· Città del Vaticano ·

Ufficio oggetti smarriti

Undici sguardi sul dolore

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01 giugno 2021

È buffo rinvenire nell’ufficio oggetti smarriti un film che nasce per ricordare. Dopo la tragedia del Wall Trade Center sono usciti diversi film sull’argomento ma probabilmente, sotto diversi aspetti, è 11 settembre 2001 a meritare esso stesso di non esser dimenticato. Si tratta di un’operazione che ha coinvolto produttivamente diverse nazioni: Regno Unito, Francia, Egitto, Giappone, Messico, Stati Uniti d’America e Iran. Anche simbolicamente il lavoro riveste un’importanza evidente: undici episodi (undici corti di undici minuti e un fotogramma ciascuno) affidati a undici registi di fama internazionale; Samira Makhmalbaf, Claude Lelouch, Yusuf Shahin, Danis Tanović, Idrissa Ouédraogo, Ken Loach, Alejandro González Iñárritu, Amos Gitai, Mira Nair, Sean Penn e Shōhei Imamura. A ogni episodio è consegnato un compito complicatissimo: scovare il senso del dolore, il senso dell’odio. Ognuno di loro tenta dunque di raccontare, interpretare, rielaborare la tragedia dell’11 settembre dalla propria angolazione, ognuno secondo il suo stile di regista. Dal mazzo segnaliamo tre episodi, quello francese diretto da Claude Lelouche, quello giapponese di Shohei Imamura e quello statunitense diretto da Sean Penn. Il tutto, s’intende, senza svelare il finale dei tre capitoli. L’episodio diretto da Claude Lelouche è un piccolo gioiello. Siamo a New York, 11 settembre 2001, una giovane fotografa francese sordomuta è ospite del fidanzato, guida turistica per persone con disabilità che sta per portare un gruppo in visita alle Torri Gemelle. Il loro amore è in difficoltà, niente di particolare, semplicemente sul sogno iniziale si è abbattuta la vita. «Ogni fine di un amore è la fine del mondo» scrive la ragazza al suo innamorato in una dolorosa confessione con la quale dichiara di volerlo lasciare prima che sia lui a farlo. Basterebbe questo per capire come il doppio binario composto dalla percezione e dall’intersecarsi del dolore come dimensione privata a quella collettiva sia una delle chiavi del racconto. Lui esce per andare al lavoro. La ragazza è convinta che la loro relazione non abbia alcuna possibilità di riuscita e cerca di lasciargli un messaggio al computer prima di andarsene. Solo un miracolo può tenerli ancora assieme… Basta intendersi circa la profondità, anche in termini di mistero, che affidiamo alla parola miracolo. In amore il vero miracolo è capire che chi abbiamo di fronte è un miracolo. Che potrebbe anche non esserci. La percezione che la vita di chi ami sia di per sé il miracolo che stai chiedendo. Imamura invece, come spesso gli accade, viaggia sul filo del surreale, del paradosso e liberamente ambienta il suo racconto nel Giappone del 1945. Yoichi, un soldato tornato dal fronte affetto da disturbo post traumatico, si comporta come un serpente, per la costernazione dei genitori e della moglie. I suoi familiari cercano di convincerlo a tornare allo stato “umano”, ma senza riuscirvi. Gli altri abitanti del villaggio iniziano a guardarli con sospetto e paura. Mentre la fine della guerra si avvicina la salute di Yoichi peggiora, e quando ingoia un topo sotto gli occhi inorriditi della madre, lei decide di cacciarlo via di casa. Nei giorni successivi, gli abitanti del villaggio subiscono la perdita di vari animali e tutti danno la colpa al soldato impazzito. Viene deciso così di organizzare un’operazione di ricerca per ritrovarlo, ma senza successo. Nel frattempo, un flashback rivelerà il motivo del comportamento del soldato. Durante la battuta di caccia, la moglie di Yoichi trova accidentalmente il marito mentre beve l’acqua di un fiume e gli chiede: «Ti disgusta così tanto essere uomo?». Altro non sveleremo. Ultimo episodio su cui ci soffermiamo è quello girato da Sean Penn che, più di altri, richiede allo spettatore uno sforzo “umano”. Di comprensione e coraggio. Ogni buona storia diventa una domanda e questo corto di Penn ci pare confermi questa teoria. L’episodio narra di un vedovo che vive in un appartamento oscurato dalle Torri Gemelle. L’uomo sfoga la sua solitudine parlando con la sua defunta moglie, come se fosse ancora in vita, e coltivando il suo vaso di fiori, appassiti per la mancanza di luce. Il crollo delle Torri finalmente permette alla luce di inondare l’appartamento e rivitalizza all'improvviso i fiori. Ogni tragedia altro non è che uno specchio nel quale trovare o meno il coraggio di guardarci in faccia. Che fare, in questo caso, dopo il crollo delle torri? Per cosa disperarsi? Per il dolore collettivo o per il fatto che questa luce sulle piante, adesso, non serva più? Quale vita conta di più? Quelle massacrate dagli attentatori o quella silenziosa, invisibile, “senza storia” della tua donna che non c’è più? E se in qualche modo questi due dolori fossero uno solo, immenso, grande come il mondo e lungo come la nostra vita?

di Cristiano Governa