· Città del Vaticano ·

Sergio Endrigo non era triste

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15 giugno 2021

«Avevo una piccola collezione di francobolli regalatimi da uno zio. La diedi al maresciallo per il quale lavorava mia madre ed in cambio lui mi diede i soldi necessari per comprarmi una chitarra». In questo piccolo aneddoto raccontato da Sergio Endrigo c’è un romanzo. Il romanzo di una vita, delle sue difficoltà, della voglia di oltrepassarle per raggiungere i propri sogni. Dei “soldi necessari” per compiere tale traversata. E di una madre. Nato a Pola il 15 giugno (oggi) nel 1933 ha conosciuto le difficoltà economiche di tanti, la fortuna di pochi e l’ignoranza che oltraggia i migliori. Ed è forse questo ultimo aspetto a meritare l’incursione dell’ufficio oggetti smarriti nella sua carriera, per fare giustizia su un dettaglio. Per chiarire che Sergio Endrigo non era, diversamente dall’etichetta cucitagli addosso “un cantante triste, un uomo malinconico”. Prima di tutto perché queste (il cantante triste e l’uomo malinconico) sono due cose diverse. In secondo luogo perché chiunque lo abbia incontrato ha raccontato di un uomo allegro che, molto semplicemente, non amava l’esposizione e la lucina rossa della telecamera. Non era bravo a vendere se stesso come un set di pentole. Era un’epoca, la sua, nella quale circolavano i Tenco o magari poco dopo, Jannacci. Gente che di quella lucina che si accende se ne fregava. Lui era uno di questi. Sergio Endrigo entra nelle vite dei miei coetanei con canzoni per bambini. Delicati congegni che uniscono la sua passione per la qualità sonora, per la poesia (Ungaretti in special modo) e per il più forte degli sguardi all’infanzia, quello di Gianni Rodari. Pensiamo a brani come Ci vuole un fiore o La casa (su un testo di Vinicius De Moraes) così semplici. Così diversi fra loro. Dalla parabola “green” (oggi direbbero così) con la quale Endrigo presenta ai bambini la natura e i suoi prodigi, a quella Via dei matti numero 0 de La casa. E chi osava anche solo nominarli “i matti” ai bambini? E poi Il pappagallo, un omaggio al suo pappagallo (anche qui su testo di de Moraes) «Pappagallo brasiliano, Il Brasile ormai è lontano, Tu che libero sei nato, Te lo sei dimenticato, Tu che libero sei nato, Te lo sei dimenticato, Parli forte e pensi piano, Pappagallo brasiliano». Crescendo scopri che uno di quelli che ti hanno fatto compagnia da bambino sono stati in difficoltà. Che quel sorriso che ti hanno regalato non è gratis. I grandi successi di Endrigo, Lontano dagli occhi, Io che amo solo te, Canzone per te, si affiancano ad altre parimenti grandi ma forse meno fortunate, da Dove credi di andare, Teresa, Te lo leggo negli occhi, Adesso sì, Era d’estate, Se le cose stanno così, tracciando quella linea buffa e triste allo stesso tempo che delimita la parola “successo”. Che è un’auspicabile condizione di carriera certo, ma anche un participio passato. Fa effetto incontrare a ritroso nel tempo colui che quando tu eri bambino ti “cantava” Rodari per vederlo, da giovane, alle prese con la più onesta delle dichiarazioni d’amore, «c’è gente che ha avuto tante cose, io che amo solo te». Quella patente di “triste” nasce, come spesso tradisce la necessità di affibbiare patenti, dall’ignoranza. Un’ignoranza prima di tutto lessicale, quel confondere la profondità con la tristezza, quel non aver nemmeno la voglia di capire cosa si annidi in quel solco che la vita e l’amore tracciarono in Endrigo. Come se ricordare o aver amato fossero distintivi di uno sfigato. Accade anche oggi, nella foia della modernità, di scambiare per “triste” chi non smette di cercare dentro se stessi ciò che già abbiamo avuto, chi già abbiamo perduto e la vita che, misteriosamente, tale caccia produce. E infine sua madre. Ogni scavo dentro se stessi porta sempre a una madre, alla sua fatica a quella necessità che il proprio “successo” serva a restituire quello che le madri non reclamano. È forse “triste” augurarsi di poter dire “grazie”? «Sono partito da una famiglia poverissima, ma non ho sofferto. Mia madre ha fatto di tutto, veramente di tutto, per mantenermi e per rendermi facile la vita. Ha vissuto fino a sessant’anni nella miseria più nera ed io sono felice — grazie al successo — di averle fatto vivere una vecchiaia bellissima, per ventidue anni, da gran signora».

di Cristiano Governa