· Città del Vaticano ·

La testimonianza di suor Lissy Maruthanakuzhy, religiosa delle Figlie di San Paolo

Tra le sofferenze dell’India
con un lavoro di squadra

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
02 giugno 2021

La parola d’ordine è “I care”, mi importa, me ne prendo cura. Come ha fatto il buon samaritano del Vangelo che si è chinato su un uomo ferito e abbandonato. È il principio ispiratore che oggi guida e orienta migliaia di comunità cattoliche disseminate nell’Unione indiana, nazione di oltre 1,3 miliardi di persone travolte dall’ondata pandemica. Di fronte a un numero di malati e di morti che ha toccato picchi da record mondiale (con punte di 400 mila contagiati e 4.000 decessi al giorno), i cattolici indiani (venti milioni di anime, circa l’1,5 per cento della popolazione) non sono rimasti alla finestra ma, fin dall’inizio della diffusione del virus, hanno avvertito con chiarezza la vocazione a spendersi, a mettersi in gioco, a condividere risorse, strutture, tempo, energie, nello spirito evangelico di misericordia e compassione. I battezzati, in ogni territorio e ad ogni livello, dai vescovi fino ai sacerdoti, religiosi, catechisti, giovani, hanno scelto la strada del “prendersi cura”, consci dei rischi cui andavano incontro e pronti a donarsi al prossimo, nel nome di Cristo, fino in fondo.

«L’India è disseminata, nelle sue 174 diocesi, nei centri cattolici di cura e di assistenza ai malati, di squadre di volontari chiamati “guerrieri del covid”, esperienze di carità e apostolato a beneficio degli indigenti e di quanti hanno perso i mezzi di sostentamento», riferisce a «L’Osservato Romano» suor Lissy Maruthanakuzhy, religiosa indiana delle Figlie di San Paolo, che lavora a Panaji, capitale di Goa, nell’India occidentale. Impegnata a raccontare, per il suo lavoro nel campo dei mass-media, la vita della Chiesa in India, suor Lissy offre un quadro dell’opera dei fedeli indiani in questo tempo difficile. «In primis — spiega — va notato che i cattolici hanno scelto da subito il lavoro di squadra, formando team di volontari in parrocchie, comunità, congregazioni religiose. Sappiamo che, unendo le forze, si riesce a raggiungere un numero più ampio di bisognosi e di sofferenti». Ad esempio a Goa sono nati speciali “centri di cura”, coordinati dalla Caritas, che riescono a monitorare il territorio «svolgendo una preziosa opera di prevenzione, controllo, e cura dei malati», aggiunge.

Un secondo, notevole impatto sulla crisi pandemica lo si è avuto mettendo a disposizione e riconvertendo le strutture, come avvenuto per centinaia di scuole cattoliche: «La casa per ritiri spirituali “Pedro Arrupe”, gestita dai gesuiti a Raia, si è trasformata in casa per ospitare persone positive al virus ma asintomatiche», riferisce la religiosa. Il centro offre la possibilità di trascorrere il necessario periodo di isolamento o quarantena domestica, specialmente per le famiglie povere e può contare anche sull’opera di un gruppo di medici, infermieri e volontari per soddisfare le esigenze dei pazienti. «Si è pronti a curarli o trasferirli in ospedale, se necessario», ha precisato suor Lissy. Oltre a fornire gratuitamente alloggio e vitto, grazie alle donazioni di benefattori, c’è poi, come in tante altre strutture cattoliche, un valore aggiunto, nota la religiosa: «Si cura anche la relazione umana, il rapporto tra persone, si prende in considerazione anche l’aspetto psicologico e spirituale, si offrono ascolto, consolazione e speranza».

Allo stesso modo opera il Centro benedettino nella chiesa di San Giovanni Battista a Benaulim, offrendo servizi sanitari e sociali nella parte più povera di Goa: «Dispone di trenta posti letto e, date le attrezzature di avanguardia e il personale medico, è un luogo dove gli ospedali pubblici mandano i pazienti meno gravi, in un proficuo rapporto di collaborazione tra sanità statale e privata per il bene comune della nazione in questo tempo di emergenza», rileva suor Lissy. Infondono forza e coraggio alla gente, dispensando aiuti di ogni tipo, i “guerrieri del covid”, gruppi organizzati di cattolici che hanno attivato una apposita linea telefonica di prima assistenza per gli affetti da questo morbo, fornendo la possibilità di effettuare test e tamponi, ma anche offrendo kit di medicinali o, se necessaria, un’ambulanza per il ricovero. Inoltre, «sono nati in migliaia di comunità cattoliche di tutta l’India gruppi di volontari, spesso coordinati dalla Caritas, dediti a distribuire pacchi alimentari a famiglie indigenti o isolate perché uno dei loro membri è positivo al virus». Il circolo virtuoso della solidarietà è sempre attivo: «Le comunità dei battezzati — conclude la suora paolina — continuano a organizzare raccolte di fondi per procurare ossigeno, medicinali, beni di prima necessità. In tal modo, donandosi senza riserve per il prossimo, tutta la Chiesa indiana rivela e testimonia il volto misericordioso di Cristo. E mostra l’amore verso la nazione indiana».

di Paolo Affatato