· Città del Vaticano ·

Nel 2011 la mostra su Lorenzo Lotto al Museo Puskin di Mosca

Quando il ritrattista
diventa confessore

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01 giugno 2021

Dieci anni fa la Russia scopriva Lorenzo Lotto. Delle eccellenze dell’arte italiana Mosca aveva avuto già modo di fruire ospitando mostre incentrate rispettivamente sulla Dama con Liocorno di Raffaello e sulla Testa di Medusa di Gian Lorenzo Bernini. Quando nel 2011 la capitale organizzò, presso il Museo Puskin, un’esposizione dedicata ai due ritratti di Febo da Brescia e della moglie Laura da Pola, la sorpresa dei visitatori fu grande: non si aspettavano infatti che un artista sì noto (fu uno dei maggiori esponenti del Rinascimento veneziano del primo Cinquecento) ma non così celebre, potesse suscitare un vasto gradimento e una pronunciata attenzione.

Caratterizzati da un’austera sobrietà, i ritratti (realizzati ad olio su tela) furono commissionati a Lotto nel 1543, dallo stesso Febo da Brescia: l’artista li terminò nella primavera dell’anno successivo. I due personaggi effigiati appartenevano a una ricca famiglia di origine bresciana, trasferitasi a Treviso. Dai documenti che riguardano il loro casato si desume che risiedessero nella città veneta già nel Quattrocento, secolo in cui il nome appare iscritto nel Collegio dei nobili.

Lorenzo Loto ritrae Febo all’età di quarant’anni, con una posa frontale, immobile, centrata. Questa maniera, che avvalora la dignità e l’emblematicità del personaggio, Lotto la desume dalla tradizione che attinge allo stile di Tiziano Vecellio. Lo sfondo è scuro: il soggetto indossa una giacca foderata di pelliccia chiara che evidenzia il volto barbuto. Una mano, dalla perfetta resa nei dettagli anatomici, regge un paio di guanti, mentre l’altra è appoggiata su un piedistallo, sopra un fazzoletto bianco. I polsini bianchi ricamati e gli anelli d’oro con gemme certificano, assieme all’abito, l’elevato status sociale dell’uomo. Pochi anni dopo la sua realizzazione, nel 1547, Febo muore ucciso, lasciando tre figli in tenera età.

Il ritratto di Laura da Paola, molto più giovane del marito (la sua nascita, infatti, risale al 1520) diverge da quella del marito sia per la posa che per l’aspetto. Mentre di Febo vengono rappresentate la maturità e la posizione sociale, della moglie viene esaltata la giovane età con un tratto che rende la sua fisionomia più sciolta e meno protocollare, comunque sempre composta.

Su uno sfondo scuro, animato da una tenda verde scostata, Laura è ritratta dal basso, appoggiata sul proprio inginocchiatoio e leggermente girata di sbieco verso lo spettatore. Tiene in mano un piccolo libro di preghiere e un ventaglio. Al collo porta un filo di perle preziose, mentre in vita ha una pesante catena d’oro. La posa risulta più dinamica e quasi asimmetrica. Pregnanti risultano i particolari del vestito a rombi neri sul nero, realizzato con una stoffa poco appariscente ma estremamente ricercata. Alcuni espedienti tecnici anticipano i motivi dell’ultima fase del pittore, come le rapide pennellate in alcuni punti che suggeriscono la consistenza delle superfici ed il rifrangersi della luce, soprattutto in dettagli come il ventaglio ed i ricami.

Fonti archivistiche tratte dalle cronache trevigiane descrivono l’unione tra Febo da Brescia e Laura da Pola come «un grande maritaggio». Tale unione, infatti, univa due esponenti delle migliori casate cittadine. La commissione dei due ritratti a Lotto solennizzava quindi un avvenimento che l’intera città sentiva come un fatto di rilievo, per il ruolo sociale rivestito dai protagonisti, nonché per la loro spiccata personalità.

Noto dunque, ma non così celebre fu Lorenzo Lotto. Formula questa che deriva dal preciso contesto in cui si trovò ad operare l’artista. Dominato da Tiziano, questo contesto lo costrinse all’emarginazione, entro la quale dovette soffrire incomprensioni e insuccessi, riscattati, in età postuma, dal convinto apprezzamento della critica moderna. Lotto, tuttavia, non si perse mai d’animo, e cercò popolarità nei centri di provincia. Con incalzante gradualità il pittore riuscì ad esercitare una notevole influenza tanto da istituire scuole ispirate alla sua maniera pittorica a Bergamo e nelle Marche, ovvero in posti considerati come periferici rispetto ai grandi centri artistici.

Eppure fu proprio in quegli scenari meno considerati dalla critica ufficiale, rea dunque di una grossolana miopia, che Lotto riuscì a plasmare un personale linguaggio pittorico caratterizzato da una equilibrata compostezza che si traduce in movenze eleganti e in un calibrato gioco degli effetti di luce.

La sua fama si lega in particolare alla sua abilità di ritrattista. Considerava ogni individuo non il protagonista di una storia, ma una persona qualunque, tra le tante. Come sottolineava il critico d’arte Giulio Carlo Argan, «all’opposto di quelli di Tiziano, i ritratti di Lotto sono i primi ritratti psicologici, e non sono, naturalmente, ritratti di imperatori e di papi, ma di gente di piccola nobiltà o della buona borghesia». La grande scoperta, che fa la modernità di Lotto, è appunto quella del ritratto come dialogo, scambio di confidenza e di simpatia, tra sé e un altro. Nel ritratto-dialogo, l’attitudine del pittore è quella di un confessore, dell’interlocutore che pone le domande ed interpreta le risposte. «E la bellezza — scrive Argan — che l’artista fa irradiare dalle sue figure non è un bello naturale né un bello spirituale o morale, ma semplicemente un bello interiore tradito, più che rivelato, da uno sguardo, da un sorriso, dalla pallida trasparenza di un volto o dallo stanco posare di una mano».

di Gabriele Nicolò