· Città del Vaticano ·

Simona Baldelli racconta la vita di Alfonsina Strada che nel 1924 partecipa al Giro d’Italia, prima e unica donna a gareggiare con i maschi

Immaginare l’inimmaginabile

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08 giugno 2021

«Con la bicicletta Alfonsina imparò la disobbedienza. La montò una notte di luna piena. (...) Arrivò sulla sponda dell’Idice in un “fiat”. (...) Già che c’era pedalò fino a Castenaso. Quanto ci aveva messo? Pochi minuti e niente fatica. (...) Promise a se stessa di rimanere sveglia anche la notte successiva, e dopo quella ancora. Sarebbe andata alla scoperta di cose nuove, paesi vicini di cui aveva sentito parlare. (...) Madonna santa, sta’ a vedere che la vita non finiva a Fossamarcia».

Ha dieci anni Alfonsina e quelle brevi fughe notturne segneranno per sempre il suo sodalizio con quel marchingegno quasi magico, così bello anche nel nome, bicicletta, che ha il potere di portarla veloce e lontana, in silenzio, fino a dove vuole lei e sarà l’inizio di un cimento, di una gara continua dove sempre alzerà l’asticella dei suoi azzardi, non solo sportivi, con imprese, sfide, che avranno dell’incredibile.

Nel suo ultimo romanzo, Alfonsina e la strada, edito da Sellerio (Palermo, 2021, pagine 320, euro 17), Simona Baldelli, attraverso una narrazione intensa e creativa che intreccia i fatti concreti con l’immaginazione letteraria, dà voce agli aspetti più profondi, a volte struggenti di tenerezza, della protagonista, alla sua fatica esistenziale di donna e di atleta, alla sua caparbietà nel superare i limiti fisici, mentali, di condizione, di pregiudizio.

Alfonsina nasce alla fine dell’Ottocento, da una famiglia poverissima, seconda di dieci figli, in una condizione di miseria, anche culturale, quasi assoluta, dove tutte le energie sono destinate alla sopravvivenza dove non c’è spazio per una carezza né per uno sguardo di approvazione, «l’affetto era un prezzo troppo alto per chi non ha un soldo».

Alfonsina ha però un potenziale di vitalità straordinario, sa immaginare oltre il piccolo orizzonte conosciuto e circoscritto che hanno deciso per lei, ha la fantasia di credere in quel marchingegno che scintilla «come acqua di sorgente», va veloce sulla strada e l’aiuta a pensare l’inimmaginabile, a perseguirlo.

Fin da giovanissima partecipa alle gare, vince nonostante i pregiudizi «a dispetto dei santi» e della convinzione di essere nata sbagliata, che l’imbarazzo e la vergogna dei suoi per essere imparentati con la «matta», col «diavolo in gonnella», le confermano e che rimarrà un dolore antico, «una crepa» profonda. Sposa un ragazzo gentile e visionario «dal sorriso tenero e folle» che la capisce, la sostiene «come sei bella sulla bicicletta, non scendere mai» e del quale manterrà il cognome anche dopo le seconde nozze, Luigi Strada. Sarà proprio lui a regalarle la sua prima vera bicicletta, una Maino «nera lucida, con un bel manubrio da corsa e l’impugnatura in legno».

Nel 1924 partecipa al Giro d’Italia, prima e unica donna a cimentarsi in tale impresa gareggiando con i maschi. «Una sfida da far spavento anche agli uomini: 3.613 chilometri suddivisi in 12 tappe, la più breve 230 chilometri, la più lunga, quella da Bologna a Fiume, 415. Fra l’una e l’altra un giorno di riposo». Alfonsina sarà fra i trenta che termineranno l’impresa, gli iscritti erano stati 108.

Come in altre narrazioni di Baldelli, e fin dal romanzo di esordio Evelina e le fate (Giunti 2013), nel racconto si inseriscono figure fantasmatiche, in una contrapposizione creativa che alleggerisce, senza rimuovere, il vissuto, per accompagnare i momenti di più intenso realismo. Trasposizioni, visualizzazioni di moti interiori, di paure, di rabbia, di sogni di andare «verso un regno dove buon giorno sia veramente buon giorno», come il protagonista di Miracolo a Milano (1951): Alfonsina si sente Totò, il protagonista, «fino pensare che “De Sica e Zavattini, si fossero ispirati a lei per il personaggio di Totò”».

L’autrice fa incrociare la storia individuale con la Storia grande e condivisa, ci sono due guerre mondiali, la marcia su Roma, alla quale partecipa uno dei fratelli di Alfonsina, il delitto Matteotti, una sonda sulla Luna. «Madonna santa, addirittura sulla Luna. E pensare che a lei era sembrata una cosa immensa passare il valico del Macerone».

Il romanzo copre l’arco di una sola giornata e, come in una narrazione orale, l’uso del tempo è movimentato, i fatti si avvicendano su più periodi, ci sono le digressioni, i richiami, le belle metafore, il ricordo dei momenti di sconforto, della voglia di prendere un treno, di ritirarsi dalla competizione e della meravigliosa circostanza che lo ha impedito.

«“Mica vi state ritirando?” (...) “Se anche fosse?”. Lui si mise sull’attenti. “In tal caso signora, per voi non c’è posto su questo treno (...). Succedono tante cose brutte laggiù, signora Alfonsina, la gente ha bisogno di pensare ad altro, di credere ai sogni. (...) Voi siete una fantasticheria buona, da far credere che può raggiungere l’impossibile”. La spinse dolcemente lontano dal treno. “Non voglio essere io quello che toglie la speranza”. La Luna era tonda e piatta. (...) aveva una macchia scura e nuova. Le stava facendo l’occhiolino».

di Nicla Bettazzi