· Città del Vaticano ·

Ora la detective scopre qualcosa di sé

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15 giugno 2021

Ormai è una certezza. Siamo arrivati al quarto libro, e per certi versi sembra addirittura molto di più: perché Vanina Guarrasi, vicequestore della Mobile di Catania nata dalla penna di Cristina Cassar Scalia, è entrata a far parte del nostro immaginario.

Nell’ultimo uscito, L’uomo del porto (Torino, Einaudi, 2021, pagine 328, euro 18.50), il mistero è relativo all’omicidio di Vincenzo La Barbera, professore di filosofia al liceo classico. Amatissimo da generazioni di studenti, solitario e singolare (viveva in una vecchia barca a vela ormeggiata nel porto), l’uomo non aveva rapporti con la malavita, nessun nemico apparente, solo un passato da giovane ribelle e, per questo, da anni aveva tagliato i ponti con la famiglia d’origine, abbiente e tradizionale. Come al solito Vanina si lancia a capofitto nel mistero, questa volta con un po’ più di fatica perché un nuovo impiccio sta complicando le sue giornate: a causa di una minaccia di morte giunta dalla mafia palermitana, infatti, ora il vicequestore è costretta a vivere sotto scorta.

Avvincente, ben scritto e ben costruito, anche questo libro si svolge all’ombra del vulcano. Avevamo conosciuto Vanina mentre una nube nera densa di cenere incombeva dall’Etna su Catania e ora è sempre la muntagna a rivelare qualcosa di sé. Perché il cadavere di La Barbera viene ritrovato nell’Amenano, un corso d’acqua che secoli fa un’eruzione dell’Etna aveva ricoperto di lava e che ora scorre sotto il centro storico cittadino («Tipico del catanese purosangue, considerare l’Etna non come un vulcano capace di distruggerti casa, ma come una gigantessa iraconda con cui convivere e dalla quale lasciarsi ammaliare e dominare. Fatalisticamente. Vanina, che catanese non era, ma che anzi proveniva dalla città rivale, all’idea di vivere alle pendici della muntagna ancora non ci aveva fatto del tutto l’abitudine»).

Anche questa volta il giallo viene risolto da Vanina grazie all’aiuto di Biagio Patanè, commissario in pensione con il quale la donna fa ormai professionalmente coppia fissa, in un interessante tandem di sessi e generazioni.

Quel che ci piace di Vanina sono infatti le sue tante sfaccettature. Non è affatto perfetta, Vanina, donna indipendente, professionalmente affermata e autorevole che ha bisogno degli altri nel senso positivo e costruttivo dell’espressione. Testarda, vitale, tormentata dall’omicidio del padre e da una relazione sentimentale difficile, appassionata di vecchi film e soprattutto del buon cibo, negli incontri con gli altri — si tratti di un collega, di un’amica o di uno sconosciuto — Vanina esprime il meglio di sé.

Con L’uomo del porto, poi, Giovanna Guarrasi detta Vanina fa un passo in più: riconosce di aver compiuto un enorme errore. Lei, nata da una scrittrice che nel quotidiano è medico oftalmologo, realizza infatti di essere stata colpevolmente miope nei confronti di una donna che ha sempre solo tollerato, con affetto ma con una discreta dose di sufficienza. «Da venticinque anni [Vanina] di sua madre non aveva visto altro che la scorza, lo strato più esterno, quello visibile al resto del mondo. Da una figlia forse ci si aspetta di più. Ci si aspetta che vada oltre la superficie e si preoccupi di cosa c’è sotto».

di Giulia Galeotti