· Città del Vaticano ·

Quando Papi e sultani avevano lo stesso linguaggio di guerra

L’intramontabile orrore

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16 giugno 2021

Uno storico del calibro di Georges Duby è convinto che quest’opera «rinnovi completamente le nostre conoscenze dell’incontro tra due culture», la cristiana e la musulmana. Stiamo parlando dell’importante e imponente saggio di padre Giulio Cipollone, docente emerito della Pontificia Università Gregoriana, un testo che ora viene tradotto in italiano dal Mulino di Bologna col titolo Né crociata né ğihād. Quando Papi e sultani avevano lo stesso linguaggio di guerra (2021, pagine 621, euro 48). È sorprendente notare che la prima edizione apparve nel 2019 presso l’editore arabo del Cairo (e di Bruxelles) Al—Mahjar con l’ampia titolatura When a Pope and a Sultan Spoke the Same Language of War. Tolerance and the Humanitarian Way at the Time of Jihad and the Crusades: a New Outlook on “the Other”.

L’attuale versione italiana precede quelle in corso in arabo, francese e spagnolo, e questo fenomeno attesta il rilievo e l’interesse che l’opera ha suscitato, soprattutto se si tiene conto della presenza ora dell’enciclica Fratelli tutti. All’edizione nella nostra lingua sono allegate una presentazione incisiva di Franco Cardini e soprattutto un’«introduzione» dello stesso Cipollone che offre un’efficace panoramica del suo percorso. In questo nostro breve invito alla lettura vorremmo partire dalla scena simbolica che è raffigurata proprio nella copertina del volume.

A Roma, a poca distanza dalla basilica dei santi Giovanni e Paolo al Celio, una piccola chiesa, San Tommaso in Formis, reca sul portale un mosaico circolare, eseguito attorno al 1210 da Jacopo e Cosma della famiglia dei famosi marmorari romani Cosmati. Il Cristo Pantocrator, solennemente assiso al centro, stringe con la mano destra il braccio di un prigioniero bianco cristiano e con la sinistra un altro carcerato di pelle nera. Questa sorta di manifesto murale che apre l’orizzonte della redenzione destinandolo a tutti, cristiani e pagani, è l’emblema ideale di un Ordine religioso che allora si affacciava sulla tribuna della storia, in un momento particolarmente drammatico per la cristianità, quello dei Trinitari, Ordine al quale appartiene lo stesso autore del saggio.

Il 2 ottobre 1187 il celebre Saladino, sultano di Egitto — che Dante ha rappresentato «solo in parte», cioè in fiero isolamento nel Limbo (Inferno iv , 129) — aveva conquistato Gerusalemme, creando sconcerto e sdegno in tutta la Chiesa. È in questa cornice che si colloca l’accurata e originale ricerca che Giulio Cipollone presenta nel suo saggio, delineando davanti al lettore un quadro storico, religioso e giuridico che, nonostante l’ampia differenza delle coordinate cronologiche, costituisce ancor oggi una realtà per molti versi incandescente. Il confronto tra cristianità e islam, infatti, con l’oscillazione tra la brutalità di un duello aggressivo e il tentativo di un duetto dialogico si ripresenta coinvolgendo nuovamente le due culture e le rispettive fedi.

La straordinaria suggestione che producono le pagine di questo studio è proprio basata su un contrappunto. Attraverso una ricca e multiforme base documentaria, lo studioso mette in scena le due visuali storico-religiose, la complessa cristianità medievale da una parte, e la variegata comunità musulmana dall’altra. Si crea, così, una duplice e complementare prospettiva di lettura che, libera da stereotipi o da tentazioni apologetiche, delinea un affresco che non ignora anche le scene minori. In esso avanza la figura di Innocenzo iii , Lotario dei conti di Segni, certamente uno dei grandi Papi medievali, enfaticamente celebrato quale novello Salomone, in omnibus gloriosus, come lo definiva un contemporaneo.

Egli era asceso al trono pontificio il 22 febbraio del 1198, ed è rimasto nella memoria popolare per il sogno nel quale il frate Francesco d’Assisi sorreggeva la Chiesa vacillante sulle sue spalle, una scena immortalata da Giotto nella Basilica Superiore di Assisi. Gli esordi dei Frati minori e dei Domenicani si collocano appunto durante il suo papato. Ma Cipollone lo introduce per un’altra sua scelta, quella dell’approvazione dell’Ordine dei Trinitari sopra evocato. Si trattava inizialmente di un gruppo libero che aveva come capo carismatico Giovanni de Matha, un magister theologus, quindi un intellettuale di origine provenzale, morto a Roma nel 1213. La sua esperienza, però, lo aveva condotto a entrare nella terribile questione dei prigionieri cristiani e musulmani, frutto degli scontri di quel periodo.

