· Città del Vaticano ·

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11 giugno 2021

Due gendarmi di pattuglia il primo giorno dell’anno su una spiaggia della Norvegia si imbattono in una minuscola sagoma umana attorno alla quale la risacca sta lavorando la sabbia.

Il Mare del Nord ha restituito un bambino all’isola di Karmøy. L’ombra di un bambino, quello che settimane prima era stato un bambino di circa un anno mezzo, vestito per viaggiare per mare. Ha un salvagente a giubbotto sopra una tutina blu con il cappuccio. Vicino neppure un relitto, un qualcosa che indichi da dove arrivi la piccola forma che è arrivata lì galleggiando da chissà dove, finita in mare almeno un mese o due prima di quel giorno di Capodanno.

Il piccolo sconosciuto senza più lineamenti finisce in un obitorio ad Oslo, unico indizio quella tutina che non è in commercio in Norvegia e che suggerisce alla polizia che il piccolo sia uno straniero. Solo il Dna, pochi giorni fa, ha risolto il mistero, restituendo alla vittima un nome — Artin —, dei lineamenti, emersi da una foto scattata due mesi prima a Dunkerque, Francia del nord, e un’età di poco superiore al periodo dell’allattamento, 18 mesi.

Artin Iran-Nejad, era partito dal Kurdistan iraniano il 7 agosto del 2020, insieme al padre Rasoul Iran-Nejad, 35 anni, la mamma Shiva Mohammad Panahi, 35 anni anche lei, la sorellina Anita, di 9 anni, il fratellino Amir, sei. La famiglia, dopo una traversata fra Turchia, Italia, Francia, pagata con i pochi beni venduti fino all’ultima spilla, è morta nel canale d’Inghilterra, a due chilometri dalla costa francese, senza neppure vedere da lontano la meta definitiva, il Regno Unito. Venti minuti prima che un peschereccio avvistasse il barchino rovesciato dai marosi e riuscisse a portare a riva 14 vivi e quattro morti, la famigliola curda.

Mancava Artin: un sopravvissuto avrebbe raccontato che il padre era riuscito a recuperarlo da sotto lo scafo dove era rimasto intrappolato ma di non avere visto che fine avesse fatto poi. Tutti, però, ricordavano lo strazio delle grida di Rasoul che chiamava aiuto fra un’immersione e l’altra. La sua famiglia era stata accomodata, all’imbarco, in una piccola cabina di plexiglas al centro dello scafo di cinque metri dove gli scafisti avevano stipato una ventina di persone che avevano pagato la traversata clandestina della Manica da Dunkerque.

Doveva essere il punto più riparato e sicuro, ma da quella cabina non si è salvato nessuno quando il rollio delle onde ed il calpestio dei passeggeri impazziti di paura hanno rovesciato la barca. Rasoul, dopo aver tentato inutilmente di rompere il plexiglas, ha assistito al consumarsi di tutto. Riemerso ha chiamato tutti i suoi per nome un’infinità di volte e, poi, si è lasciato andare alle onde alte come un uomo, nel mare in tempesta. Il corpicino di Arvin era già alla deriva per un viaggio solitario di quasi 500 chilometri che sarebbe durato 66 giorni.

La traversata di Artin non è ancora finito. Identificato, sarà restituito agli zii che vivono in Gran Bretagna e da lì rimandato indietro, in Iran, per essere sepolto con la sua famiglia nella città di confine dalla quale erano partiti insieme. Tornerà al Kurdistan, la patria che non esiste sull’altopiano fra il Tigri e l’Eufrate, smembrata da quattro frontiere partorite dall’avidità coloniale, dove il popolo curdo è ospite, al massimo tollerato, per lo più perseguitato. «Per amici solo i monti» dice un canto curdo. Rasoul e Shiva, davanti al mare nemico ed in tempesta, in tasca i soldi che bastavano alla traversata e non a nascondersi su un camion, hanno detto agli amici: «Non abbiamo scelta, dobbiamo andare avanti». Sono morti tutti ed è stata una questione di soldi. Arrivare fin lì in relativa sicurezza era costato 25.000 euro raggranellati vendendo ogni avere. Derubati degli ultimi risparmi avevano davanti un ultimo tratto per mare, il nemico mare. Per non far nulla, o tornare indietro, occorrevano troppi soldi per gli avvoltoi umani. Ad un prezzo «di favore» gli avvoltoi allora hanno trovato loro un posto su un barchino con il mare in tempesta. Chi si accorge, tanto, di una famiglia annegata? Chi si accorge di un bambino di 18 mesi alla deriva per 66 giorni? Non avrà neppure un nome. Il Dna, invece, ha ridato un nome ed un volto ad Artin, 18 mesi. È quello della foto che vedete, una delle ultime con la stessa tutina blu con cui è morto. Rubiamo un pensiero di Primo Levi. Guardiamo Artin e chiediamoci se anche questo è un bambino.

Chiara Graziani