· Città del Vaticano ·

Nella solennità del Corpus Domini

Ostia di salvezza

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05 giugno 2021

«Ostia di salvezza / che del ciel apri le porte / ci incalzano guerre nemiche / donaci fortezza, portaci aiuto». Queste le vibranti parole di O salutaris hostia, uno dei cinque inni eucaristici composti da san Tommaso d’Aquino in occasione della festa del Corpus Domini, istituita nel 1264 da Papa Urbano iv con la bolla Transiturus de hoc mundo. Ineffabile gioia di uomini e donne, accompagnati dal Signore, lungo le strade del mondo. «Passando da questo mondo (Transiturus de hoc mundo) al Padre, il nostro Salvatore, il Signore Gesù, essendo vicino il tempo della sua passione, consumata la cena, in memoria della sua morte instituì il sommo e magnifico sacramento del suo Corpo e del suo Sangue»: questo il suggestivo incipit della bolla emessa da Urbano iv a Orvieto. L’eucaristia è l’estensione dell’incarnazione e il suo prolungamento nei secoli. Perchè il Signore Dio non ha inviato il suo Divin Figliolo a tempo determinato, ma per sempre. E l’opera di Cristo si perpetua nel mondo per mezzo della sacra ostia. Essa fa discendere la vita di Dio nelle anime e le eleva a Dio. Nel giorno del Corpus Domini il fedele vive in maniera speciale, con parole e lodi, l’appartenenza e l’importanza dell’unità della Chiesa «con tutto il fervore di cui è capace», secondo la riflessione espressa nel ii secolo da san Giustino martire.

Al contrario dell’homo technologicus, che ha bandito Dio dalla sua agenda, l’homo liturgicus ha necessità di reintegrare con il “pane quotidiano” le proprie energie che man mano si esauriscono. Infatti nel Padre nostro si recita: «Dacci il pane. Non gli chiediamo: concedici la ricchezza e i godimenti che porta con sé; non gli diciamo certamente: dacci abiti lussuosi, oro, gioielli, dominio. Queste richieste non farebbero altro che sviare l’anima dalle sue esigenze prime e fondamentali»; «se però ci limitiamo allo stretto necessario richiesto dalla nostra natura e non gonfiamo troppo i nostri bisogni, riusciamo a trasfigurare la frugalità umana» (Gregorio di Nissa, Omelie sul Padre nostro). Paradossale in apparenza come in questo tempo di pandemia, tra incertezze e disperazione, sia emersa tra gli uomini la “fame spirituale”, simile a quella annunziata dal profeta Amos: «Ecco verranno giorni — dice il Signore Gesù — in cui manderò la fame nel paese, non fame di pane, né sete di acqua, ma d’ascoltare la parola del Signore» (8, 11). La “Parola” attraverso gli attuali mezzi di comunicazione, che se usati con intelligenza diventano luoghi di speranza, ha potuto raggiungere gli “affamati” nei luoghi più disparati del pianeta, dalle città urbane occidentali fino ai paesi più reconditi dell’Africa. Anche se va rimarcato che nei continenti sempre più secolarizzati, quali l’Europa e l’America del Nord, le pratiche religiose hanno subito un forte calo, contrariamente ai paesi della fascia mediterranea o dell’America Latina, dove in occasione della festa del Corpus Domini, secondo la tradizione le porte delle Chiese si spalancano, le strade si colorano di fiori, oppure i drappi di color rosso adornano i balconi. Ai lati delle strade la popolazione partecipa alla processione (anche se quest’anno causa pandemia saranno apportate drastiche modifiche), al passaggio del Santissimo. E il suono delle campane, con accenti imperiosi, fa breccia nel cuore di tutti.

«L’uomo non è grande se non in quanto e perché ha bisogno di Dio», affermava Antonio Rosmini. La festa del Corpus Domini è la festa che tiene vivo il senso della presenza reale di Gesù; la processione venne introdotta da Papa Giovanni xxii nel 1316, mentre dopo la riforma del Concilio Vaticano ii fu denominata “Solennità del Corpo e Sangue di Cristo”. Essa segna e afferma che la Verità è molto più vicina di quanto l’uomo possa credere. In ogni Chiesa il Signore è presente e vivo. «Cristo stesso è il pane che, seminato nella Vergine, lievitato nella carne, impastato nella passione, cotto nel forno del sepolcro, conservato nella chiesa, portato sugli altari, somministra ogni giorno ai fedeli un alimento celeste» (San Pietro Crisologo, Sermo, 67). L’eucaristia è come il fusibile principale della cabina elettrica: senza di esso nulla s’illumina, ma una volta inserito tutto risplende; in sintesi, scatena e alimenta la scintilla (in greco metanoia) della conversione. Rilascia al cristiano la carta d’identità, dove, oltre a dare la vita in Dio, ci rende figli di Dio, in questo mondo, non da disgraziati, ma alla sequela per la resurrezione. «Perché rimanesse in noi un costante ricordo di così grande beneficio, lasciò ai suoi fedeli il suo corpo in cibo e il suo sangue come bevanda, sotto le specie del pane e del vino», annota l’Aquinate. E questo «grande beneficio» di cui parla san Tommaso non è limitato agli aspetti liturgici, ma diventa per gli uomini che incontrano il Signore per le strade del mondo, specie nel terzo millennio, il motore per accelerare un rapido cambio di rotta nel rispetto dell’ambiente, sfruttato e deturpato dalle stesse mani dell’uomo. Che non è un semplice tenere pulito le spiagge, ma è soprattutto un riconoscimento di adesione a una delle più grandi opere d’arte che il Creatore ci ha donato. Diventa inoltre un invito a sentirsi più uniti nella testimonianza e a non scendere a futili compromessi, come diceva san Paolo vi «con lo spirito del mondo corrotto e corruttore».

Ora, prima di concludere con un breve cenno storico sulla bolla di Urbano iv , riportiamo la chiusura della stessa bolla: «O memoriale nobilissimo, da commemorare nel profondo, da trattenere fermamente con ardore nei cuori, da conservare diligentemente nelle viscere dei cuori, da considerare con frequente meditazione!». Esistono due versioni della bolla con cui Urbano iv ha indetto la festa del Corpus Domini: quella dell’11 agosto 1264, indirizzata dal Papa alla Chiesa di Gerusalemme (Urbano, prima di salire al soglio pontificio, fu patriarca di Gerusalemme), ritrovata nell’Archivio segreto vaticano (oggi Archivio apostolico vaticano) dallo studioso orvietano Andrea Pennazzi, e una seconda edizione, pare dell’8 settembre 1264, conservata nell’Archivio storico diocesano di Novara. Quest’ultima versione fu rinvenuta negli anni ’60 nell’Archivio parrocchiale di San Lorenzo di Bognanco (Verbania), dallo storico rosminiano padre Tullio Bertamini (1924-2013).

di Roberto Cutaia