· Città del Vaticano ·

Un’istantanea
di Damiano Caruso

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02 giugno 2021

L’immagine plastica del trionfo ciclistico è da sempre quella del campione che alza le braccia al cielo sotto il traguardo che pone fine a quelle quattro o cinque ore di sforzo infernale di una corsa, che trovano pochi eguali anche negli sport dove l’abnegazione è sovrana. Un’alternativa valida è quella dello sguardo sofferente di chi sta affrontando la salita della vita: lì mani fisse sul manubrio, le spalle tutt’altro che rilassate, gli occhi lo sguardo della fatica più pura.

Damiano Caruso quest’anno ci ha regalato un’immagine diversa. La sua mano si è andata a posare sulla spalla del compagno Pello Bilbao, suo scudiero per più di cento chilometri nella tappa più dura del giro d’Italia di quest’anno, durante l’ascesa verso l’alpe di Motta, uno dei tanti paradisi montani di cui è stato costellato l’arco alpino.

Si è trattato a ben vedere di poche frazioni di secondo, immortalate però in diretta televisiva: la viralità ha fatto il resto per rendere questo gesto un simbolo.

A questo punto bisogna fare un passo indietro per spiegare perché questo simbolo ha, se possibile, ancora più valore e dare un po’ di contesto a chi non mastica ciclismo: Damiano Caruso è un gregario, ovvero un ciclista che, nelle corse a tappe, non gareggia per la vittoria individuale ma in funzione del buon risultato del suo capitano.

Tiene alto il ritmo, porta i rifornimenti, si prende il vento in faccia e spiana la strada a chi poi deve portare a casa la vittoria. Quest’anno però il capitano della squadra di Caruso, la Bahrain Victorious, si è ritirato molto presto, come purtroppo molti altri del team. Così Damiano, che di anni ne ha 34 e di corse a tappe ne ha corse tante, si è preso sulle spalle la responsabilità di provarci, gestendosi per due settimane in cui non ha mai perso contatto dalla testa della corsa, e guadagnando anche qualche piazzamento importante che gli ha permesso di issarsi fino al secondo gradino del podio.

Poi è arrivato il grande affondo: Alpe di Motta, ultima tremenda salita di quella che è diventata la tappa regina di questo giro. Caruso ha preso con alcuni compagni la testa della corsa dopo la discesa dal passo della Spluga, ma questa volta non c’è stato spazio per una grande fuga, la tappa è troppo importante. Il gruppetto di attaccanti si è assottigliato rapidamente lasciando solo i migliori, e Caruso si è ritrovato con il solo Pello Bilbao contro Simon Yates, terzo nella classifica generale, e la maglia rosa di Egan Bernal a poche incollature.

Ed è stato qui, nel momento di per sé già irripetibile di una carriera mai sotto la luce dei riflettori, che è emerso il lato umano e la lucidità di Caruso: una mano sulla spalla, un gesto di amicizia sincera, di chi è abituato a stare dall’altra parte, a servire più che ad essere servito, a cambiare le carte in tavola. Probabilmente Caruso avrebbe vinto comunque la tappa — pur senza poi arrivare a coronare il sogno della maglia rosa, conservata fino alla fine da Bernal — salendo con piglio garibaldino per conquistare l’arrivo in salita, ma probabilmente ha fatto qualcosa di più, con così poco, ridefinendo il ruolo del gregario eroico, con una naturalezza che ha ricordato il piede a terra di Michele Scarponi al Tour de France o la borraccia sospesa tra Coppi e Bartali. Il ciclismo vive anche di simboli, e Damiano Caruso lo è diventato a pieno diritto.

di Filippo Simonelli