· Città del Vaticano ·

Il difficile sbarco di Dante sull’isola di Shakespeare

Intraducibile e universale

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12 giugno 2021

Se oggi Dante è conosciuto nel mondo anglosassone e rappresenta un ineludibile riferimento per la cultura del Novecento, si deve soprattutto a due grandi nomi di essa, Thomas Stearns Eliot (1888-1965) ed Ezra Pound (1885-1972), entrambi nati negli Stati Uniti e trasferitisi a vivere in Europa.

Nei secoli precedenti, infatti, l’Inghilterra, pur consapevole della grandezza di Dante, non lo ama. La ricca stagione poetica cinque-secentesca (di Sidney, Spencer, Jonson, Marlowe, Shakespeare, Donne e altri) lo considera remoto dal volto con cui essa sta cercando di farsi conoscere in Europa, volto che peraltro rimarrà ancora a lungo confinato nelle corti di Elisabetta e degli Stewart, un regno appena avviatosi a essere l’irraggiungibile potenza mercantile lanciata sui mari, quale diverrà soprattutto a partire dal secondo Seicento.

La cultura inglese non può ancora competere con quella secolarmente assestatasi nelle corti della Francia, la nazione più potente d’Europa, o della Spagna che nel Cinquecento, dopo la scoperta del Nuovo Mondo e la colonizzazione di vaste parti di esso, vive il suo siglo de oro. Non può competere neanche con le corti rinascimentali italiane, che portano a un punto di splendore la tradizione umanistica e medievale. Ma a rendere refrattari gli inglesi a Dante è proprio il distanziamento dal medioevo, del quale viene guardato come grande anima; e in seguito il rigetto peggiorerà con l’anti-scolasticismo illuministico (in particolare con l’antidantismo derivato da Voltaire), che approfondirà il solco di distanziamento da lui anche in poeti e scrittori inglesi dediti a tematiche allegoriche o morali.

Neppure la violenta passione antipapale e la polemica antiromana lo faranno amare nello scismatico regno ch’era stato di Enrico viii . Dante verrà anzi ascritto all’anticattolicesimo anglicano al pari del pensiero gesuita, o di altri ordini controriformistici in generale.

Sarà invece Eliot, agli inizi del Novecento e indipendentemente da Pound (che nella sua poesia veicolerà molto di Dante e glielo farà ulteriormente amare) a far insediare realmente il ghibellin fuggiasco nella cultura anglosassone; e sulle ali della sua crescente statura artistica e intellettuale (coronata dall’attribuzione del premio Nobel per la letteratura nel 1948), lo indicherà quale stella fissa per ogni esperienza poetica, anche moderna.

Scrive Eliot che fra tutti i poeti letti in lingue che da poliglotta conosce, è Dante, la cui lingua ignora, ad avere avuto «l’influenza più profonda e duratura» su di lui. Sin da ragazzo ha cercato di leggere la Divina Commedia impratichendosi dell’italiano e mandandone a memoria lunghi brani grazie al testo inglese a fronte, nelle traduzioni da decenni diffuse in Inghilterra e Stati Uniti. Ma le trova subito inadeguate. Arriva a una conclusione che manterrà per tutta la vita: Dante è «il meno traducibile» di tutti i poeti a meno di non fargli violenza, perché «assoluta» e non trasferibile in altre favelle è la precisione di ogni parola che usa («una parte della sua poesia sfuggirà sempre a ogni lettore la cui madrelingua non sia l’italiano»); e questo per tacere della musicalità, delle rime, della metrica, destinate a naufragare in inglese, sebbene un grande poeta e conoscitore della lingua italiana — scrive — quale Percy Bisshe Shelley (1792-1822) un secolo prima si sia avvicinato alla resa dello spirito dantesco, usando la terzina in brevi parti dell’incompiuto poema Il trionfo della vita.

Dante infatti crea, con una dilatazione di confini semantici, una lingua da tutti comprensibile e ammirata, anche se destinata a rimanere senza epigoni, a differenza di quella di Petrarca o di Boccaccio, con le loro cospicue schiere di imitatori (da Chaucer agli elisabettiani, dai simbolisti ai romantici). Nessuno porta infatti al suo vertice una lingua come Dante. «Mi limito a un esempio — scrive — il verbo “transumanar”. Dante non l’ha creato solo per l’italiano giacché l’abbiamo adottato e fatto nostro anche noi in Inghilterra; l’ha creato per ogni lingua». Ancorché sia il meno traducibile, egli è dunque «il più universale di tutti i poeti»; «il suo italiano diventa in qualche modo la lingua di ognuno, appena si comincia a cercare di leggerlo»; «le lezioni di tecnica, linguaggio ed esplorazione della sensibilità sono lezioni che ogni europeo farà proprie nel cercare di applicarle alla sua stessa lingua». Ed è in ciò un genio compos sui, consapevole della funzione glottopoietica e mitopoietica che sta svolgendo nella storia. Con la sua parola, coi vertici narrativi e le irraggiungibili metafore di pena, emendamento e beatitudine della Divina Commedia, Dante vaticina/sa/indica dove possa arrivare (non solo l’italiano, bensì) ogni lingua in sé e per sé.

di Giovanni D’Alessandro