· Città del Vaticano ·

Giorgio Merlo ricorda la figura di Franco Marini

Un’eredità da non disperdere

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04 giugno 2021

Qual è il ruolo che i cattolici possono svolgere nelle democrazie odierne? Alla tradizione del cattolicesimo sociale può essere ancora riconosciuto uno spazio nella politica contemporanea? Il lavoro e la giustizia sociale possono essere valori decisivi in un tempo dominato dalla finanza e dalla globalizzazione? Queste sono alcune delle domande che emergono dalla lettura del volume che Giorgio Merlo dedica al ricordo della figura e dell’opera di Franco Marini, venuto a mancare all’inizio del febbraio 2021: Franco Marini, il Popolare, (Roma, Edizioni Lavoro, 2021, pagine 120, euro 15) con prefazione di Annamaria Furlan e introduzione di Gerardo Bianco. In pagine ricche di affetto e riconoscenza, Merlo ripercorre i momenti salienti della biografia di Marini, che si intreccia con le vicende della storia politica italiana del secondo dopoguerra.

Nato nel 1933 a San Pio delle Camere, paesino abruzzese a cui rimarrà sempre legato, Marini inizia giovanissimo la sua militanza nella Democrazia cristiana, così come il suo impegno in ambito sindacale, collaborando con Giulio Pastore. Nel 1985 diventerà segretario generale della Cisl, gestendo delicate trattative, come l’accordo con il governo De Mita sulla restituzione del fiscal drag ai lavoratori, e promuovendo la ricomposizione dello strappo che si era creato con la Cgil dopo il taglio alla scala mobile deciso dal governo Craxi. Come sottolineava lo stesso Marini: «Se mi si passa l’immodestia, posso dire che per un periodo sono stato il miglior contrattualista non della Cisl, ma di tutto il sindacato italiano».

Nel 1991, raccoglie il testimone di Carlo Donat-Cattin alla guida della corrente democristiana di Forze Nuove; in quello stesso anno, è nominato ministro del Lavoro e della Previdenza sociale nel settimo governo Andreotti. Nel 1992 entra per la prima volta in Parlamento, superando nella circoscrizione di Roma Vittorio Sbardella, allora esponente della corrente andreottiana della Dc. Fondatore del Partito popolare italiano, ne sarà segretario dal 1997 al 1999, subentrando a Gerardo Bianco. Sarà inoltre una delle figure chiave per il passaggio dei “popolari” in seno alla Margherita, prima, e al Partito democratico, poi. Operazioni condotte senza mai abbandonare il suo sguardo critico sul presente. Nel 2006 è eletto presidente del Senato, riuscendo a imporsi per una decina di voti proprio su Andreotti. In questo itinerario, che unisce impegno nel sindacato, nella politica e nelle istituzioni, non manca una delusione: la mancata elezione a presidente della Repubblica nel 2013.

Nel suo libro, Merlo insiste sia sul ruolo di organizzatore politico svolto da Marini in fasi cruciali della storia nazionale recente, sia sulle sue intuizioni, come quella di indirizzare la cultura politica del cattolicesimo democratico e popolare verso il centrosinistra, a cui cercò di dare concretezza con determinazione. Marini, ricorda Merlo, non fu soltanto un uomo politico capace di operare difficili sintesi tra interessi diversi e di ricomporre fratture ritenute insanabili, ma anche esempio di rara intransigenza e di coerenza rispetto ai principi che dovevano essere per lui al centro della politica, quali appunto il lavoro, la giustizia, l’equità sociale, la solidarietà.

Merlo sottolinea quanto egli fosse in continuità con il pensiero e l’azione di Donat-Cattin, che nel settembre 1990, in un convegno svoltosi a Saint Vincent, lo aveva indicato pubblicamente come suo erede. Ad avvicinarli, oltre a un temperamento simile, vi era la comune formazione cristiana, mai intesa in chiave confessionale, la fedeltà alla democrazia e la lotta in favore del riconoscimento dei diritti di quelle che un tempo si sarebbero chiamate classi subalterne.

Marini, sostiene Merlo, ci ha trasmesso una preziosa eredità, che si fonda su precisi capisaldi. Anzitutto, la convinzione che la politica debba essere considerata lo strumento principale per individuare le contraddizioni della società e soprattutto per provare a risolverle. In secondo luogo, l’idea che i partiti e i sindacati sono un elemento centrale della vita democratica, a patto però che si fondino a loro volta su pratiche democratiche e partecipative, cioè che non si trasformino in organizzazioni personalistiche e oligarchiche, dominate da capi carismatici. Infine, l’opinione che non è possibile attuare riforme degne di questo nome e battersi in difesa dei bisogni degli ultimi e delle attese delle giovani generazioni senza progettualità e immaginazione politica e senza una classe dirigente all’altezza dei tempi. Il problema è se sapremo far fruttare questa eredità, senza disperderla.

di Giovanni Cerro