· Città del Vaticano ·

L’appello di dieci teologhe e teologi: «Salvare la fraternità - Insieme»

Intelligenza della fede
e promozione dell’umano

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08 giugno 2021

Nella mattinata di martedì 8 giugno è stato presentato  «Salviamo la fraternità - Insieme». Un appello (pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana nella collana «Humana Communitas») scritto da un gruppo di dieci teologhe e teologi su sollecitazione della Pontificia Accademia per la vita e del Pontificio Istituto teologico Giovanni Paolo II, due istituzioni che rappresentano altrettanti laboratori di pensiero, dove — spiega l’arcivescovo Vincenzo Paglia — si è avvertita «l’esigenza di coinvolgere alcuni ricercatori nell’ambito della teologia, nell’allestimento di un percorso mirato e concreto sul futuro del pensiero cristiano in ordine alla comunicazione della fede e alla forma della teologia nel quadro della forma ecclesiale, umana e civile» del post-pandemia. Il percorso, che intende raccogliere le provocazioni della Fratelli tutti  di Papa Francesco, «vedrà una successione di eventi che avranno lo scopo di attivare una “polifonia” di contrappunti e di sviluppi di questa duplice domanda. La nostra teologia potrà avere un futuro degno della sua tradizione? E reciprocamente: il futuro che abiteremo potrà avere una teologia all’altezza del suo kairos ?». L’obbiettivo è un dibattito aperto, un confronto franco tra teologi e intellettuali che sarà ospitato anche nelle pagine de «L’Osservatore Romano».

L’arcivescovo Vincenzo Paglia esorta al confronto e al dibattito  per un rinnovamento teologico


L’appello «Salvare la fraternità - Insieme» — una cui sintesi è proposta nella scheda che apre questo “primo piano” — con cui un nutrito gruppo di teologi e filosofi intendono rilanciare la necessità di un pensiero dialogico intorno alla proposta di un Nuovo umanesimo, si propone come manifesto di una “rifondazione teologica”, in chiave esperienziale.

L’iniziativa, promossa dalla Pontificia Accademia per la vita, nasce a valle dell’incontro del 5 maggio scorso presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo ii , che ha visto Christoph Theobald, Elmar Salmann e Pierangelo Sequeri, immaginare sotto diversi punti di vista un riposizionamento epistemologico delle scienze teologiche. Un incontro che — trasmesso in streaming — ha registrato una partecipazione, superiore a ogni aspettativa, di oltre diecimila contatti. Segno che un ripensamento del discorso teologico è oggi esigenza avvertita anche fuori del “recinto” teologico.

Ne parliamo con l’arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente dell’Accademia, e appassionato promotore dell’iniziativa.

Monsignor Paglia, innanzitutto, perché un’iniziativa di questo spessore, che coinvolge tutto il mondo ecclesiale, nasce proprio dall’Accademia Pontificia per la vita? Qual è il nesso?

Vede, l’Accademia è nata con il mandato di costituire una rete di eccellenze professionali nei campi della scienza e della tecnica, ma anche della filosofia e della teologia, per orientare il necessario discernimento bioetico dei saperi relativi alla cura della vita umana. Fino a oggi questo discernimento si è esercitato soprattutto intorno alle soglie estreme della vita umana, quelle insomma dove vulnerabilità e dipendenza dall’altro sono totali. Ma l’evoluzione del mondo attuale ha ampliato il campo delle sfide. Le faccio qualche esempio. Da un lato la scienza è ormai impegnata a costruire forme di vita geneticamente selezionate in modalità incompatibili con quelle dell’umano che finora conosciamo, dall’altro lato i limiti naturali dell’esistenza, nascita e morte, oggi non esauriscono i temi in cui si manifesta la vulnerabilità umana, ma impongono una riflessione nuova su ciò che è bene e ciò che è male, tra il giusto e l’ingiusto, tra l’oppressione e la libertà. Vi è un passaggio d’epoca che non ha una dimensione solo culturale, ma più profondamente antropologica, e che ci impone dunque un orizzonte di “bioetica globale”. Pensi, fra tutte, alle nuove e incredibili questioni poste dall’evoluzione delle intelligenze artificiali. È chiaro che tutte queste evoluzioni richiedono un ripensamento anche del nostro modo di fare teologia, che ha da avere un carattere sempre più esperienziale: non è più tempo per le speculazioni dal carattere apologetico, spesso fini a se stesse; è piuttosto il tempo — per usare una frase di Papa Francesco che avete recentemente riportato sul vostro giornale — che «ci lasciamo schiaffeggiare dalla realtà». E la realtà che ci interpella non è più quella delle ideologie del secolo scorso, ma quella delle domande che ci pongono le scienze e i mutamenti antropologici in divenire. Pensi ad esempio alle frontiere nuove che ci pongono le neuroscienze. Occorre dunque un dialogo con le scienze, e occorre una ricerca necessariamente interdisciplinare.

