· Città del Vaticano ·

«Lettini» di Daniela Carloni David

Lettura e scrittura taumaturgiche

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15 giugno 2021

Sul lettino della psicoanalista Zeno Cosini, protagonista del romanzo La coscienza di Zeno di Italo Svevo, lancia una sfida al mondo nei riguardi del quale si sente avverso e inadeguato. Paradossalmente biasima la psicoanalisi proprio nel momento in cui grazie a essa cerca di guadagnare una guarigione e un riscatto che conferiscano alla sua esistenza senso e stabilità. Ma dopo tanto cogitare, una vera e propria cura sembra non apparire all’orizzonte.

Una terapia invece che promette di essere efficace è quella raccomandata da Daniela Carloni David in Lettini. La mia singolare terapia per raccontare una famiglia del Novecento (Formigine, Infinito Edizioni, 2021, pagine 102, euro 12). La terapia consiste di due elementi fondamentali: la scrittura e la lettura. A tale conclusione non si arriva in modo subitaneo. Quando si intuisce e poi si comprende che è solo attraverso la memoria che è possibile recuperare un mondo cui si è legati e che si teme possa svaporare dolorosamente nell’oblio, scatta la consapevolezza che proprio nella parola scritta e nella parola letta riposa il potere taumaturgico di una cura capace di condensare in felice sintesi passato, presente e futuro.

Lettini è il susseguirsi di finestre, innervate di lampi di ironia, che scavano nelle storie, ricche di intriganti pieghe, di una famiglia del Novecento italiano. La narrazione si libra su un calcolato equilibrio tra città e campagna, tra guerra e pace. Ogni capitolo si configura come un’ipotetica seduta di analisi durante la quale s’intrecciano sapide testimonianze familiari. Torreggia la figura del nonno ferroviere e contadino, antifascista «negli anni in cui era più difficile esserlo». Una figura, quella del nonno, saggia e illuminante. È attraverso la sua esperienza che si matura la coscienza che «la generazione che ha fatto la guerra è in grado di assegnare a ogni oggetto un valore duraturo».

«Si direbbe — scrive Carloni David — che avendo conosciuto l’assenza di cibo, di spazio, di tempo, di libertà, di umanità, abbia interiorizzato una conoscenza latente del pericolo dell’assenza». Quella generazione ha poi passato la vita a ricostruire quei pezzi mancanti «perché non lo fossero più, perché ci fossero, e per sempre». L’autrice rivela un tocco leggero nel rievocare i semplici tratti di una spicciola quotidianità. In tal senso sembra echeggiare, a tratti, la levità della narrazione di Natalia Ginzburg. «In bicicletta — si legge in un passo del capitolo intitolato Nonni — il nonno andava al mercato. Alla stagione, la nonna gli ricordava di comprare meloni dolci e lui li portava a casa dopo averli tastati e annusati con attenzione. Lei portava delle calze spesse grigie e dei vestitoni scuri e mi pare di averla sempre vista seduta, come una matrona serena». Ella aveva sempre seguito il suo Annibale «in qualsiasi posto avesse deciso di andare, non aveva mai dubitato della sua saggezza». Chiosa l’autrice: «Forse faceva parte della sottomissione atavica cui si sottoponevano le donne, ma c’era in lei del cane fedele, una fiducia incondizionata». C’è tanta verità in questa affermazione e soprattutto si avverte la nostalgia per quei legami incrollabili caratteristici di un tempo lontano: legami che, nel tempo presente, rappresentano più l’eccezione che la regola. Nonno Annibale «era stato deluso da Mussolini perché aveva tradito il suo passato di socialista rivoluzionario». Proprio perché lo aveva stimato, non ne aveva sopportato «la successiva deriva fascista». Il 4 novembre 1925 un camion di camicie nere partito da Chiusi era arrivato a Casamaggiore «in cerca di comunisti da picchiare». Un giovane fascista impedì che il nonno venisse pestato. Nonna Margherita, incinta della madre della voce narrante, aveva saputo dell’arrivo della “squadraccia” e a gambe levate aveva corso per i campi per avvertire il suo Annibale. Il giorno dopo nasceva la madre della voce narrante.

Lettini può essere considerato anche come un romanzo di formazione. Le finestre, infatti, si propongono anche quali tappe di un itinerario di apprendimento di quanto accade nel mondo, di brutto e di bello. In questo scenario spicca il capitolo intitolato Lezioni. Ne è protagonista la maestra, la signora R., «un donnone energico che usava gli schiaffi come metodo didattico». Un certo Giampiero una volta di schiaffi «ne aveva beccati tredici consecutivi». Ma la maestra, nonostante questa assai discutibile prassi, aveva anche la sensibilità e la competenza per raccomandare ai propri alunni riferimenti culturali importanti. Aveva così fatto leggere alla classe Fontamara di Silone, «da dove avremmo appreso — si legge in un passo del capitolo — come si sviluppa l’ingiustizia». Contadini inermi «truffati da una storia di soprusi». «Lì c’era già tutto: il potere politico economico, la chiesa, il popolo contadino. Il principe, il prete e noi. Tutto molto chiaro. In qualche modo deve essere stato uno degli imprinting». Come Silone, anche la signora R. era abruzzese e quello che stava scritto nel romanzo storico lei doveva averlo già sentito dalla sua famiglia e «anche io — dice la voce narrante — l’avrei sentito dalla mia, ma molto tempo dopo».

di Gabriele Nicolò