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La tragedia di Seveso nel romanzo riedito di Laura Conti

Il veleno della menzogna

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18 giugno 2021

Un silenzio strano, assoluto, innaturale; non si sentono più le galline, i passeri, i piccioni, nemmeno le solite mosche: «Era come guardare la tele quando il sonoro è guasto». Gli animali tutti morti, le foglie bruciate, «il bambino della Rina che pareva scottato (…) le vesciche sulle braccia e sulla faccia».

Seveso, 10 luglio 1976, ore 12.40: una nube carica di diossina si alza da una fabbrica dell’hinterland milanese, investendo una vasta area circostante. Una donna, Laura Conti — medico, consigliere regionale del Pci e segretaria della Commissione sanità ed ecologia del Consiglio regionale — segue giorno dopo giorno il dipanarsi della catastrofe. Vuole riflettere sulle conseguenze del disastro, in particolare sulle ripercussioni fisiche e psichiche per chi vive quel territorio, e sceglie di farlo attraverso un romanzo, Una lepre con la faccia di bambina, pubblicato la prima volta nel 1978 e oggi riedito (Roma, Fandango, 2021, pagine 142, euro 13).

Il narratore è Marco, dodicenne figlio unico di un benestante artigiano di Seveso, grande amico di Sara, con la quale – a parte l’età – ha però ben poco in comune. Non solo la bambina è l’ultima nata in una famiglia di immigrati meridionali che abitano vicino alla fabbrica, ma mentre Marco è titubante, indeciso e pieno di dubbi, Sara al contrario non ha mai paura né ribrezzo di niente. Sono, i loro, due mondi diversissimi, incapaci di amalgamarsi e di comprendersi, ma che poi, improvvisamente, si ritrovano stretti assieme nella tragedia. Perché la nube tossica va veloce, sovverte tutto: in poche settimane centinaia di famiglie della Zona A, comprese quelle dei due bambini, saranno obbligate ad abbandonare le loro case trasferendosi in un grande albergo. Qui Marco e Sara dovranno affrontare, contemporaneamente, i turbamenti della pubertà e la crisi della loro comunità. In tempi di pandemia, dubbi e confinamenti, una lettura quanto mai attuale.

Una prima grande protagonista del romanzo è dunque la distanza tra i mondi dei due bambini, distanza che nelle prime pagine del romanzo sembra colmabile solo con la loro amicizia caparbia. È Marco ad attraversare il confine, a frequentare la casetta di Sara nel quartiere dove abitano quasi solo meridionali, e qualche veneto («la porta di casa non la chiudono quasi mai perché nessuno dei fratelli sa se è l’ultimo a tornare oppure no, così nessuno chiude, perché ognuno ha paura di chiuder fuori qualcun altro»). E se a tratti la bambina si vergogna del disordine e della sporcizia di casa sua («non capisce – riflette Marco – che io, nel giardino di casa mia, mi annoio: tutti i sassolini di ghiaia sono puliti e a posto, neppure un fiore fa in tempo ad appassire»), il bambino è affascinato dal contesto caotico, contraddittorio e vivo dell’amica. I fratelli sono comunisti («nella loro stanza ho visto attaccati ai muri i ritratti di Stalin, e di un vecchio col pizzo e gli occhi da cinese»), ma sulla credenza, accanto ai ritratti di famiglia, c’è «la foto di Papa Giovanni che sembrava il papà di tutti».

Poi arriva la diossina a scompaginare ogni divisione e quando verrà mandato in fretta e furia a Rapallo dagli zii, li scoprirà terrorizzati dal possibile contagio. Imparando così sulla sua pelle che tutti siamo «il quartiere degli immigrati» per qualcun altro.

L’altro protagonista del romanzo è la menzogna. Degli adulti tra loro, degli adulti verso i bambini. Negare tutto, minimizzare, leggere non la realtà, ma quel che fa più comodo. Il padre di Marco, ad esempio, ha una sola chiave di analisi: perdite e ricavi («Se continuano tutte queste chiacchiere sul veleno si ferma il commercio. I clienti non comprano più i nostri divani, se pensano che la stoffa dei cuscini è sporca di veleno»). Ora per la prima volta Marco sente affiorare dentro di sé qualche dubbio verso il genitore, figura lontana ed estranea alla quotidianità del bambino, ma per la quale il piccolo nutre una sorta di venerazione («Mi sembrava un po’ strano che per dare retta al Vangelo si facevano i divani con la diossina da mandare agli sposi tedeschi, ma ero contento perché il papà pareva contento di me e non gli succedeva quasi mai»).

Nello sconvolgimento generale, ad aggravare le cose, ai bambini arrivano messaggi distorti e contraddittori (la nube non è pericolosa, ma Marco viene spedito lontano; la diossina «è un veleno ma non è proprio un veleno», i nascituri dei quali si temono malformazioni «sono bambini ma non sono proprio davvero dei bambini»). E se la fabbrica dà lavoro e sostentamento, garantisce possibilità, la medesima porta morte, malattia e dolore; molti cercano di approfittare della situazione; la violenza – sia pure con tonalità diverse – viene esercitata a diversi livelli.

Nella confusione che regna, tra le domande che si affastellano, ce n’è una che domina sulle altre: perché – si chiede Marco – gli adulti mentono rispetto a un dolore di cui non hanno colpa?

Se i bambini vogliono informazioni, la sola via è quella di origliare (ed è così, ad esempio, che Marco scopre che non si tratta di un veleno nuovo: il veleno «c’era già prima e si chiamava diossina»). La madre in particolare tratta il figlio come uno sciocco, «così mi toccava stare zitto e fare lo scemo, e non dire tutto quello che sapevo, anche se ne sapevo più di lei, perché io avevo visto l’orto senza polli e senza conigli (…) le vespe morte nei vasi, avevo visto tutto questo e lei no (…) avevo visto il cane morto con la pancia gonfia che girava nel vortice, io lo avevo visto e lei no». E come se non bastasse il limite dell’essere piccolo, con la pubertà Marco scopre di averne anche un altro: è maschio («Se sono i miei genitori, non posso capire perché sono un bambino. Se è Sara, non posso capire perché sono un uomo»).

Il mondo appare a Marco oscuro e contraddittorio, intriso di colpevoli inganni e di colpevolissimi autoinganni. Attraverso lo sguardo dei giovanissimi protagonisti, Laura Corti ci restituisce un duro, prezioso racconto fatto anche di ignoranza, pregiudizio e paura rivelando come la tragedia di Seveso sia stata, insieme, un problema sanitario, ecologico, politico ed educativo.

Cosa resta se gli adulti — coloro cioè che dovrebbero difendere i piccoli dal pericolo e insegnare loro ad affrontare la vita — si rivelano impastati di menzogne?

di Silvia Gusmano