· Città del Vaticano ·

Si chiude la pubblicazione dell’«Opera Omnia» di Raimon Panikkar

Infinitamente ignorante perché infinitamente colto

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18 giugno 2021

A Tavertet, in Catalogna, un villaggio di montagna affacciato sugli immensi balconi di roccia viva dei Pirenei, spunta una casina di legno e pietra, con grandi vetrate, che pare un vascello volante. Lassù, penzoloni su un lago di nuvole bianchissime, Raimon Panikkar ha vissuto l’ultima fase d’una esistenza unica o, come amano dire i tedeschi, nicht klassifizierbar, non catalogabile. Non a caso amava citare il Salmo 24, laddove Davide domanda perdono al Signore, riconoscendo d’essere «povero», ma «unico» (quia unicus et pauper sum). La sua vita, unica per davvero, pareva quasi gareggiare con la logica della non contraddizione e avvicinarsi a quella che Giovanni Gentile definiva «unità superiore», «dove i contrari coincidono senza demolirsi». Di sé stesso Panikkar diceva: «Non mi considero mezzo spagnolo e mezzo indiano, mezzo cattolico e mezzo indù, ma totalmente occidentale e totalmente orientale».

Panikkar è stato filosofo, mistico, teologo, chimico, sacerdote, docente acclamato delle più importanti università dell’India, degli Stati Uniti e dell’Europa, ma soprattutto maestro.

Martin Heidegger definì la sua intelligenza «elettrica», col suo solito verbo avaro di spiegazioni. Ne avanziamo una noi: l’électron è per i greci la specialità di alcuni corpi d’attrarne a sé altri. L’intelligenza di Panikkar ha saputo attrarre a sé, con un’empatia straordinaria, mondi, lingue, persone, tradizioni religiose («vero cuore delle civiltà») dai più disparati angoli della Terra. Inesauribilmente ignorante, perché inesauribilmente curioso, colto; di quella beata, infinita agnosía tanto cara al suo Evagrio Pontico.

Se diamo per buono ciò che Nietzsche scrisse in Al di là del bene e del male, vale a dire che «ogni filosofia è il confessarsi del suo autore», legheremo necessariamente la rara unicità del pensiero di Panikkar, insieme al suo vivace coinvolgimento nel dialogo interreligioso, alla sua stessa vita e ai fatti della sua storia familiare.

Negli anni finali dell’esperienza terrena, consapevole che il suo tempo stava giungendo alla fine, Panikkar ha consegnato i suoi diari a Milena Carrara Pavan, la persona che gli è stata più vicina negli ultimi vent’anni di vita, curatrice dell’Opera Omnia e attuale presidente della fondazione Vivarium. Con una lettera molto profonda, Panikkar ha affidato a lei la sua memoria. Alcuni brani di questi diari sono stati pubblicati sotto il titolo L’acqua della goccia. Frammenti dai Diari di Raimon Panikkar (Milano, Jaca Book, 2018), che costituisce il riferimento principale di qualsiasi tentativo di biografia.

Nel suo Panikkar, un uomo e il suo pensiero, Maciej Bielawski ha definito il filosofo catalano figlio «di una simbiosi», che condizionò anche le sue prospettive sul Reale. Tale «simbiosi» nacque ben prima che Raimon avesse la maturità intellettuale per scriverne. Nacque nell’abbraccio di radici lontane, che fu proprio la sua famiglia.

Suo padre, Menakath Allampadath Ramuni Panikkar, nobiluomo del Kerala, laurea in chimica a Madras, sposò, secondo la tradizione indiana, una giovane di famiglia altrettanto importante. Da questo primo matrimonio nacque un figlio, che Raimon conoscerà soltanto nell’età adulta, durante una delle sue «scorribande in moto, per l’intero territorio indiano». Poco dopo, il padre di Raimon fu costretto a lasciare l’India per non rimanere compromesso in una grave imputazione terroristica che coinvolse un suo fedele compagno. Si trasferì in Inghilterra e divenne uno dei leader del movimento di liberazione dell’India dal dominio coloniale. In un colloquio con Raffaele Luise, Raimon accennava alla vicenda: «Ci mancò poco che la mia famiglia entrasse nella “grande” storia. Ma, qualche tempo dopo, giunse nella capitale inglese Gandhi e mio padre lasciò al suo eccezionale carisma la direzione del movimento».

