· Città del Vaticano ·

Con il cuore di padre
oltre le sbarre

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15 giugno 2021

«Il nostro papà è una persona speciale perché cerca di far sentire sempre la sua presenza. Quando è fuori, giochiamo e ci divertiamo insieme tutto il giorno. Una volta il giudice gli ha permesso di trascorrere un mese con noi e lui si è dato da fare per realizzare con le sue mani una stanza tutta nostra». Gianni e Simone parlano del loro padre, Mario, in carcere da 14 anni, e i loro occhi si illuminano quando lo descrivono come «uomo alto, intelligente, cuoco provetto e anche spiritoso. Quando è dietro ai fornelli ci racconta un sacco di storie divertenti». L’entusiasmo lascia il posto alla tristezza, invece, quando sperano che al più presto «venga assunto in un negozio». Motivo? «Così passa più tempo con noi».

Per i due ragazzini, il loro papà ha una marcia in più: «Ci sorprende la sua forza» rivelano. «Quando deve tornare dentro, non si mostra dispiaciuto, perché non vuole che soffriamo». La storia di Mario è quella di tanti ospiti costretti a dividersi tra la cella e gli affetti familiari, dove da una parte figura il reato, dall’altra la pena, in mezzo i figli condannati a pagare per colpe che non hanno. Giornate trascorse a ridere, stupirsi, gridare e ad abbracciarsi solo nella fredda e asettica sala colloqui perché oltre il muro la paternità è “a distanza”.

Ma Mario è un papà diverso e della sua voglia di riscatto se ne è accorto il regista Luciano Toriello che lo ha voluto tra i protagonisti de La luce dentro, un documentario, prodotto da Apulia Film Commission e Fondazione “Con il Sud”, vincitore del Social Film Fund Con il Sud, che racconta il Meridione attraverso il sociale. La pellicola, girata tra le mura della Casa Circondariale di Lucera, in provincia di Foggia, affronta proprio il delicato tema della genitorialità vissuta dietro le sbarre, proponendosi come una delicata riflessione intorno alle esigenze affettive ed educative dei bambini figli di padri detenuti, nonché del desiderio di riscatto e cambiamento di questi ultimi.

L’eco dell’opera e la valenza del suo messaggio ha raggiunto anche i palazzi del potere tanto che, il 20 marzo dello scorso anno, è stata proiettata all’interno della nuova aula del Palazzo dei gruppi parlamentari della Camera dei Deputati. «Mi hanno proposto di partecipare a un docufilm e all’inizio non ero certo di farlo perché raccontare se stessi non è mai facile» commenta Mario ricordando con commozione quei momenti. «Ma poi ho pensato che sarebbe stato un modo per far capire ai miei figli e a chi mi osservava la voglia di riscatto che c’è in me e per questo devo ringraziare chi mi ha offerto questa opportunità. All’inizio ero titubante — continua —. Ero bloccato dalla paura. Poi così non è stato perché hanno avuto molto rispetto per la mia figura e questo mi ha fatto rivedere in maniera positiva alcuni miei pensieri sui progetti che si svolgono in carcere con le associazioni. Ora partecipo molto di più, e più volentieri».

Tra le iniziative che oggi Mario apprezza di più «è quando ci permettono di passare un pomeriggio a giocare con i bambini nel cortile o nelle zone previste per lo svolgimento di queste attività».

L’esperienza della proiezione alla Camera dei Deputati ha suggellato la voglia di cambiamento. «Vedere tanta gente credere in me (mia moglie su tutti) e regalare un sorriso ai miei figli è stata la spinta decisiva. Il mio percorso di riabilitazione passa soprattutto attraverso la volontà di recuperare il tempo perso con loro ed essere di aiuto alla mia compagna che in tutti questi anni ha gestito da sola questa difficile situazione. Le sono davvero molto grato». Secondo il regista de La luce dentro: «A me piace pensare che in realtà il cambiamento di Mario sia dovuto, seppur in minima parte, a questo progetto perché il cinema può essere inserito a pieno titolo nelle cosiddette attività trattamentali». Toriello rivela, inoltre: «Ho avuto modo di intrattenere con lui una corrispondenza epistolare amichevole, di incontrare la moglie e i suoi figli. È sua ferma volontà di offrire a loro prospettive migliori rispetto a quello che hanno vissuto e, in parte, continuano a vivere».

Chiaro il riferimento del regista alla realtà particolarmente dura soprattutto per i ristretti i cui figli risiedono in altre città perché a causa dell’emergenza epidemiologica i colloqui visivi sono stati sospesi, sostituiti con le videochiamate, e la presenza del genitore detenuto, per i figli minori, nel 2020, è stata ancora di più a distanza. Mentre il ruolo di genitore, come dimostra la vicenda di Mario, è una molla per andare avanti in tanti percorsi rieducativi attivi negli istituti di pena: nello studio, nella formazione professionale, nel lavoro. Un detenuto che è genitore studia, lavora e “recita” non solo per se stesso: lo fa anche per essere un padre migliore.

L’11 maggio del 2015, durante l’incontro con i bambini de “La Fabbrica della pace”, rispondendo ad una figlia di un detenuto che domandava se ci fosse una possibilità di perdono «per chi ha fatto cose brutte», Papa Francesco rispose: «Siamo noi a non trovare strade di perdono, tante volte per incapacità o perché è più facile riempire le carceri che aiutare ad andare avanti chi ha sbagliato nella vita. Sei caduto? Alzati! Io ti aiuterò ad alzarti, a reinserirti nella società. Sempre c’è il perdono e noi dobbiamo imparare a perdonare, ma così: aiutando a reinserire chi ha sbagliato». Nel ricordare il testo di una canzone degli Alpini, Francesco disse: «Nell’arte di salire, la vittoria non sta nel non cadere, ma nel non rimanere caduto. Tutti cadiamo, tutti sbagliamo. Ma la nostra vittoria su noi stessi e sugli altri, per noi stessi, è non rimanere caduti e aiutare gli altri a non rimanere caduti».

Il cuore di padre ha consentito a Mario di rialzarsi e di aiutare Gianni e Simone a crescere insieme ad un uomo alto, intelligente, spiritoso, forte e che sa cucinare. Un alpino “speciale”.

di Davide Dionisi