Qual è il “punto di caduta” di questo ripensamento? Quali gli obiettivi?

L’obiettivo principale è quello di lavorare nel solco di Fratelli tutti. Vede, come le dicevo, siamo dentro un passaggio di civiltà. Tutto è cambiato, e tutto sta cambiando. Molto rapidamente. È un passaggio stretto dal quale possiamo, dobbiamo, uscire nell’orizzonte di un Nuovo Umanesimo. Noi cristiani dobbiamo essere tra gli attori di questo nuovo Umanesimo. Negli ultimi decenni abbiamo assistito ad una avanzata impetuosa dell’individualismo radicale e ad una progressiva mortificazione del senso comunitario e dell’aspirazione al bene comune. Un degrado che è quotidianamente sotto i nostri occhi e che ha sorpreso anche quei propugnatori della modernità che si illudevano che cancellando una secolare testimonianza religiosa della trascendenza si spalancassero le porte ad un umanesimo civile. Al contrario torna a riproporsi con forza in questo momento della storia un grande bisogno di “fraternità”. Come uomini e donne di fede, dinanzi a questo degrado, non possiamo abbandonarci alla rassegnazione o, peggio ancora, alla nostalgia e al risentimento. Piuttosto dobbiamo sviluppare in questo tempo una responsabilità creativa dal punto di vista della fede, con tutta l’intelligenza e la passione che ci appartengono. Questo documento che oggi presentiamo, redatto nell’ambito di una collaborazione fra specialisti della teologia fondamentale e dell’antropologia teologica, si iscrive appunto in questo solco di ampliamento e approfondimento. Il “punto di caduta” che lei mi chiede è quello della promozione di un dialogo più profondo e assiduo tra intelligenza della fede e promozione dell’umano. Non è presuntuoso affermare che questo dialogo implichi una rifondazione del “fare teologia”. Si tratta in poche parole di declinare la visione profetica dell’enciclica Fratelli tutti.

Un impegno grande, “rifondare” la teologia. Quale sarà il percorso? Quali i passi successivi?

Intendiamo subito coinvolgere in larga misura la comunità teologica e anche la comunità intellettuale e scientifica sensibili ai temi odierni dell’umanesimo e di una genuina identificazione dell’esperienza religiosa nel contesto odierno. Un dibattito franco, che superi la frammentazione del lavoro intellettuale — e anche teologico— che troppo spesso alimenta, in nome di una malintesa apologetica, polemiche infruttuose e di basso profilo. Ho molto apprezzato come il vostro giornale abbia coraggiosamente aperto le sue pagine a un dibattito franco sulla crisi della Chiesa in occidente; ecco, mi auguro che il dibattito e le iniziative che seguiranno possano trovare fin dalle prossime settimane una sede privilegiata proprio ne «L’Osservatore Romano». Mi preme infine svolgere due brevi riflessioni. La prima è che un cambiamento d’epoca implica anche un cambiamento delle metodologie di riflessione e di studio. Come il sorgere dell’Università la caratterizzò — rispetto alle precedenti esperienze delle scholae medioevali — in Universitas Scientiarum, così oggi ci è richiesta un’uscita dallo stretto recinto teologico verso una sempre maggiore interdisciplinarietà. La seconda osservazione, che tengo a sottolineare, è che diversamente dal passato questo motto di rinnovamento teologico, per la prima volta viene da Roma, dal cuore della Chiesa, che mai come oggi attraverso Papa Francesco, si apre al mondo, non a subirlo, ma ad ascoltarlo e orientarlo al bene.

di Roberto Cetera