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Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù - Giornata di santificazione sacerdotale

«Un uccello in gabbia
può ancora cantare»

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11 giugno 2021

Il gesuita indiano Stan Swamy vittima dell’ingiustizia e poi del covid


Celebrava messa, da innocente, dietro le sbarre di una cella. Ora prega il rosario e scrive il suo diario, con le esili forze che gli restano, in un letto d’ospedale, dove si trova affetto da covid-19. Padre Stan Swamy, ottantaquattrenne gesuita indiano, accusato di “sedizione” e arrestato per presunta complicità con i ribelli maoisti, è un sacerdote che ha sempre concepito la sua chiamata di presbitero in senso pienamente oblativo. Sull’esempio di Cristo, si è speso e ha donato tutto se stesso ai poveri, agli emarginati, agli indifesi, ai reietti, ai fuori casta. Oggi, vittima innocente di accuse infondate e assurde, mentre vive il suo calvario e la sua salute si aggrava, esprime un unico desiderio: «Vorrei stare accanto alla mia gente, gli adivasi di Ranchi».

Dal 28 maggio il gesuita è ricoverato all’Holy Family Hospital di Bandra, sobborgo di Mumbai, in seguito all’intervento dell’Alta Corte che ne ha disposto il trasferimento dal carcere, date le precarie condizioni di salute. I suoi confratelli riferiscono che non riesce a stare in piedi, a camminare e nutrirsi in modo autonomo. Il covid lo indebolisce e il Parkinson, di cui già soffriva, fa sentire i suoi effetti. Padre Stan, che ha compiuto 84 anni il 26 aprile, è stato rinchiuso nel carcere di Taloja dall’8 ottobre 2020. È tra i sedici difensori dei diritti umani arrestati per cospirazione. «Il suo unico “crimine” — rileva a L’Osservatore Romano il confratello Cedric Prakash — è stata la totale identificazione con gli adivasi e l’accompagnarli nella ricerca di una vita basata sulla giustizia, la dignità e l’equità, in nome del Vangelo. Questa è stata la sua vita e la sua missione». Adivasi, ovvero “abitanti originari”, è il termine della lingua hindi per indicare l’eterogeneo insieme dei popoli aborigeni dell’India. Popoli (circa l’8 per cento della nazione indiana, 80 milioni in tutto) che vivono in simbiosi con la natura da cui ricavano tutto il nutrimento per sopravvivere. Si trovano soprattutto negli stati di Odisha, Chattisghar e Jharkhand. Proprio in Jharkhand, nell’India settentrionale, padre Swamy, pur essendo nativo del Tamil Nadu, ha scelto di svolgere il suo servizio pastorale e sociale e da circa vent’anni è a Ranchi, capoluogo dello stato. Ha seguito le orme dei confratelli belgi che già intorno al 1880 stabilirono missioni in quest’area e iniziarono ad assistere gli adivasi che, in molti, scelsero di farsi battezzare. I missionari gesuiti hanno svolto un ruolo importante nella promulgazione di apposite leggi che conferiscono agli indigeni, e solo a loro, i diritti di proprietà sulla terra, spesso ricca di risorse minerarie.

Alle politiche di privatizzazione e alle mire delle multinazionali, oggi sempre più pressanti, persone come Swamy si sono sempre opposte, continuando l’opera di formazione e istruzione dei leader indigeni, guidandoli nella tutela e nella salvaguardia della propria vita. Padre Stan «difende gli adivasi, li aiuta a far valere la loro dignità e i loro diritti e a esercitare la responsabilità, schierandosi al loro fianco nel contrastare quei processi di sviluppo che finirebbero per distruggerne la cultura e l’esistenza», ha spiegato su «La Civiltà Cattolica» a firma il gesuita indiano Stanislaus Alla. Padre Stan, in definitiva, sta pagando questo impegno e «l’assurda accusa di essere un terrorista è un evidente frutto di propaganda», ha asserito pubblicamente Rajdeep Sardesai, noto conduttore televisivo indiano, unendosi al coro di quanti ne chiedono il rilascio.

Infatti il gesuita e altri quindici membri di ong sono accusati di essere coinvolti nell’incidente avvenuto nella località di Bhima-Koregaon nel gennaio 2018 quando un gruppo numeroso di dalit (“intoccabili”) si era riunito per una manifestazione sfociata in violenza, causando un morto e diverse feriti. Tra gli accusati di istigazione alla violenza, in forma diretta o indiretta, attraverso scritti, discorsi e atti, c’era anche padre Swamy, il quale tuttavia non era a Bhima-Koregaon e nulla aveva a che fare con l’evento. «Un’accusa pretestuosa, sollevata per colpire personaggi scomodi e critici verso il governo», ha spiegato Sardesai. Lo è altrettanto il secondo capo di imputazione: i presunti legami con i maoisti, gruppo armato attivo in Jharkhand, dedito alla guerriglia, che afferma di lottare per riscattare i poveri, combattendo le ingiustizie.

Il gesuita, che prima e dopo l’arresto è stato sempre collaborativo con le forze di sicurezza mettendo a disposizione documenti e apparecchi elettronici, ha respinto ogni addebito, ricordando di aver sempre scelto, da seguace di Cristo e da presbitero, la via della non violenza, la via del Vangelo.

Oggi la sua sorte resta incerta. È ben cosciente padre Swamy che la via crucis che sta vivendo potrebbe essere l’ultimo tratto della sua vita. Le sue condizioni generali sono notevolmente peggiorate in otto mesi di prigionia e il suo corpo ha avuto un rapido decadimento. Il suo spirito però non viene meno, nella certezza della presenza di Cristo che soffre accanto a lui, mentre, come ha scritto, si ritrova «investito dalla travolgente solidarietà espressa da molte persone in tutto il mondo», che gli danno «forza e coraggio immensi». Il bello è che, da uomo e sacerdote abituato a guardare al prossimo più che a se stesso, quello che ha annotato nel suo diario dal carcere è stata «la difficile situazione degli altri detenuti in attesa di processo, tutti economicamente e socialmente deboli, in prigione per anni, senza alcuna assistenza legale o di altro tipo». E ha raccontato, d’altro canto, la «reale condizione di fratellanza e di solidarietà comunitaria in carcere: sentiamo che è possibile stare vicini e sostenerci l’un l’altro in queste avversità».

Dal carcere alla malattia, per di più con il contagio del coronavirus, il passo è stato breve. Oggi, assistito in tutte le necessità fisiche e spirituali dalle suore che se ne prendono cura, il morale resta alto. «Un uccello in gabbia può ancora cantare. Canteremo ancora in coro», ha detto sorridendo, riferendosi agli altri religiosi e leader sociali che difendono gli adivasi. Mai una lamentela, mai una parola ostile contro i suoi persecutori o contro l’ingiustizia subita. Solo parole di benedizione e la mitezza di un uomo che resta forte perché trae forza dal suo principale alleato, Cristo stesso.

di Paolo Affatato