· Città del Vaticano ·

Dopo la sentenza del processo «Ambiente svenduto» attesa la decisione cruciale del Consiglio di Stato

Ilva, salvare l’uomo
costi quel che costi

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04 giugno 2021

Non un altro bambino. Scriveva così, nel 2012 una giudice ordinando il sequestro «senza facoltà d’uso» dell’area a caldo del gigante siderurgico Ilva di Taranto. «Non un altro bambino — si leggeva nell’ordinanza del gip Patrizia Todisco — non un altro abitante di questa sfortunata città, non un altro lavoratore dell’Ilva, abbia ancora ad ammalarsi o a morire a causa delle emissioni tossiche del siderurgico».

A nove anni di distanza da quelle parole continua il braccio di ferro attorno ad Ilva. passata dalla gestione Riva a quella commissariale, prima, e di Arcelor Mittal poi, per ritornare, in parte e di recente, allo Stato con il nome di Acciaierie Italia. Sono nelle mani del Consiglio di Stato, in queste ore, l’area a caldo e la decisione di staccare la spina alla fabbrica che avvelena Taranto, come dice una dura sentenza di primo grado che ha riconosciuto il disastro ambientale, infliggendo condanne pesantissime ai gestori dell’era Riva. Anche l’ammistrazione regionale dell’epoca è stata chiamata in causa dai giudici. Ilva, nel nome dell’occupazione e di una produzione strategica per lo Stato, l’acciaio, sarebbe responsabile di migliaia di morti tra lavoratori e residenti dello sciagurato rione Tamburi. Ed occorre ricordare che Taranto ha pagato anche il fatto di far parte di un circuito «integrato» con i siti di Genova e Salerno che ne reclamavano il funzionamento per non causare una drammatica perdita di posti di lavoro in altre città. Non sono state dimenticate le immagini delle proteste sindacali a Genova quando un provvedimento giudiziario fermava la produzione a Taranto. Se c’è un simbolo vivente di dove può portare il conflitto fra diritto alla salute e occupazione, l’Ilva è quello. Come è il laboratorio delle scelte davvero necessarie, per quanto possano costare, allo sviluppo integrale dell’uomo, da lavoratore e da cittadino.

Se il Consiglio di Stato ratificasse la decisione del Tar del 13 febbraio, l’area a caldo dovrebbe spengersi entro 60 giorni per tutelare la salute pubblica. Lo spengimento in una struttura produttiva a ciclo continuo di acciaio non prevede ritorni. Non si tratta di schiacciare un interruttore poi riattivabile. Il sì al blocco sarebbe, a meno di sorprese, l’avvio della scena finale dell’era dell’acciaio e non solo a Taranto.

Nel nome di un temuto, e prevedivile, “tsunami sociale”, si invoca da molte parti la necessità di una sorta di sensibilità della magistratura quando maneggia parti vive del tessuto sociale. Ma il Consiglio di Stato deve solo decidere se prevalgano gli interessi della produzione o    quelli della salute e della vita umana. Qualunque sarà la decisione, attesa ormai da giorni, verrà l’ora della politica. Per proteggere e salvare la comunità delle persone. Costi quel che costi. (chiara graziani)