· Città del Vaticano ·

Quando l’esempio
fortifica l’amore

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15 giugno 2021

«Adesso tocca a te». Ci sono messaggi che restano impressi nella vita delle persone per sempre. Come queste quattro semplici parole inviate da un cellulare la mattina del 23 marzo 2020. «Adesso tocca a te», scrive Luciano Abruzzi, stimato neurologo di Cremona, poco prima di essere ricoverato in terapia intensiva a causa del Covid. È un messaggio scritto a suo figlio, Dario, che poco prima gli aveva inviato uno screenshot dell’abilitazione alla professione medica. Luciano non potrà più abbracciare suo figlio, ma quello scambio di messaggi è vivo ancora oggi come in quella primavera dell’anno scorso quando la pandemia ha stravolto la vita di innumerevoli famiglie. «Sì — afferma Dario Abruzzi parlando all’Osservatore Romano — per me c’è stato un vero e proprio passaggio di consegne quel giorno. Di lui mi piaceva che non si sentiva mai arrivato. Si metteva sempre in discussione. Negli ultimi tempi, dopo che mi ero laureato e aspettavo l’abilitazione, mi capitava di confrontarmi con lui su qualche paziente. E mi ripeteva spesso che “ne deve passare di acqua sotto i ponti”, raccomandandomi di tenere sempre i piedi per terra».

Significative le ragioni che hanno portato Dario a seguire le orme del padre, a diventare medico, anche se in una disciplina diversa, l’ortopedia. «Ho studiato medicina — confida Dario, oggi ventisettenne — perché ho voluto seguire l’esempio di mio padre. Lui non ha mai fatto pressioni su di me in questo senso e mi diceva anzi di non pensare che la vita di un medico sia rose e fiori. Tuttavia, secondo lui, quella del medico è la professione più bella al mondo perché lavorando fai del bene. E nella vita, fare del bene aiuta a stare bene. Il bene fa bene! Ecco, ascoltando questo insegnamento e seguendo il suo esempio, ho deciso anche io di diventare medico». Dario si sofferma sull’approccio alla professione che contraddistingueva suo padre che ha lasciato una traccia profonda nei suoi pazienti, in particolare nei malati di Parkinson che Luciano Abruzzi seguiva con speciale cura e attenzione. «Mio padre — sottolinea — affermava sempre che prima di essere un bravo medico bisogna essere una brava persona. In particolare con i malati di Parkinson, diceva che dove non “arrivava” con le medicine ci metteva la sua persona. Riusciva a creare un legame con i pazienti, perché per lui si cura la persona non la malattia. E questo era molto apprezzato». Per Dario questa è una lezione fondamentale anche per il suo di lavoro di ortopedico. Relazionarsi con le persone. Considerare sempre prima la persona e poi la malattia.

Altro grande insegnamento ricevuto da suo padre è quello dell’obbedienza alla propria missione. Un’obbedienza che si è manifestata fino al sacrificio estremo della vita. «Di mio padre — confida — mi colpiva il senso del dovere come medico ma anche come padre. Quando tornava a casa si dedicava a noi, anche se aveva avuto tanti problemi al lavoro. Anche se era difficile staccare perché era a confronto con la sofferenza tutti i giorni. Aveva il senso di dedicarsi interamente a noi, di fare il suo dovere di padre, di non riversare su noi figli le sue ansie e i suoi problemi. Al lavoro ha sempre tenuto a fare il suo dovere, alla sua missione, all’obbedienza a quella che sentiva più come una missione appunto che una professione. Un senso del dovere che ha testimoniato ancor più con il comportamento che con le parole. Quando è stato chiamato a lavorare nei reparti Covid, ha subito accettato. Lo ha fatto per dare un esempio, anche ai suoi colleghi. Voleva metterci del suo, testimoniare che sarebbe stato disponibile, anche correndo dei rischi, come poi purtroppo è accaduto». La pandemia lo preoccupava molto del resto, non l’aveva presa affatto alla leggera. «Percepiva — rammenta il figlio — un senso di impotenza. Mi ripeteva che non siamo supereroi, invincibili e che ci dobbiamo sempre confrontare con le nostre fragilità e le nostre lacune».

Dario ha letto la Lettera di Papa Francesco Patris Corde. Lo ha colpito, non a caso, proprio il capitolo sulla paternità e l’obbedienza di San Giuseppe che custodisce la sua famiglia senza riserve e si fida di ciò che il Signore gli chiede in sogno. Naturale e immediato per il giovane medico è il richiamo all’esempio di suo padre che ha speso la sua vita a custodire chi soffre, facendo quello che era necessario senza risparmio di energie. «Oggi — constata — sembra che se dici che uno è obbediente sia in catene, come se non fosse libero. Io invece ho sperimentato in tutt’altro modo l’obbedienza nei confronti di mio padre. Obbedivo a lui, a quello che mi diceva per il semplice fatto che lo rispettavo e lui con il suo esempio si faceva rispettare. Uno obbedisce nel momento in cui riconosce nell’altro un punto di riferimento, un esempio. Io ero così orgoglioso di mio padre che volevo che lui fosse, a sua volta, orgoglioso di me e per questo lo seguivo e ascoltavo. Fidarsi è fondamentale».

Dopo la morte del padre, Dario Abruzzi ha avuto modo di incontrare Francesco, nel giugno del 2020, in occasione di una udienza in Vaticano con gli operatori sanitari delle zone più colpite dalla pandemia nel Nord Italia. Il ricordo di quel momento è ancora molto vivo in lui, soprattutto alcune parole che il Papa ha pronunciato in quella circostanza: tenerezza e prossimità. «Dall’inizio della pandemia — è la riflessione del giovane medico — ci siamo concentrati sul distanziamento, sulla quarantena, in definitiva sul distacco dalle altre persone per evitare il contagio. Papa Francesco invece ci ringraziava perché, nonostante tutti questi vincoli e queste limitazioni, ci prendiamo cura delle persone con gentilezza e prossimità. Mi ha colpito tanto questo perché il nostro è un lavoro impegnativo non solo per l’aspetto tecnico ma anche per le relazioni con i pazienti. Il fatto che il Papa ricordasse questa dimensione del contatto mi ha molto toccato e ritengo che un medico dovrebbe tenerlo sempre a mente». Per Dario c’è, in queste parole del Pontefice, una particolare sintonia con quelle che tante volte ha sentito pronunciare da suo padre. Sono la bussola con cui orientarsi nella sua vita e nella professione medica, nella convinzione che proprio tenerezza e prossimità siano le medicine più potenti per aiutare chi soffre.

di Alessandro Gisotti