· Città del Vaticano ·

Sul parlare semplice di Gesù

Lo sguardo attento
(e la distrazione dei sapienti)

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18 giugno 2021

Domenica scorsa Papa Francesco commentando il testo del Vangelo si è soffermato sullo “sguardo attento” di Gesù, fonte primaria della sua predicazione attraverso le parabole. Queste narrazioni infatti «si ispirano proprio alla vita ordinaria e rivelano lo sguardo attento di Gesù, che osserva la realtà e, mediante piccole immagini quotidiane, apre delle finestre sul mistero di Dio e sulla vicenda umana». Nel suo capolavoro il romanziere russo Boris Pasternak scrive: «Per me la cosa principale è che Cristo parla con parabole tratte dalla vita di ogni giorno». Ha ragione: questa è la cosa principale. Il Papa sottolinea come «Gesù parlava in modo facile da capire, parlava con immagini della realtà, della vita quotidiana» e questo stile cela al suo interno un tesoro, un grande insegnamento: «Così, ci insegna che anche le cose di ogni giorno, quelle che a volte sembrano tutte uguali e che portiamo avanti con distrazione o fatica, sono abitate dalla presenza nascosta di Dio, cioè hanno un significato. Allora, abbiamo bisogno pure noi di occhi attenti, per saper “cercare e trovare Dio in tutte le cose”». La citazione finale, ignaziana, rivela un dettaglio, fondamentale, sempre di quella “cosa principale”: il cattolicesimo è la religione dell’incarnazione, da questo discende tutto il resto, cioè la fiducia nella realtà, anche in quella umana, così fragile e ambigua, perché la realtà, le cose «sono abitate dalla presenza nascosta di Dio, cioè hanno un significato». Il personaggio del Bianco, che è il nichilista nel romanzo di Cormac McCarthy Sunset Limited, nega recisamente tutto questo quando afferma sin dalla prima pagina: «Niente di quello che accade significa qualcos’altro». L’antidoto al nichilismo è quindi lo sguardo attento. Quello sguardo che il Papa raccomanda di avere per cogliere i significati nascosti nella realtà, per decifrare i segni sparsi nel mondo. Francesco ci chiede insomma più immaginazione, in qualche modo di essere più artisti. Sono loro infatti, gli artisti, i maestri dell’immaginazione. «L’odio è semplicemente mancanza di immaginazione» intuisce Graham Greene ne Il potere e la gloria. Si tratta di amare quindi e, per il cristiano, di corrispondere al gesto artistico del Maestro, di essere anche noi artisti come Gesù che compone narrazioni e così facendo ci invita a quello stupore che nasce dallo sguardo attento. La poetessa americana, Mary Oliver, scomparsa nel 2019, in una brevissima poesia indicava le “istruzioni per vivere la vita”: «Fai attenzione / Meravigliati / Raccontalo». Tre verbi fondamentali per ogni vita umana, tanto più se cristiana.

Papa Francesco non dà istruzioni per la vita ma conduce la vita in continua tensione unificante tra quello che predica e quello che vive. Ci indica il modello di Gesù che con il suo parlare semplice «apre delle finestre sul mistero di Dio e sulla vicenda umana» e così fa anche lui: parla in modo diretto e apre squarci che illuminano la nostra vita e ci strappano dalla “polvere” della routine e quindi dalla distrazione e dalla scontatezza. Chi ascolta e vede Papa Francesco in azione sarà portato a non dare più nulla per scontato o dovuto nella sua vita di ogni giorno, e troverà nuova energia e soprattutto un animo grato, riconoscente. A meno che non ci si accosti, anche al Papa, con idee preconcette alle quali si è così affezionati da non volerle abbandonare: questo approccio ideologico è la morte dello stupore. E il vero stupore è sempre per le cose quotidiane, perché non avrebbe valore uno stupore per lo straordinario, sarebbe solo un riflesso automatico, istintivo. E invece l’uomo, creatura spirituale, non è solo una macchina regolata dagli istinti. E qui ha di nuovo ragione Pasternak che in quella pagina del Dottor Zivago continua così sulla forza rivoluzionaria del Gesù narratore parabolico: «Il mondo antico finì in Roma, in quell’orgia di cattivo gusto, in oro e marmi, venne lui, leggero e vestito di luce, precipuamente umano, volutamente provinciale, il Galileo, e da quel momento i popoli e gli Dei cessarono di esistere e cominciò l’uomo, l’uomo falegname, l’uomo agricoltore, l’uomo pastore tra un gregge di pecore al tramonto, l’uomo il cui nome non suonava solenne e feroce, l’uomo generosamente offerto a tutte le ninne-nanne materne del mondo».

Gesù de-sacralizza il mondo invitando gli uomini a concentrare lo sguardo non sulla potenza, solenne e feroce, degli Dei, ma sulla forza divina nascosta nella fragilità degli uomini semplici, comuni. Forse lo stesso profeta Elia pensava di trovare Dio nel fuoco o nel terremoto, ma invece lo scopre in un «mormorio di vento leggero» (1 Re, 19, 12). E sulla stessa scia così sta facendo nella sua predicazione il Vicario di Gesù, togliendo ogni solennità dalla religione per far riemergere la purezza della fede dei semplici, del “santo popolo fedele di Dio”.

Il problema, oggi, è che ancora permane nella mente dell’uomo la tentazione dell’ideologia, che poi nasce dalla superbia: c’è chi sa di sapere e quindi, forte della sua sapienza, può solo dare istruzioni e insegnare agli altri, anche al Papa. Sono in molti, oggi, a pontificare, visto che il Pontefice ha scelto un’altra strada, più umile, che può sembrare difficile da comprendere e da spiegare, come fosse una stoltezza. È proprio questo il segno che è la strada giusta, quella di cui parla San Paolo all’inizio della sua prima lettera ai Corinzi: «Poiché, infatti, nel disegno sapiente di Dio il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini» (1 Cor, 1, 21—25).

di Andrea Monda