· Città del Vaticano ·

Riti e ritmi della preghiera liturgica

Luogo della relazione
tra uomo e Dio

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16 giugno 2021

Pubblichiamo alcuni stralci tratti dall’introduzione al volume di Ivica Žižic Coram Deo. Riti e ritmi della preghiera liturgica. Percorsi di antropologia liturgica (Cittadella Editrice, Assisi, dicembre 2020, pagine 202).

La ratio orans non solo rende possibile un’interpretazione del mondo e dell’uomo, ma può sviluppare le prove della propria legittimità. L’agire rituale risulta decisamente importante nel comprendere in fondo l’esperienza religiosa temporale e corporea, non puramente spirituale e speculativa.

Tuttavia, l’esigenza di pensare la pratica rituale della preghiera in quanto azione ha stimolato la riscoperta delle diverse angolature portando al confronto con le varie tematiche attinenti al fenomeno, innanzitutto il linguaggio, la temporalità e la corporeità fino agli aspetti cognitivi e correlati neurali della preghiera.

Il punto di riferimento da privilegiare è quello che riguarda... il linguaggio. Oggi si sente l’esigenza di considerare anche il linguaggio come espressione pragmatica in cui l’uomo non soltanto dice ma fa. In questo senso, il linguaggio della preghiera converge a sua volta in una ritualità tramite “atti petitivi”.

Di certo, la performance rituale pone in atto il vedere e il sentire, ascolto e gioco, arte e architettura, tutti gli spazi simbolici nei quali accade il linguaggio di fede e si dispiega l’umanità dell’uomo. Siamo dunque nell’ordine del simbolico inscritto nella struttura dell’agire che permette al soggetto di accedere alla relazione fiduciosa nei confronti di Dio scoprendosi ridonato in essa, nella sua propria identità. Su questa linea, si vuole evidenziare che la preghiera rituale costituisce il luogo in cui l’uomo relazionandosi con Dio, uno e trino, ritrova se stesso in comunione ecclesiale coram Deo.

L’accadere del legame orante è sempre accompagnato dall’accedere alla propria umanità. La preghiera rituale, infatti, si verifica proprio nell’avvenire del legame di fede e tale relazione, creduta e celebrata, non viene pensata come esterna all’uomo, bensì integrata nella stessa umanità dell’uomo.

Di fronte al fenomeno della preghiera, in quanto evento celebrativo inclusivo, l’obiettivo del nostro ricercare allora è quello di chiarire l’orizzonte in cui essa si colloca rilevando i contesti antropologici aperti all’accadere della rivelazione. La preghiera diventerà sempre più il luogo maggiormente appropriato per mettere in evidenza l’umanità dell’uomo nell’atto di accedere al legame che lo fonda.

Tutto ciò porta a una considerazione della preghiera in quanto “luogo” nel quale si dispiega il legame. Il porsi dell’uomo di fronte a Dio non suggerisce oblio dell’ordine del mondo. La liturgia si «integra con la topologia» e «noi non dobbiamo inverso similmente scegliere fra l’essere nel mondo e l’essere di fronte a Dio».

Colui che prega nel silenzio e nella parola, nel gesto e nel corpo si sporge oltre se stesso, si protende verso il divino e verso l’eterno.

Pregare è dunque abitare il luogo di confine tra storicità ed eschaton chiedendo che giunga il Regno nell’hodie celebrativo.

Pregare rende attuale il riconoscimento credente dell’origine e della fine. L’esistere orante del futuro non abbandona la storia e il ritmo del corpo. La preghiera esibisce un novum di Dio che va a intrecciarsi con lo stesso senso del vivere come unità inscindibile. In tale contesto la preghiera liturgica insegna a ritrovare l’essenzialità antropologica e predispone l’uomo all’apertura escatologica: quella della modalità attuativa implicante la destinazione ultima.

Su questo impianto, l’uomo sospende il mondo, rimanendo posizionato in un intervallo celebrativo coram Deo nel quale accede alla sua identità più propria. Tuttavia, nella dinamica orante, egli si ritrova nell’oggi storico, trasformato, redento, aperto all’avvenire. In questo senso, la preghiera rispecchia l’umanità dell’uomo, ma l’uomo come dovrebbe essere (Romano Guardini). La liturgia si manifesta principalmente come atto di pregare, come un atto dossologico in cui il soggetto si espone verso Dio (coram Deo) costruito secondo una logica temporale del ritmo rituale che salvaguardia la trascendenza del mistero di Dio. Tuttavia, coram Deo è una dichiarazione e allo stesso tempo un’invocazione per pronunciare Dio e per pronunciarsi davanti a Dio. Intende la preghiera come un volgersi dei volti, delle mani, delle voci e delle parole a Dio presente, uno scoprirsi dinnanzi all’Assoluto in un legame di fede. Coram Deo non è solo un modo di stare “di fronte”, ma una domanda sul come proiettarsi “in” presenza di Dio.

In quest’ottica, la preghiera non è mai una supplica particolare, ma un modo di esistere fuori di sé in Deo.

Nella preghiera rituale l’umanità dell’uomo è colta nella sua esperienza elementare della storicità e nella sua destinazione escatologica. Pregare è infatti coltivare un’attitudine esistenziale di mettersi in rapporto con l’Altro e l’altrove nel ritmo tra qui e l’oltre, tra mondo e il cielo, tra la storia e l’eternità; è un modo rituale di essere coram Deo celebrando la presenza di Dio, e percepirsi coinvolti nella storia del dialogo salvifico. Coram Deo, tuttavia, esprime l’alterità radicale che impedisce di trasformare Dio in un idolo o catturarlo nella proiezione dei propri desideri. Pregare è infatti sempre un atto orientato a vivere e celebrare questa alterità insopprimibile e tuttavia essere esortati ad aderire al Mistero e quindi a pregare sine intermissione (Cfr. Lc 18, 1; Col 4, 2).