· Città del Vaticano ·

Un bilancio dell’anno scolastico appena trascorso

Un po’ Robin Hood, un po’
Arsenio Lupin

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
14 giugno 2021

«Passeggere: “Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?”. Venditore: “Speriamo”». Queste parole di Giacomo Leopardi, tratte da una delle sue più celebri Operette morali, sono state l’occasione per tracciare con i miei alunni un bilancio dell’anno appena conclusosi.

Non un compito scritto, non un’interrogazione, bensì un confronto aperto, un dialogo senza voti, ma non senza vita. Che cosa ci ha lasciato? Certo, un buon numero di loro è alle prese con gli esami e lo sarà ancora per un po’, ma gli esami hanno una storia a sé che, pur collegata e alimentata dalla scuola, va avanti in modo autonomo. Dunque, possiamo affermarlo davvero: la scuola è finita. E, se non ce ne fossimo accorti, sono le pagine dei social network a rinfrescarci la memoria con post più o meno espliciti e fantasiosi.

Per noi è stato una sorta di viaggio indietro nel tempo, tra incubi e sogni, tra mascherine e distanziamento, fino a settembre 2020. Carlo pensa che non sia cambiato nulla, Silvia si sente più cresciuta, Paolo ha faticato tantissimo con scarsi risultati e Alessandro ha lavorato poco puntando sui colpi di fortuna; Cristina si è innamorata, fidanzata, lasciata, mentre Mario l’ha sempre guardata in aula non dichiarandole il proprio sentimento. Ci sono stati la creativa e l’annoiato, il ricco e il povero, la brava e la “spina nel fianco” del consiglio di classe, chi non ha imparato nulla e chi tanto da non riuscire a dirlo come Dante in Paradiso. Non mancano coloro che non smettono di parlare e coloro che ogni tanto farebbero meglio a tacere. Interviene Sergio, il poeta del gruppo, e dice la sua pure Filippo il calciatore, mentre Virginia si sente già all’università e Serena non ha idea di ciò che farà l’indomani.

Ogni giorno, in presenza o on line, segnato inesorabilmente sul registro, ha creato un microcosmo unico nelle diverse classi; ogni giorno è stata una tacca graffita sul banco dell’ultima fila o una crocetta sul calendario di casa nel periodo in dad; ogni giorno ha dato e ha tolto tanto, è stato Robin Hood e Lupin allo stesso tempo; ogni giorno c’era chi riteneva di non farcela ma anche chi non ha mai smesso di crederci; ogni giorno pagine e pagine, tra libri e quaderni, autori e teorie, immagini e numeri, teoremi e racconti, verifiche e compiti, matite spezzate e penne consumate, connessioni lente e veloci.

Di questa memoria abbiamo bisogno tutti, studenti e docenti, perché «perdere tempo a chi più sa più spiace» e, se non teniamo stretto un ricordo e il suo perché, è come se avessimo perso tempo buono. Ci piacciano o meno i ricordi di quest’anno passato, vanno conservati con cura, poiché 200 giorni sono un bel pezzo di vita e la vita c’è stata tutta dentro quelle 200 campanelle d’inizio giornata con le gioie e i dolori, le ansie e le paure, le soddisfazioni e le vittorie, la voglia di scappare e quella di resistere, i contenuti e la superficialità, la cultura e la banalità, l’ordine e il disordine, l’amicizia e l’allontanamento, l’illusione e la speranza.

La scuola è finita? Senza tutto questo sarebbe “finita” nel senso di ciò che è defunto, senza vita, senza possibilità alcuna per il futuro. Allora, è finita, invece, nel suo corso annuale naturale, ma rivive in ciò che siamo stati e siamo, che abbiamo imparato e impariamo, condiviso e condividiamo. E Leopardi da cui è partito tutto? Ci aggrappiamo al venditore e al suo “speriamo”, sì, ma tocca a noi, a ciascun “passeggere” della vita, avere la giusta disposizione del cuore e della mente, quel desiderio necessario a ricercare il “più bello”, a guardare con occhi nuovi, a lasciarsi meravigliare e, perché no, a meravigliare chi ci circonda. Che cosa ci ha donato dunque quest’anno? Ci ha donato delle serene vacanze.

di Marco Pappalardo