· Città del Vaticano ·

«Klara e il sole» di Kazuo Ishiguro

Se la solitudine
fa il giro del mondo

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16 giugno 2021

Difficile dire cosa ci spaventi di più di questa distopia ambientata in un futuro non tanto lontano, se il fatto che tra gli umani si aggirino robot parlanti e pensanti, o piuttosto la distinzione sempre più netta tra chi può e chi non può “emergere”, socialmente e professionalmente parlando, o, ancora, il ricorso a periodici “incontri di interazione” tra esseri umani che altrimenti vivono sempre più isolati nei loro piccoli universi ipertecnologici. O anche cosa, di tutto ciò, ci affascini, perché tra le pagine dell’ultimo romanzo di Kazuo Ishiguro, Klara e il sole (Torino, Einaudi, 2021, pagine 250, euro 19.50, traduzione di Susanna Basso), si insinuano riflessioni di una profondità disarmante, su questioni che, se oggi appartengono alla fantascienza, fra qualche decennio non c’è alcun dubbio che saranno in cima all’agenda globale.

La maestria narrativa dell’autore premio Nobel 2017 si fa sentire da subito: il romanzo affida la voce narrante alla Klara del titolo, e il lettore si ritrova a condividere le percezioni limitate di questo AA, un Amico Artificiale, una futuribile invenzione robotica ideata per far compagnia a bambini e adolescenti. Klara vede per riquadri e segmenti, ma per il resto sente e parla come un umano, incamera informazioni e rielabora quelle già inserite nel suo meccanismo e diventa l’amica speciale della protagonista, la piccola e malata Josie. Il fatto che dopo un centinaio di pagine scopriamo di essere in un peraltro anonimo Midwest americano poco ci consola: la tanto deprecata solitudine che è solitamente attribuita alla cultura di quella nazione ha tranquillamente fatto il giro del mondo, e non solo a causa della pervasività della rete, o a causa della pandemia. E la storia di Klara e la sua amica-proprietaria Josie potrebbe essere ambientata nel Giappone o nella Finlandia o nell’Italia del ventiduesimo secolo.

Scorci di un mondo che verrà, in cui la tecnologia sembra voler prendere sempre più il sopravvento sull’anima delle persone, fino all’ipotesi più inquietante, ovvero di sostituirsi a essa. Ma non è il caso di svelare i dettagli di una trama che parte con la flemma artificiale e circoscritta, appunto, di Klara che guarda il mondo dalla vetrina del negozio in cui è esposta, e che gradualmente coinvolge il lettore in un dilemma lacerante. Basti dire che Josie è afflitta da una malattia non ben definita, molto probabilmente mortale, e sua madre deve fare i conti con la possibilità di perderla per sempre così come ha già perso un’altra figlia per un male simile. Saranno opportune, etiche, accettabili, le ipotesi messe in campo dal progresso tecnologico? Sarà il caso di sfidare le più imprescindibili leggi della natura?

Per evitare la banalità di raccontare un futuro disumanizzato, Ishiguro lo popola di sfumature diverse, un padre egoista e una madre iperprotettiva per Josie, un amico coetaneo e aspirante fidanzato come vicino di casa che, sensibile e intelligente, non è riuscito a far parte della schiera dei ragazzi “potenziati”, coloro cui il futuro arriderà più che agli altri perché possono permettersi un’istruzione di alto livello. Tra altri adulti un po’ sfasati e adolescenti un po’ aggressivi, spicca la figura emblematica di Klara, apparentemente tanto simile a un umano, ma in realtà un macchinario che si calma quando sta accanto al frigo e sente quel familiare ronzio dell’alimentazione elettrica. E di alimentazione, in senso lato, parla questo romanzo: Klara si alimenta con l’energia del sole, lo rincorre e lo prega come se, invece di un tempo futuro, lei facesse parte di un tempo passato, pre-umano, o pre-culturale, se vogliamo, in cui l’astro è la divinità più immediata. Klara è sempre all’erta per vedere dove si dirige il sole, da dove arrivino i suoi raggi, che la fanno sentire bene e, ne è convinta, potrebbero risolvere anche il problema di Josie, apparentemente condannata a una morte inevitabile. Se all’inizio il lettore può provare un senso di distacco nei confronti di questo robot pensante, Ishiguro riesce a infonderla di un senso di vulnerabilità che è fin troppo umano, e quando l’erba alta di un campo le impedisce di portare a termine la sua missione, per esempio, Klara suscita la stessa tenerezza che potrebbe scaturire da un bambino inesperto e perso. Quando sceglie il sacrificio per amore di Josie è, ovviamente, più umana di molti altri personaggi.

Klara, però, è indenne all’offesa, anche quando le danno dell’aspirapolvere, o quando rischia di fare un viaggio in macchina infilata nel bagagliaio. «Non sei autorizzata a essere curiosa», le dice uno dei genitori con cui interagisce, ma Klara raccoglie osservazioni e formula un pensiero, prende decisioni e cambia il corso degli eventi. O, almeno, ci prova. D’altro canto, se lei si rivelerà avere caratteristiche umane (non è forse programmata per averne?), gli umani che la circondano sono finanche pronti a sottoporsi a un editing genetico per assicurarsi il successo. Equilibri nuovi sembrano regolare il mondo di Klara e il sole, e non sempre dei più auspicabili, se c’è chi vive asserragliato in casa armato fino ai denti per difendersi dagli altri, e gli adolescenti passeggiano con i loro AA, progettati con sempre maggiori capacità risolutive, fino a una adattabilità che rasenta il clone totale. Profondo, poetico e inquietante al tempo stesso, questo romanzo, come accade alle migliori penne della letteratura, si allontana da noi nel tempo e nello spazio per raccontare, in realtà, chi siamo noi oggi, dove siamo e dove rischiamo di andare.

di Alessandro Clericuzio