· Città del Vaticano ·

Napoleone e la città fatale

«Che gli abitanti di Roma siano contenti...»

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05 giugno 2021

«Non faccio della vicenda di Roma una questione di finanze…non voglio ricavare alcun vantaggio economico dalla risistemazione di Roma; desidero che gli abitanti siano contenti, e che ciò che avanzerà dalle entrate sia impiegato per la liberazione e il bene della città». Non è il passaggio dell’arringa comiziale di uno dei tanti candidati sindaci della Città eterna, ma il brano di una lettera che l’imperatore dei Francesi e re d’Italia Napoleone Bonaparte indirizzò nel giugno 1809 al suo ministro delle Finanze. Era trascorso più di un anno dall’entrata delle truppe napoleoniche nell’Urbe e proprio nei giorni in cui la missiva giungeva a destinazione si andava consumando il dramma della scomunica pontificia nei confronti del condottiero còrso, col conseguente esilio verso la Liguria di Pio vii , il Papa che cinque anni prima, il 2 dicembre del 1804, aveva presenziato nella Cattedrale parigina di Notre-Dame alla solennissima consacrazione imperiale dell’uomo «folgorante in solio» con il quale, nel 1801, aveva anche firmato un Concordato.

«Il destino riservato alla città non seguì quello di altre città occupate dall’Impero — spiega la storica francese Catherine Brice nel saggio Storia di Roma e dei romani (Viella, Roma 2009) — perché Napoleone vagheggiava Roma: poco interessato alla città contemporanea, egli si era nutrito, come molti suoi contemporanei, di cultura latina, di riferimenti classici, di sogni imperiali». Ecco quindi che la desiderata contentezza degli abitanti e l’auspicato «bene della città» manifestati nella lettera citata assumono il loro corretto posto nel vasto progetto di «restituire alla capitale divenuta la seconda città dell’Impero il lustro che aveva perduto» «dotandola di strutture politiche, amministrative e sociali moderne, che si riflettessero negli spazi urbani». Napoleone rintracciava dunque nella Città Eterna i simboli irrinunciabili per comporre e mostrare al mondo il proprio autoritratto di uomo di potere.

Sono aspetti, questi, molto ben documentati dalla mostra “Napoleone e il mito di Roma”, allestita nei Mercati di Traiano-Museo dei Fori Imperiali in occasione del secondo centenario della morte di Bonaparte, e in programma fino al prossimo 7 novembre. La struttura che ospita l’esposizione accompagna in maniera assai suggestiva il percorso fra le oltre cento opere provenienti dalle Collezioni Capitoline e da importanti musei italiani ed esteri, tra cui dipinti, sculture, stampe, medaglie, gemme e oggetti di “arte minore”. Nel complesso monumentale risalente al ii secolo, centro amministrativo delle attività dei Fori Imperiali – la cui area archeologica fu oggetto delle attenzioni del governo napoleonico a Roma, durante il quale furono promossi scavi nella zona a sud della colonna di Traiano, modello ispiratore della Colonna Vendôme a Parigi — si snodano le rappresentazioni iconografiche più emblematiche delle aspirazioni di chi, «dal giorno in cui sognò l’Impero, sognò anche Roma capitale dell’Impero», come scrisse lo storico francese Louis Madelin.

Così vediamo Napoleone coronato d’alloro in grandi busti marmorei, degno erede di Giulio Cesare e Ottaviano Augusto, ed equiparato ad eroi e dei dell’antichità greca e romana — il “Marte pacificatore, per esempio, in cui lo effigiò Canova nel 1806 in una celebre statua riprodotta in varie copie — in un crescendo propagandistico che, per consolidare l’auctoritas religiosa dell’«uom fatale», non poteva permettersi di rinunciare all’uso di immagini “cristiane”, come quella di Costantino e, naturalmente, di Carlo Magno. Fino ad arrivare all’aura cristologica che aleggia nell’incisione in cui è tratteggiato nelle taumaturgiche movenze di guaritore di appestati, o nella stampa, realizzata dopo la sua morte, in cui è raffigurato risorgente dal sepolcro.

Ernesto Ferrero, nel libro Napoleone in venti parole (Einaudi, 2021), ci spiega che al suo attivo la gestione napoleonica della città «può vantare le imponenti opere di restauro e conservazione delle antichità romane (le passeggiate archeologiche, il Colosseo, l’arco di Tito, la basilica di Costantino) ad opera del prefetto conte Tournon, sotto la direzione scientifica di Canova e Denon». Ecco, soprattutto questo resta a Roma del sogno di un imperatore che a Roma mise mai piede. Sic transit (vera?) gloria mundi. La mostra dei Mercati traianei è un ottimo modo per ricordarlo.

di Paolo Mattei