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La devozione del beato Antonio Rosmini

Luce del mondo

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11 giugno 2021

«Il cuore di Gesù Cristo è il solo tranquillo, il solo pacifico, e chi abita in quel cuore partecipa della pace; le stesse persecuzioni, le stesse agitazioni esterne non gliela tolgono, perché non giungono a turbare il cuore di Cristo in cui vive il fedele discepolo». Ecco un breve stralcio della lettera 776, dell’Epistolario ascetico, del beato Antonio Rosmini (1797-1855), che bene riassume l’attaccamento e la devozione al Sacro Cuore di Gesù. Tant’è che molte delle migliaia di lettere di Rosmini si chiudono con il riferimento al Cuore di Gesù. E proprio giugno è il mese dei cuori infiammati al cuore del figlio di Dio. «Il tuo Cuore domandi per me, Gesù mio», «Padre, io ti domando quello che quel Cuore desidera ch’io ti domandi», recitano alcune invocazioni del Roveretano. «Non è il cuore umano una regione meno vasta di qualsivoglia impero, più difficile cosa è il viaggiarlo» (Grande dizionario antologico del pensiero di Antonio Rosmini, Roma, 2001, volume 1 , pagina 617).

Ora, soltanto il fluire del proprio sangue dal cuore di Cristo permette di eliminare le increspature della vita. Grazie a questa devozione, Rosmini fu condotto da giovane in toto a Cristo e ascoltando la Sua voce lo seguì senza la necessità di voltarsi indietro. «Io ho fermato di farmi prete e di porre tutto quello che ho a comperarmi un tesoro, cui né la ruggine, né la tignuola scemalo o guasta, né i ladri lo dissotterrano e portano via. Tutto quel poco di dottrina che (se Dio benedetto m’aiuta) avrò, io intendo usarlo in ammaestrare altrui (e che più bella cosa del giovare!); e il corpo non lasciare impigrire, ma faticare; e li miei averi impiegare nell’invigorir le scienze e nel sollievo dei poverelli. Questi sono i sentimenti che mi detta, non solo lo intelletto, ma e il cuore». Ecco cosa fluisce dalla penna del diciassettenne Rosmini, scrivendo a un amico riguardo al suo futuro (Lettere, volume 61, Roma, 2015 [lett. 16, 22 settembre 1814]). E, come da copione, anche nel suo caso la vocazione non viene accolta con entusiasmo dalla famiglia, tanto che i suoi genitori cercarono di dissuaderlo da questo suo fermo proposito. Ma lui fu irremovibile e sette anni dopo, il 21 aprile 1821, sabato santo di duecento anni fa, nella chiesa della Santissima Trinità a Chioggia (Venezia), Rosmini riceveva l’ordinazione sacerdotale per le mani del vescovo Giuseppe Manfrin Provedi.

Da quel giorno, per tutta la sua vita, ben consapevole di essere sacerdos in aeternum, si dedicò alla sequela di Cristo. Rosmini regolò la propria condotta di vita alla gravità del suo ministero e nel 1828 giunse a fondare l’Istituto della Carità (padri, suore e ascritti rosminiani) secondo la carità universale, ovvero la carità spirituale, la carità intellettuale e la carità corporale, per il bene del prossimo. Il tutto guidato da un chiaro principio, il principio di passività, che il Roveretano riassunse nel Giorno di solitudine: «Emendare me stesso dai miei enormissimi vizi, e a purificare l’anima mia dall’iniquità, senza andare in cerca di altre occupazioni o imprendimenti a favore del prossimo; e non rifiutare gli uffici di carità verso il prossimo, quando la divina Provvidenza me li offrisse e presentasse, essendo Iddio potente di servirsi di chicchessia e anche di me per le opere sue, e in tal caso di conservare una perfetta indifferenza a tutte le opere di carità, facendo quella che mi è propria con eguale fervore come qualunque altra, in quanto alla mia libera volontà». Infatti, seguendo il Cuore e la parola di Cristo, sapeva bene che sine me nihil potestis facere: non è l’uomo che deve affannarsi per fare, ma è Dio che fa per mezzo dell’uomo.

Nel corso dei suoi cinquantotto anni di vita, Rosmini oltre che pensatore (dispose la dottrina de Il Sistema della verità) fu uomo di azione infaticabile, fu sacerdote, conditio sine qua non per tutti gli altri aspetti del Rosmini uomo. Infatti Rosmini firmava sempre i suoi scritti con l’intestazione “Antonio Rosmini, prete roveretano”. Dal 1834 al 1835 egli fu parroco a Rovereto, la sua città natale (vedi Antonio Rosmini. “Prete Roveretano” - Parroco di San Marco 1834-1835 e Cittadino di Rovereto, 2020) e riversò i fiumi della sua eloquenza riguardo alla figura del “sacerdote”. Il testo che meglio rappresenta questo suo intento è intitolato I doveri. Conferenze e istruzioni al clero (Edizioni Rosminiane, 2017, pagine 288), per il 200° anniversario dell’ordinazione sacerdotale inviato a tutti i vescovi italiani. In particolare nella conferenza xvii si può leggere: «Il sacerdote è anche la luce del mondo, come disse pure Gesù Cristo: onde in qual maniera potrà esser luce del mondo se sarà ignorante? Se i sacerdoti hanno la scienza e la sapienza di Cristo, anche i fedeli saranno illuminati e cammineranno nella luce della verità: se i sacerdoti sono inetti, anco i fedeli rimarranno immersi nelle tenebre dell’ignoranza; la colpa non istà nel non sapere questa o quella cosa sublime a cui giungono le forze dell’ingegno; ma sta nel disamare lo studio, nell’averlo abbandonato».

Oggi lo spirito sacerdotale di Rosmini — che partendo da Cristo Gesù è in sintonia con il concilio Tridentino e in continuità con il concilio Vaticano ii — rappresenta una delle voci più autorevoli della Chiesa circa l’essere sacerdote. E a un confratello, il diacono Clemente Alvazzi, il 4 aprile 1832, nell’imminenza dell’ordinazione presbiterale, rivolgeva queste parole, da scolpire nel cuore: «Da quell’ora in avanti dovete essere un uomo nuovo: abitare in cielo col cuore e colla mente: conversare sempre con Cristo: le cose umane deplorarle, fuggirle. [...] Nulla trascurate per rendere pura la vostra coscienza, ardente il vostro cuore; ritornate dall’altare un santo, un apostolo, un uomo deificato, precedere tutti nella virtù, essere il primo nell’amore delle fatiche, delle umiliazioni, dei patimenti».

di Roberto Cutaia