Fu così che Ramuni Panikkar si trasferì in Spagna, dove impiantò una piccola fabbrica per la lavorazione delle pelli e conobbe Carmen Magdalena Alemany, figlia cattolica della ricca borghesia catalana, che riuscirà a sposare essendo il suo precedente matrimonio non celebrato con rito cattolico. Dalle nozze nacquero Salvador, Mercedes, José Maria e il nostro Raimon. Fu Carmen a trasmettere ai figli la passione per la musica, ma soprattutto l’apertura mentale e l’attitudine filosofica e religiosa (anche Salvador era un filosofo).

Raimon frequentò il Collegio di Sant’Ignazio di Sarría dai gesuiti, diplomandosi a pieni voti e con «premio straordinario» nel 1935. Sulla sua prima formazione non ci è dato sapere di più.

Il 24 agosto 1936, per via dello scoppiare della guerra civile spagnola, la famiglia scappò su una nave inglese grazie ai contatti e alla cittadinanza britannica del padre. Da quel momento iniziò una peregrinazione tra Marsiglia, Parigi, Siegburg, che si concluse a Bonn. Nel 1937 Ramuni, con la moglie e i due fratelli più piccoli, tornò in Spagna per badare all’industria chimica di famiglia, mentre Raimon, rimasto con Mercedes a Bonn a studiare chimica, entrò a contatto col clima intellettuale tedesco e ne rimase folgorato: cominciò a interessarsi, al fianco delle scienze, di filosofia e teologia, vecchie passioni di sua madre. I suoi successivi dottorati in lettere, filosofia e teologia saranno frutto di questa folgorazione.

Stando alla biografia di Bielawski e a una «confidenza» di Milena Carrara Pavan, la notizia della chiamata sacerdotale del figlio provocò all’anziano Ramuni un grave evento cardiovascolare. Si rifiutò di presenziare alla sua prima messa, «salvo poi nascondersi dietro una colonna della chiesa».

Tra il 1954 e il 1966, a 36 anni, durante una sua missione apostolica in India, Raimon si riconciliò intimamente con la figura paterna: riscoprì il suo induismo, lo riconobbe come parte delle proprie radici, senza sentirsi infedele alla sua fede di partenza. L’intuizione advaita, maturata nel cuore di Panikkar, anche grazie alla diretta testimonianza d’amore e armonia dei genitori, gli permise di superare il doloroso dualismo, che tanta sofferenza aveva causato ad alcuni suoi compagni di strada, Jules Monchanin, Henri Le Saux, Bede Griffiths, monaci cristiani compenetrati anch’essi nella spiritualità orientale, ma con molti più rovelli.

Alla già citata Milena Carrara Pavan dobbiamo il merito d’aver curato, insieme a tutta l’Opera Omnia, anche il xii e ultimo volume, Spazio, tempo e scienza (Milano, Jaca Book, 2021, pagine 528, euro 30), in cui convergono vari contributi apparsi su libri e riviste nel primo periodo della vita di Panikkar, quando l’interesse per il tema della scienza era più vivo che mai: vi si indagano la dimensione del tempo legata alla concezione scientifica della realtà, il profondo conflitto e l’alterazione dei «ritmi di vita» provocati all’interno dell’uomo dalla civiltà tecnologica, la relazione intima tra uomo e tecnologia, «frutto dell’interesse per la terra e per la materia», la possibilità di una integrazione nel progresso e di una emancipazione vista non come rifiuto, ma come superamento da certi condizionamenti.

Nel libro c’è un passaggio che spiega molto di Raimon Panikkar e di un’esistenza spesa quasi interamente nel tentativo d’abbracciare tutto, capire tutto e «vedere il più possibile»: «La sintesi ci dà (…) il significato delle cose, e l’aspirazione umana alla sintesi altro non è che l’anelito di trovare un significato totale alla vita. (…) una filosofia non-cristiana non per questo è falsa, ma una sintesi non-cristiana è necessariamente falsa in quanto carente dei dati fondamentali per la costruzione della sintesi». Questo discorso, per Panikkar, non vale soltanto per la fede cristiana, ma per tutte le fedi, le culture, i saperi, le tradizioni. Perché la sintesi sia «totale» è necessario, come sostiene nella splendida «metafora della finestra», ascoltare la descrizione di ciò che vede il nostro vicino «dalla sua finestra», scoprire che «c’è dell’altro», che non siamo in grado di vedere l’intera realtà dal nostro davanzale, che è necessario scambiarsi i rispettivi «punti di vista» per completare il mosaico del mondo e della vita.

di Roberto Rosano