· Città del Vaticano ·

Messico, voto segnato
dalla violenza

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11 giugno 2021

Le elezioni legislative messicane si sono concluse con un ridimensionamento della coalizione di governo capeggiata dal partito Morena, di cui fa parte il Presidente Andrés Manuel López Obrador. Il movimento progressista ha ottenuto centonovantotto seggi sui cinquecento disponibili, in netto calo rispetto ai duecentocinquantasei della legislatura uscente. Morena e la coalizione di partiti alleati, tra cui ci sono i Verdi, sono comunque riusciti ad ottenere la maggioranza assoluta dei seggi nella Camera Bassa del Parlamento ma restano molto lontani dalla maggioranza dei due terzi che consente di cambiare la Costituzione. La coalizione centrista formata dal Partito di Azione Nazionale, al potere tra il 2000 ed il 2012 e dal Partito Rivoluzionario Istituzionale, al potere per sette decenni sino al 2000, ha ottenuto un buon risultato e si è piazzata al secondo posto.

Il presidente López Obrador, pur mantenendo un alto tasso di approvazione, è stato criticato per la gestione della pandemia di covid-19 e per non essere riuscito a marginalizzare i cartelli della droga. I suoi oppositori lo hanno inoltre accusato di aver destabilizzato le istituzioni del Paese, come il sistema giudiziario e le autorità elettorali ma il presidente ha respinto le critiche al mittente affermando che chi lo critica fa parte dell’élite che si oppone ai suoi sforzi contro la corruzione e gli eccessi di spesa. Un certo numero di elettori ha affermato che il presidente non ha ridotto il crimine, un problema sentito in Messico. La campagna elettorale è stata una delle più sanguinose della storia recente con più di novanta politici uccisi. Il giorno del voto sono stati assassinati cinque scrutatori in un seggio in Chiapas mentre in altri seggi il voto è stato sospeso a causa di alcuni attacchi. I gruppi criminali organizzati ed i cartelli del traffico di droga stanno aumentando e continuano ad infiltrarsi nel sistema politico in sempre più parti del Messico. Fonti americane e messicane stimano che più di 200 gruppi criminali siano operativi in Messico e questi ultimi vogliono che i propri candidati siano al potere per controllare la polizia e le istituzioni che possono inibire la loro capacità di svolgere traffici o condurre estorsioni. Anche alcuni politici, però, hanno sfruttato i cartelli per riuscire a farsi eleggere ed arricchire se stessi e le proprie famiglie in un circolo vizioso che sta assumendo connotati sempre più pericolosi.

Il governo messicano ha ufficialmente dichiarato guerra alle organizzazioni criminali nel 2006, quando l’ex presidente Felipe Calderón lanciò un’iniziativa per combattere i cartelli usando la forza militare. Nel 2012 il presidente Enrique Peña Nieto revisionò la strategia di Calderón e scelse di focalizzare gli sforzi sul miglioramento delle prestazioni delle forze di polizia e sulla sicurezza pubblica piuttosto che sugli scontri violenti. L’arresto e l’estradizione di Joaquín Guzmán del Cartello di Sinaloa, avvenuti tra il 2016 ed il 2017, hanno però creato un vuoto di potere che si è accompagnato ad un aumento della violenza tra le fazioni rivali alla ricerca di nuova influenza e di un’espansione geografica. Nel 2019 sono stati commessi più di trentaquattromila omicidi in Messico, il tasso più alto da quando vengono pubblicati i dati ed un record per quanto riguarda il numero assoluto delle morti violente, che dal 2006 sono state più di duecentosettancinquemila. Il numero di persone scomparse ammonta a poco più di sessantunomila e secondo le autorità i cartelli della droga sono responsabili della vasta maggioranza di questi crimini. Centodiciannove giornalisti sono stati uccisi in Messico tra il 2000 ed il 2020 e questo ha trasformato il Messico nel Paese più pericoloso al mondo per esercitare questa professione.

Le aree nel nord del Paese si sono trasformate in un terreno di caccia per i gruppi criminali e per elementi di sicurezza che hanno comportamenti predatori nei confronti dei migranti. I presidenti di Stati Uniti e Messico sono stati eletti con la promessa di offrire maggiore sicurezza ai migranti che attraversano questi luoghi pericolosi. Al momento, però, non è cambiato nulla e ci sono poche evidenze che suggeriscano l’esistenza di un piano volto a risolvere il complesso problema della violenza e degli abusi dei diritti umani condotti dalla forze di sicurezza sul suolo messicano. L’interesse nel ridurre il numero di persone che raggiunge il confine ha tolto lo spazio per affrontare altri problemi, come il pessimo stato della sicurezza in Messico e le relazioni che legano entrambi i governi a questa realtà.

di Andrea Walton