· Città del Vaticano ·

Un ritratto di Josif Brodskij attraverso la sua biblioteca personale

In valigia solo poesie
e una macchina da scrivere

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18 giugno 2021

La storia della biblioteca di Brodskij è ancora tutta da scrivere. Inoltre il lavoro è reso più complesso dal fatto che nel giugno del 1972 il poeta aveva scelto la via dell’esilio negli Stati Uniti. A Leningrado (allora si chiamava ancora così) aveva lasciato per sempre la casa, i genitori che non avrebbe mai più rivisto e tutti i libri della sua libreria. Nella valigia, insieme a pochi effetti personali, solo una macchina da scrivere, i versi di John Donne e le Poesie di Anna Achmatova, forse quelle con la dedica della poetessa, un volume che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita e che diversamente da lui, alla sua morte avrebbe fatto ritorno in Russia (oggi è conservato presso il Museo Anna Achmatova al Fontannyi Dom di San Pietroburgo).

Nella Capitale del Nord egli lasciava un piccolo tesoro di 674 volumi dove sono ben rappresentate soprattutto la letteratura inglese e la statunitense in lingua oltre che, naturalmente, quella russa. Inoltre un numero cospicuo di opere appartengono all’area polacca e, quindi, alla tedesca, alla francese, alla neogreca, a testimoniare la passione giovanile di Brodskij per alcune civiltà letterarie che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita. All’interno di questo fondo, anch’esso conservato presso il Museo Achmatova, si possono individuare anche altri filoni di interesse, come per esempio la geografia oppure la storia locale e in numero minore anche opere di filosofia e di religione. Vi figurano per esempio il Breve dizionario filosofico di Rozental’ e Judin (Mosca, 1954) e una monografia su Giordano Bruno di Aleksandr Gorfunkel’ (Mosca, 1965). Questo coerentemente con le posizioni antimetafisiche di Brodskij che in una sua poesia aveva esplicitamente dichiarato di non essere un filosofo ma un vecchio che non può scacciare «alcune domande assurde» (Frammento).

Anche sulle questioni di fede non aveva mai fatto mistero del fatto che le religioni storiche lo attraessero poco. Benché la critica gli abbia sempre riconosciuto, già a partire dagli anni giovanili, un’apertura al mistero, ha sempre fatto corrispondere a questa inclinazione un tipo di ricerca non confessionale. Ciò forse spiega la “densità” più bassa di un tal genere di libri tra gli scaffali brodskijani, insieme ovviamente al contesto storico e culturale della Russia sovietica che in quegli anni certamente non incoraggiava questa linea di ricerca. Tra le letture del poeta c’è sicuramente la Bibbia, che legge per la prima volta a 23 anni (L. Losev, Iosif Brodskij, Mosca, 2008, 166) e, per sua stessa ammissione, il libro che aveva destato più impressione in lui era stato il Giobbe (cit., 170). Rimane tuttavia il dubbio se questa lettura l’avesse condotta proprio sull’esemplare in inglese, presente nell’appartamento pietroburghese, delle Sacre Scritture – The Holy Bible – con la data e la firma del proprietario di un tempo: Edward Du Pre – 1878.

Dopo l’emigrazione negli Stati Uniti in corrispondenza dei suoi impegni professionali, Brodskij si trovò a dover occupare diverse abitazioni. All’inizio ad Ann Harbor, nelle vicinanze di Detroit, e poi a New York, prima in affitto al n.44 di Morton Street e poi dal 1993 in una casa di proprietà in Pierrepont Street. Inoltre dal 1980 in corrispondenza dell’invito a insegnare presso il consorzio dei Cinque College in Massachusetts, aveva preso dimora a South Hadley al n.40 di Woodbridge Avenue. Dal punto di vista bibliografico una informazione rilevante sugli scaffali americani del poeta è data dalla donazione, fatta sempre al Museo Anna Achmatova dalla vedova Maria Sozzani—Brodskaja nel 2002, di 668 libri provenienti dalle case che Brodskij aveva occupato durante il suo soggiorno negli Usa.

Volendo concentrare l’attenzione solo sui libri di spiritualità e di religione spiccano in queste librerie americane opere di carattere agiografico come il The Penguin Dictionary of Saints di Donald Attwater (Londra, 1995). Ad attirare la curiosità, ancora un libro antologico, il The Oxford Book of Death (New York, 1983), una raccolta da Platone alla contemporaneità sul tema della morte, lo stesso che cadenza tutta l’opera brodskijana e lega indissolubilmente la sua poesia a un sentimento elegiaco della fine. Tra i classici della fede una raccolta delle opere di sant’Agostino nella versione russa: Opere scelte del beato Agostino, vescovo di Ippona (Mosca, 1786), dove è significativa la data, il 1786, il che lascia supporre che si tratti di un’opera che abbia più un valore antiquario che una funzione di studio e di lavoro.

Naturalmente non sono solo queste le letture di Brodskij in tema di fede e di religione. Quello che si trova nelle librerie non è mai tutto quello che si è letto. Per esempio a questo elenco si possono aggiungere i volumi che egli consiglia agli studenti del primo anno del Mount Holyoke College a South Hadley. La lista comprende 83 autori per poco più di un centinaio di volumi. In essa egli spazia all’interno della produzione letteraria di tutti i tempi e in questo elenco inserisce anche alcuni libri di argomento religioso che andavano necessariamente letti «per avere una cultura di base». Troviamo perciò le Confessioni di sant’Agostino, la Summa theologica di san Tommaso d’Aquino, i Fioretti di san Francesco, un gruppo di opere scelte di Martin Lutero, le Istituzioni della religione cristiana di Calvino.

È una piccola lista nella lista che ha il pregio di offrire, proprio per il tramite dei volumi consigliati, la possibilità di accostarsi ancora meglio alla figura di Brodskij e immaginare per quali vie e attraverso quali libri si è avvicinato alle questioni di fede. Cosa che risulta ancora più significativa se si pensa a ciò che ebbe ad affermare una volta, e cioè che «un uomo è ciò che legge, e tanto più un poeta» (Il canto del pendolo, 1987, p. 283).

di Lucio Coco