Nasceva, così, un inatteso Ordine religioso disarmato, radicalmente diverso dai sontuosi e ben equipaggiati ordini cavallereschi: esso aveva come rimando solo la Trinità, come emblema la croce rossa e cerulea sul petto e come cavalcatura l’asino, che nella Bibbia era il simbolo pacifico del re messianico (Zaccaria 9, 9-10; Matteo 21, 5). La missione dei suoi adepti era quella di mediare la liberazione dei prigionieri o il loro scambio, favorendo le trattative di pace e le tregue. In un’epoca di feroci tensioni ove alle conquiste militari musulmane si opponevano le crociate, i Trinitari costituivano un’inattesa e coraggiosa presenza di umanità e di pace, una spina nel fianco della violenza che allora dilagava.

Ad avallare questo progetto, che sembra respirare quasi in anticipo lo spirito dei nostri giorni introdotto da Papa Francesco, ci fu un altro pontefice, Innocenzo iii appunto. Egli, in realtà, aveva una diversa sensibilità, espressa attraverso gli appelli alla crociata per la liberazione di Gerusalemme, la quarta avviata con vigore nel 1198 e conclusa in modo fallimentare nel 1204 (con la presa non della città santa ma di Costantinopoli!). Nel 1213, tre anni prima della sua morte avvenuta a Perugia nel 1216, egli aveva bandito una nuova crociata, che aveva cercato di porre anche all’attenzione degli oltre quattrocento vescovi riuniti nel Concilio Lateranense iv del 1215, ma di cui non vide l’attuazione. Eppure, come dimostra la ricerca condotta da Cipollone, questo stesso Papa così proteso verso la liberazione della Terrasanta, aveva elaborato una “politica estera” molto più articolata che non esitava a imboccare la via della trattativa coi musulmani, così da ottenere il rilascio di prigionieri e stabilire periodi di tregua.

È in questo suo programma, così variegato, che si inseriva la presenza efficace dei Trinitari con le loro scelte di carità e di confronto pacifico, raffigurate simbolicamente proprio nel mosaico evocato in apertura. Il saggio di Giulio Cipollone naturalmente offre un tracciato storiografico ben più grandioso che il lettore seguirà in una sorta di ritorno a un passato tutt’altro che sepolto. Come dicevamo e come si può facilmente intuire, in quegli eventi remoti — sia pure in contesti e tipologie differenti — si intravedono esperienze e vicende che sono costanti.

Ne vogliamo elencare alcune che affiorano dalla lettura del testo e che sorprenderanno il lettore attuale nel bene e soprattutto nel male. Così, alcuni Papi riconoscevano che ci sono valori spirituali e morali anche nei saraceni al punto tale da essere migliori degli stessi cristiani, oppure dichiaravano che la «regola d’oro» evangelica (fare agli altri ciò che si vorrebbe fatto a sé) aveva una base naturale e, quindi, poteva essere presente anche in altre religioni. Ma sono terribili alcune pratiche allora serenamente accolte non solo dai musulmani ma anche in ambito cristiano, come la comune collaborazione coi pirati per depredare altri cristiani, la profanazione di chiese e moschee, lo scambio di prigionieri di guerra per un colombo addestrato o per un paio di sandali, l’elaborazione di nuove forme di tortura, l’uso di corpi o di teste di nemici da scagliare nel campo avverso come palle di cannone, la prassi di allestire navi con prostitute destinate ai crociati o di sventrare cadaveri alla ricerca di monete ingoiate, e così via.

È l’intramontabile, tragica esperienza delle guerre, siano esse «sacre» o di conquista. Il fondamentalismo islamista ha recentemente mostrato di nuovo questo volto truce, ricalcando quel passato nel quale, però, anche i cristiani non esitavano a imboccare la stessa strada della violenza in nome di Dio.

Attualmente la testimonianza dei martiri cristiani cancella quel passato infame e incarna con autenticità il messaggio di Cristo. Proprio attraverso la loro voce e rileggendo la storia con le sue ambiguità e miserie, si configura un appello a scegliere sempre il sentiero arduo d’altura di un confronto paziente e talora sotterraneo con un islam che interroga, spesso aspramente, una cristianità che non di rado è incolore.

Essa, per sopravanzare le voci sgangherate dei populismi e dei razzismi che allignano anche al suo interno o per contrastare chi propone ancora scontri di religione o di civiltà, ha bisogno di persone capaci di imitare proprio quei Trinitari che «in nome di Dio» avevano optato di avviarsi sulla strada della redenzione, dell’incontro, del dialogo paziente e generoso. È il messaggio che insieme hanno lanciato in questi ultimi tempi Papa Francesco e il Grande Imam di al-Azhar, al Tayyib, e il Grande Ayatollah sciita al-Sistani, impegnati in una «fraternità umana per la pace nel modo e per vivere insieme».

di Gianfranco Ravasi