· Città del Vaticano ·

A undici anni tra gli sfollati interni del Myanmar

Il rosario
di Michael Phe Ha ling

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15 giugno 2021

Stanco e stremato, si è aggrappato a quella «catena dolce che rannoda a Dio». Tra le migliaia di sfollati interni, fuggiti nella giungla per scampare alle violenze dell’esercito birmano, Michael Phe Ha ling, undicenne cattolico, nelle avversità ha invocato senza esitazione la Mamma celeste per chiedere nutrimento per il corpo affranto e pace per la sua terra. Diventato amico di Cristo Gesù nella parrocchia dello Spirito Santo a Mindat, cittadina nello Stato birmano di Chin, al confine con l’India, quella “catena dolce” — come la chiama il beato Bartolo Longo — la porta sempre al collo e ora, mentre la sua famiglia, terrorizzata, è scappata in fretta e furia nella foresta, ha iniziato a sgranarla fino all’esaurimento delle forze.

Tra le lacrime e i visi segnati dalla sofferenza, la preghiera del rosario è rifugio e speranza per gli sfollati interni di etnia chin che vivono nella diocesi di Hakha. La popolazione cattolica, circa trentamila fedeli, si trova a condividere con il resto della gente la drammatica situazione di violenza diffusa che, dopo il golpe del 1° febbraio, interessa tutto il Myanmar.

Il racconto di Maung Ki, catechista cattolico di Mindat è straziante: «L’esercito birmano — racconta a “L’Osservatore Romano” — insegue e attacca migliaia di civili innocenti che da Mindat si sono riversati nella boscaglia. Almeno trentamila persone, tra donne, anziani, bambini, infermi, sono sfollati. Ma i soldati, a caccia dei ribelli, non hanno alcuna pietà». Nello stato di Chin la resistenza armata delle Forze di difesa popolari, forti di un’esperienza pregressa di milizia etnica, come avviene in altri stati dell’Unione birmana, dà filo da torcere all’esercito governativo. Per questo i militari stanno intensificando attacchi colpendo indiscriminatamente i civili e cercando di stanare combattenti fino ai loro campi nella giungla. L’esercito ha tagliato ogni comunicazione e fermato gli aiuti umanitari per gli sfollati che «hanno urgente bisogno di cibo, medicine, vestiti, acqua e teli per ripararsi dalla pioggia, mentre si avvicinano i monsoni» riferisce Timothy Khui Shing, sacerdote cattolico di Mindat. «L’esercito lancia razzi verso i campi allestiti nella giungla dove si trovano persone disarmate e pacifiche. Molti sono i feriti ma i militari non permettono di trasportarli negli ospedali per salvare vite umane», nota.

Nel territorio di Chin, Stato rurale e montuoso del nordovest del Myanmar, tra i meno sviluppati del Paese, con una popolazione di circa cinquecentomila abitanti, la Chiesa mette a disposizione le proprie risorse per aiutare i profughi. Hrang Tin Thang, parroco nella cittadina di Surkhua, ha portato anziani, disabili, donne e bambini della città nella sua chiesa parrocchiale dove, grazie all’aiuto delle Sorelle della piccola via, congregazione religiosa locale, offre accoglienza e il sostegno necessario. «È un’opera di carità che svolgiamo senza alcuna discriminazione religiosa, rivolta ai più deboli e indifesi», spiega. Paul Thla Kio, altro prete di Hakha, aggiunge: «Continuiamo, come possibile, l’opera di misericordia, ma qui è in corso un’emergenza umanitaria che richiede il contributo delle grandi organizzazioni internazionali». Disperati, molti civili iniziano a varcare il confine, cercando rifugio in India. Non sanno bene cosa li aspetterà. Portano una sacca, pochi oggetti cari e una corona del rosario.

di Paolo Affatato