materia di migrazione.

In risposta a questa sfida, il presidente dell'Assemblea generale ha incoraggiato le Nazioni ad adottare e attuare misure per rilanciare il territorio attraverso strategie sostenibili di gestione della terra e delle acque e ripristrinare la biodiversità. Il ripristino del territorio può dare, inoltre, un importante contributo alla ripresa economica dalla crisi sanitaria da Covid. L’Assemblea Onu ha infatti evidenziato come investire nella salvaguardia del territorio promuove la creazione di posti di lavoro e può fornire mezzi di sussistenza in un momento in cui centinaia di milioni di persone sono senza lavoro.

Attualmente, è stato sottolineato, le foreste e l'agricoltura ricevono meno del 3 per cento dei finanziamenti per il clima, ma rappresentano uno dei fattori più importanti alla soluzione della crisi climatica. «Per circa 2.700 miliardi di dollari all'anno potremmo trasformare le economie globali ripristinando gli ecosistemi naturali, premiando l'agricoltura che mantiene sani i suoli e incoraggiando modelli di business che diano la priorità a prodotti e servizi rinnovabili, riciclabili o biodegradabili» ha detto Bozkir, notando che nel giro di un decennio, l'economia globale potrebbe creare 395 milioni di nuovi posti di lavoro e generare più di 10 mila miliardi di dollari.

Ad oggi, 125 Stati membri hanno adottato strategie di sviluppo nel rispetto dei territori. Il presidente, Volkan Bozkir ha dunque invitato tutti a fissare «obiettivi ambiziosi». «Se i paesi riusciranno a ripristinare i circa 800 milioni di ettari di terra degradata che si sono impegnati a riabilitare entro il 2030, saremo in grado di proteggere l'umanità e il nostro pianeta dal pericolo che ci minaccia» ha concluso.

di Anna Lisa Antonucci