· Città del Vaticano ·

Un ricordo di Paolo Maurensig

Indipendenza creativa

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02 giugno 2021

Come Antonius Block nel Settimo sigillo, anche Paolo Maurensig (morto sabato 29 maggio) ha giocato la sua ultima partita a scacchi. Lo scrittore che ha fatto entrare il gioco immortale nella letteratura italiana amava molto l’arte filmica e, col fermo immagine, si soffermava spesso di fronte alla partita più celebre del cinema, in cui la morte sfida il cavaliere a scacchi.

L’interminabile partita tra un ufficiale nazista e un internato ebreo del campo di concentramento di Bergen Belsen raccontata da Maurensig nel suo primo e più famoso romanzo — La variante di Lüneburg — non è meno iconica. Pubblicato nel 1993 divenne il caso letterario dell’anno. Si scopriva un autore che si muoveva fuori dai consueti orizzonti — a cominciare dalla curiosa abitudine di recarsi spesso con la moglie a Praga, per scrivere — e che, pur con un retroterra variegato di lavori e professioni, era riuscito a trovare una sua voce personale e coerente. Rappresentando un unicum, Maurensig fu da subito definito uno scrittore mitteleuropeo, anche se l’ampiezza della sua ispirazione non ha confini.

Nato a Gorizia, città di confine, Maurensig proviene da una famiglia bilingue, parlando sia lo sloveno che l’italiano e, in questo suo crescere in un luogo di passaggio, c’è chi ha visto la radice della sua ispirazione, il senso del viaggio, il tema del doppio. Una cosa è certa: in breve tempo La variante si trasformò in un long-seller internazionale, tradotto perfino in Cina e Giappone. Di sicuro esordire come “lo scrittore degli scacchi” ha dato una precisa connotazione a tutta la sua produzione letteraria in cui questo filone scacchistico spicca con opere come L’arcangelo degli scacchi (2013), Teoria delle ombre (2015) Il gioco degli dei (2019).

Il suo secondo romanzo, Canone inverso (1996), fu un altro successo, improntato all’altro suo grande amore: la musica. Per anni Maurensig infatti si è dedicato anche alle pratiche musicali, suonando solo per il proprio “diletto”, strumenti come flauto dolce, viola da gamba, violoncello senza mai esibirsi. Arrivò persino a progettare e costruire copie fedeli di flauti del Settecento, mettendoli in commercio e tuttora utilizzati da strumentisti. Se La variante descrive cosa accade nella testa degli scacchisti, che vagliano continuamente le opzioni del reale, Canone inverso ci porta dentro la sensibilità dei musicisti, che hanno la necessità di creare un ordine o di seguire una traccia.

I personaggi di Maurensig esplorano la vita come territorio delle possibilità: «Quella successione di attimi che intercorre dal momento della mia decisione all’esecuzione materiale della mossa sulla scacchiera». Si tratta di scelte che hanno un fondamento etico. Rivelano che ogni gesto, anche quello artistico, comporta delle conseguenze di cui ciascuno è chiamato a rispondere in prima persona.

La raffinata macchina narrativa allestita da Maurensig ha attratto più di una volta il cinema, arrivando a rivelare però quanto sia complessa l’architettura delle sue storie ad incastri, come scatole cinesi. Non è un caso che gli autori dell’unica trasposizione cinematografica di un suo romanzo, Canone inverso (con una memorabile colonna sonora di Morricone, altro appassionato di scacchi) abbiano sentito il bisogno di “portar fuori” la vicenda che nel libro è tutta interiore. Per La variante il caso è ancora più eclatante, perché lo scrittore riceveva continue proposte di realizzarne una versione cinematografica (l’ultima, legata all’attore Colin Firth, il protagonista di Il discorso del re). Tutti i tentativi sono arenati di fronte all’autonomia (e quindi alla forza) del testo letterario. In questo modo, Maurensig si è ritrovato a portare avanti una lunga riflessione sul lavoro di sceneggiatura e di adattamento, che lo spingerà in autonomia a creare una “fabula in musica” in forma teatrale tratta proprio da La variante di Luneburg, di cui protagonista fu la cantante Milva.

Maurensig ricordava che, ai tempi dell’uscita del suo primo libro, ricevette non poche valutazioni sfavorevoli ma l’unica che lo ferì fu quella di un critico che arrivò a sostenere che non sapesse giocare a scacchi. Maurensig, con l’eleganza che lo ha sempre contraddistinto, rispose non sulla bontà del suo libro ma sulla questione scacchistica, invitando quel critico al suo circolo e confessando che gli scacchi erano nient’altro che la sua passione, cioè tutto per lui. Forse questa è la vera chiave per entrare nell’opera di Maurensig, la passione.

di Antonio Farisi